Fragile Eroina – Valentina Selmi

Fragile Eroina
di Valentina Selmi

I suoi genitori non le avevano mai fatto mancare nulla
eppure lei non poteva fare a meno di provare risentimento
nei loro confronti, a causa del nome scelto per lei.
Non proprio un dettaglio insignificante, volendo dar ragione a Sigmund Freud.
Infatti una notte di novembre, presi da chissà quale raptus creativo, avevano deciso di chiamarla Desdemona. E da lì, come per un sottinteso presagio, era iniziata la tragedia.
Gia’ alle elementari bambini destinati ad ignorare l’esistenza stessa di Shakespeare per molto tempo a venire percepivano che la loro compagna aveva qualcosa di strano: alle loro orecchie il suo nome risultava stonato rispetto al suono piano e blando dei vari Giulia, Alice, Valentina, Silvia…. Desdemona era stonato e così irrimediabilmente diverso.
E tutti i bambini, con la loro innocente crudeltà, provarono
l’irresistibile impulso di deridere e
stigmatizzare ciò che per loro era così diverso.
Desdemona, sgomenta e smarrita, piangeva davanti alle
derisioni e storpiature del suo nome, sentendo montare
in lei una crescente frustrazione: perché doveva essere
umiliata per una cosa su cui non aveva avuto alcuna
possibilità di scegliere? Tuttavia questo pareva
essere un insignificante dettaglio che nessuno era in grado
di cogliere e lei non sapeva che il peggio doveva ancora venire. Il peggio furono le scuole medie.
Scaraventata di colpo in un’età in cui anche un solo particolare eccentrico era considerato un reato, Desdemona fece di tutto per mimetizzarsi; ma nulla fu mai abbastanza, ogni tentativo di omologazione era reso vano dal suo nome.
Solo al liceo smise di essere disprezzata a priori per quel

dato anagrafico e poté permettersi di esprimere uno stile
più personale: un nuovo taglio di capelli, vestiti più
estrosi ed occhiali appariscenti.
Ora che gli anni orribili erano alle spalle si chiedeva
spesso se i suoi genitori avessero previsto a cosa
l’avrebbero mandata incontro: probabilmente sì, ma l’avevano considerato un particolare trascurabile.
Era verosimile che avessero coltivato l’utopia di avere una
figlia perfetta, la cui stima di sé non avrebbe potuto
essere scalfita da nulla e nessuno.
<> aveva sempre pensato Desdemona.
Ma in un ozioso pomeriggio si trovò a riflettere sul fatto
che forse i suoi genitori non avevano avuto tutti i torti.
Insomma, pensandoci bene, quasi un decennio di sistematica mortificazione aveva il cinquanta per cento delle possibilità di creare un ego forte e sano al limite dell’ipertrofico,
mentre nel restante cinquanta per cento dei casi il
risultato finale era una personalità fragile ed un’autostima
appesa ad un filo, costantemente celate dietro ad un cinismo tanto ostentato quanto fastidioso. Purtroppo lei era
ricaduta in questo secondo conteggio e non sapeva
proprio cosa farci.
Su di lei era rimasto come un marchio, retaggio degli anni
di infanzia ed adolescenza in cui aveva provato non
solo a non essere vista, ma anche a non essere sentita.
“È più facile scomparire se nessuno sente la tua voce, no?
Se protesti e contraddici gli altri tutti ti noteranno, i loro occhi saranno su di te e ti valuteranno impietosi e tu sai
di non poter passare quel tipo di test”. Si era sempre detta questo e così si era costruita un’indole docile, remissiva, per nulla propensa a prendere posizione, a contraddire e contrariare qualcuno, a difendersi da prese in giro e soprusi.
Intimamente sapeva che prima o poi sarebbe dovuto arrivare il momento di riscattarsi da questa insicurezza cronica, di ergersi in piedi e proferire parole decise, come fanno gli
attori a teatro nei momenti di maggior pathos.
Tuttavia, pur considerandolo un appuntamento inevitabile, preferiva rimandarlo indefinitamente e nel mentre godere dell’illusoria stabilità che ne derivava.
Per fortuna era arrivata nella sua vita qualcuno capace di allontanare da lei questi pensieri.
Aveva trovato l’amore per caso, ad una festa in cui si annoiava in un angolo fumando una sigaretta dietro l’altra.
Come nei più banali film romantici, lui aveva guardato attraverso la sala affollata e aveva incrociato il suo
sguardo poi si era diretto senza esitazioni verso di lei.
Tutti gli amori iniziano allo stesso modo e il loro non faceva eccezione. Stavano insieme ormai da un anno e, per quanto lui non fosse riuscito a rinsaldare la sua fragilità,
Desdemona sentiva di essere felice. L’appagamento le scaldava il sangue ogni volta che guardava alla vera d’argento che le circondava l’anulare destro. Quell’anello non valeva nulla, ma per lei rappresentava la possibilità
di essere amata che aveva tanto inseguito. Soprattutto non pensava più alla necessità di riscattare i due decenni di silenzio che si era autoimposta, non le importavano più:
con lui poteva parlare, esprimere le proprie idee e
protestare finché voleva e questo era abbastanza. Non aveva raggiunto un vero equilibrio, ma almeno non provava più voglia di rivalsa.
Ormai avrebbe dovuto saperlo che non si poteva permettere di stare tranquilla, che avevano ragione i latini: il nome
di una persona racchiudeva il suo destino. Infatti lei era
un catalizzatore di tragedie.
Come il suo fidanzato era entrato nella sua vita per caso,
così era successo per Dario.
Avevano chiacchierato in un bar, dopo che lui l’aveva urtata.
Era bello, Dario, ed era tutto quello che Desdemona sentiva di non essere: sicuro di sé, spontaneo, beffardo ed imprevedibile. Lei ne era stata affascinata e lui aveva sufficiente malizia per rendersene conto.
Dario aveva intuito il suo grande punto debole e si era insinuato nella vita di lei blandendola, facendola sentire
bella e nutrendo il suo ego digiuno per troppo tempo.
Desdemona era caduta nella sua rete. Amava il suo fidanzato ma non riusciva a rinunciare all’idea di avere un altro
uomo a propria disposizione, assoggettato al proprio capriccio. Non le era mai capitato e quella sensazione nuova ed inebriante era divenuta una droga, in grado anche di anestetizzare il senso di colpa.
Il suo fidanzato non sapeva di Dario, ma aveva capito che qualcosa era cambiato in Desdemona e quando uscivano insieme scrutava ogni uomo come un possibile rivale.
Anche da questo lei traeva un colpevole piacere. Quando si erano messi insieme lei era stata così grata del suo amore
da pensare che ci sarebbe sempre stata per lui, che non
lo avrebbe mai abbandonato. L’errore forse era stato mostrarglielo troppo apertamente: inevitabile che lui, malgrado la passione che ancora li legava, finisse per darla per scontata, non considerando nemmeno che lei potesse rischiare di finire fra le braccia di un altro.
Desdemona non aveva mai ceduto al corteggiamento di Dario, limitandosi a gustare il senso di costante lusinga
che le procurava.
Ma sapeva che doveva porvi fine.
Non poteva mettere a repentaglio la relazione con uomo di cui era innamorata solo perché un altro si approfittava
della sua fragilità per offrirle un brivido a buon mercato.
Gli aveva spiegato molte volte la situazione, ma c’era una cosa che non gli aveva mai detto, la sola capace di liberarla dalla fascinazione che lui esercitava: .

Capì che tutto ciò non aveva a che fare solo con i suoi sentimenti, ma che era arrivato, improrogabile, l’appuntamento che lei aveva rimandato per tutta la vita.
In Dario si sommavano tutte le persone a cui non aveva mai risposto a tono, da cui non si era mai difesa: era il bambino che le tirava i capelli, era il compagno di classe che storpiava il suo nome fino a farlo diventare una parola oscena, era
il professore universitario che sogghignava non appena apriva
il suo libretto. Era un mostro a più teste e tutte le urlavano contro che non sarebbe mai stata felice. Doveva fermarlo e sapeva di non poter aspettare oltre.
Una sera, seduta al solito bar, Desdemona fumava una sigaretta aspettando un’amica. Era certa che l’avrebbe incontrato. Infatti poco dopo Dario comparve dall’altra parte della strada e si avvicinò a lei con passo spavaldo e le
mani in tasca. Le si parò davanti con un sorriso sbieco.
. Il sibilo dell’ultima consonante, da lui pronunciata doppia, le si avvolse addosso. Chiuse gli occhi
e scosse la testa. Aveva un proposito e doveva rispettarlo.
Spense con rabbia la sigaretta, si alzò e gli si avvicinò
finché non furono quasi corpo a corpo. Sollevò la mano destra. Per un secondo Dario pensò che volesse schiaffeggiarlo, poi lei voltò la mano e gli mostrò il dorso, così che nei suoi occhi si insinuasse lo scintillio dell’anello.
Ferma, immobile, Desdemona per la prima volta resse lo sguardo di lui ed esalò: .
Aveva per la prima volta dato voce a sé stessa,
a quello che voleva. Finalmente lasciava il palcoscenico su cui si era svolta la sua tragedia e sentiva come uno scroscio di applausi.