Conseguenze – Stefano Samorì

Un gran fracasso lo richiamò fuori dal proprio negozio. Ahmed si trovò di fronte un gruppo di ragazzi. Alcuni, con teste rasate e giubbotti neri di pelle, stavano dando calci ad un coetaneo a terra, altri guardavano.
Amhed non ebbe tempo neppure di pensare. Come richiamati da una sirena di fine turno, i picchiatori scapparono con urgenza.
Arrivò un’auto dei Carabinieri. Fecero qualche domanda, ma nessuno sapeva niente.
Il ragazzo era ancora a terra. Di origine magrebina, come Ahmed, sporco e insanguinato.
“Forse dovrebbero portarti in ospedale”, disse Ahmed, dopo averlo aiutato ad alzarsi e fatto accomodare su una sedia davanti al negozio di alimentari.
“E’ inutile che ci vada, quelli come me li mandano via”, biascicò malamente il ragazzo a causa di un labbro che si era gonfiato.
Certo della stabilità dello scranno del giovane, Ahmed, con cenni della mano cercò di farsi notare dai carabinieri.
Si avvicinò il Maresciallo.
“Scusi signor Maresciallo, ma se intercedete voi, il pronto soccorso lo… potrebbe accettare”, quasi implorò Ahmed.
Il maresciallo, ancora in servizio con i suoi anni e i suoi capelli bianchi, di situazioni simili ne aveva viste. Scosse la testa in segno di diniego.
Poi prese da parte Ahmed e gli confidò parlando piano :
“Lo porterei volentieri, ma almeno uno dei miei ragazzi denuncerebbe me e il medico che provasse a offrirgli soccorso”.
“Ha notato che quei nazi se ne se sono andati un attimo prima che arrivassimo ?”
Nel frattempo uno dei giovani carabinieri li stava fissando e prendeva appunti su di un palmare.
Entrambi ci fecero caso.
“Crede che sia accidentale ?” continuò il militare indicando con gli occhi il giovane collega.
Il Carabiniere con il palmare si era avvicinato e poteva ormai ascoltare la conversazione.
Il Maresciallo allora sospirò e fece una pausa prima di terminare “Lo lascio nelle sue mani…” e quasi sottovoce”… io non posso fare altrimenti”.
“Maresciallo… dobbiamo muoverci” intervenne l’altro sottoposto appena più lontano.
I carabinieri se ne andarono.
Ahmed guardò l’orario. Doveva chiudere in fretta a scapparsene a casa.
“Hai qualcosa di rotto ?” chiese al ragazzo.
“No… sono forte… e quei bastardi… sono solo delle mezzeseghe” disse in maniera quasi incomprensibile. Le labbra sempre più gonfie per le botte prese.
“Dobbiamo sbrigarci. Hai un posto dove andare ?”
“Avevo un posto letto … ma dopo quello che è successo oggi me lo toglieranno”
“Di bene in meglio.” disse Amhed sospirando piano.
“Mi spiegherai poi, ma adesso affrettiamoci. Chiudo i lucchetti e in qualche modo andiamo fino a casa mia. E… come ti chiami ?”
“Amin”.
“Bel nome, un nome libico. Tanti anni fa abitavo in quella regione”.
“E com’era allora la Libia ?”
Ahmed ascoltava mentre chiudeva l’ultimo lucchetto. Si era distratto assorto nel calcolo di quanto gli sarebbe occorso per arrivare a casa.
Con tutto quel che era avvenuto, non sarebbero riusciti a rientrare in tempo.
Era già successo un paio di volte, ma l’aveva sempre scampata con poco.
Ma la fortuna non andava forzata, i tempi erano diventati molto bui dopo la crisi del 2029.
“Allora com’era la Libia ?” insistette Amin.
“Adesso andiamo e stiamo zitti, magari ne parliamo dopo, a casa mia”.
“Ah, già, il coprifuoco, ma dopo …”.
“Zitto !!! Forse con il buio e tra i portici riusciamo a non farci vedere. Ma dobbiamo stare in silenzio”.
Si erano avviati verso il lungo portico di via S.Stefano, in direzione dell’omonima porta. L’appartamento di Ahmed era oltre i viali di Bologna, verso la periferia. Calcolò che procedendo a passo spedito ci sarebbero arrivati dieci minuti dopo l’inizio del coprifuoco. Ma Amin camminava zoppicando.
“Lasciami qui, non voglio metterti nei guai, stai rischiando troppo per me … magari ti raggiungo se mi dici dove abiti”
“Stai zitto” sibilò Ahmed che si era accorto che qualcuno li seguiva.
Sapeva che c’era un ‘gioco’ in auge tra i giovinastri del partito. Avvicinandosi l’ora del coprifuoco si seguivano dei non-bianchi, e magari li si rallentava, li si disturbava, per far loro sgarrare l’orario consentito per circolare, e quindi denunciarli.
Con i palmari e internet si documentava il tutto. Il gioco non era ufficialmente consentito, ma ai gerarchi piaceva molto e ci facevano scommesse importanti.
Per loro era un divertimento, ma per i ‘negri’ essere denunciati alle forze dell’ordine equivaleva ad un arresto immediato.
Ahmed e Amin erano prede ottime, e senza neanche bisogno di essere rallentati.
Ma i ‘giocatori’ che li seguivano non volevano correre rischi, e senza intervenire si perdeva il divertimento. Li precedettero piazzandosi in mezzo al portico, impedendo, di fatto, il passaggio.
Ahmed li guardò bene mentre si avvicinavano a loro. Tre maschi e due femmine. Gli uomini rasati a zero. Tutti vestiti in pelle, dai giubbotti agli stivali, con impresse ovunque svastiche naziste o fasci littori.
Pensò anche di uscire dal portico per evitare l’incontro, ma la trappola era ormai chiusa, altri due figuri li stavano accompagnando lateralmente.
Arrivati all’altezza del gruppo Ahmed chiese con il tono più pacato che gli riuscì.
“Scusatemi, giovani signori, vedete che ho con me un ferito zoppicante, potreste consentirci il passaggio ?”
“Vecchio negro, lo sappiamo bene chi hai con te…”
E così dicendo, il più vicino, il più grosso, mollò uno schiaffone ad Ahmed.
“… e adesso vogliamo finire il lavoro”. Aggiunse.
Amin provò a scappare, ma non riuscì che a incespicare e cascare a terra.
Ahmed tornò indietro per cercare di aiutarlo ma venne fermato da un calcio all’altezza della vita. Gli mancò il respiro e, a causa della spinta, cadde a terra.
Si raggomitolò per difesa e, mentre pensava a cosa gli avrebbero fatto, udì una specie di sirena. Era un segnale, sonoro e luminoso, giunto al palmare del capo.
“Dobbiamo andarcene… “ urlò a tutti “ …stanno tornando i carabinieri”.
Arrivando fece un po’ di rumore con l’auto, per fare scappare tutti, ma era solo. Il maresciallo amico di Amhed.
“Ancora qua siete? Tra cinque minuti vi dovrò arrestare” disse sorridendo, appena sceso mentre aiutava Amin ad alzarsi.
“Maresciallo, cosa fa qua ? Sa cosa rischia aiutandoci ?”.
Il milite tornò serio, li guardò e aggiunse : “Poche chiacchiere, salite in fretta che vi porto via”.
Nell’auto dei Carabinieri non era permesso il trasporto di negri, se non in stato di arresto.
Il Maresciallo lo sapeva bene, ed era tutto preso a controllare la strada. Doveva evitare di incontrare un’altra pattuglia o peggio, una di quelle ronde di cittadini volontari.
Li lasciò a un centinaio di metri dalla casa di Amhed. Il coprifuoco era già scattato da una decina di minuti.
Andarono, uno dopo l’altro, divisi da pochi minuti. Tenendosi rasenti ai muri, prima l’anziano e poi il giovane.
Qualcuno, da una finestra al secondo piano del palazzo di fronte, stava in osservazione e  nella luce soffusa dell’unico lampione funzionante, vide la seconda figura che entrava.
Amin si sedette su una delle quattro sedie che, assieme ad un vecchio tavolino di legno, componevano l’esclusivo arredamento della cucina di casa Amhed.
“Gradiresti un tè” chiese il padrone di casa.
Amin annuì con la testa e aggiunse “Dovresti raccontarmi com’era la Libia, io ho pochi ricordi, fin da bambino ho vissuto in Italia”.
“Ho memoria solo di bombardamenti e di un lungo viaggio in barca per arrivare in Italia”.
Amhed intanto mise un pentolino colmo d’acqua sul fornello e accese il fuoco.
Poi si sedette di fronte al ragazzo, dall’altra parte del tavolo, e cominciò un racconto che non aveva mai narrato.
“Vent’anni fa, all’incirca, non avevo questa misera vita. Abitavo nel nostro paese, la Libia, che era ancora una nazione autonoma, non solo una regione del Nord-Africa come la conosciamo oggi”.
“Allora c’era a capo della Libia, ne avrai sentito parlare, un dittatore di nome Muammar Gaddafi”.
“Nel 2011 iniziò una rivolta, una guerra civile tra l’esercito fedele al dittatore e la popolazione che lo voleva mandare via. All’epoca ero capitano dell’aviazione militare”.
Fece una pausa e si versò da bere un bicchiere di te rosso fumante. Ne aspirò il profumo per qualche attimo per poi riprendere.
Amin lo ascoltava senza fiatare, mentre il dolore delle botte prese, esaurita l’azione sedativa dell’adrenalina, iniziava a farsi sentire.
“Nella capitale, Tripoli, hanno cominciato a manifestare gli abitanti. L’esercito è intervenuto e ha sparato. Hanno sparato contro i propri amici, parenti, conoscenti. Chi si rifiutava di farlo veniva arrestato”.
Sospirò guardando il fumo del tè che saliva, lento, in una colonna ondeggiante.
“Noi piloti, in stato di emergenza nell’aeroporto di Mitiga, alla periferia di Tripoli, sapevamo poco di quello che stava accadendo”.
Sospese il racconto attendendo che le sirene delle auto della polizia, che passavano in strada, non si udissero più.
“Un giorno il nostro Comandante ci riunì per comunicarci che l’indomani, ‘per sedare le frange di terroristi pagati dall’occidente’, così ci disse, dovevamo sorvolare Tripoli e colpire dove ci avrebbero ordinato”.
“Dovevate mitragliare i civili che protestavano ?” Sbottò Amin.
Amhed abbracciò con le mani il bollente bicchiere contenente il tè e sospirò annuendo.
“L’indomani partimmo per la prima di queste missioni. Pilotavamo dei vecchi Mirage F1 di produzione francese”.
“Arrivati su Tripoli ci ordinarono via radio di bombardare una via del centro che conoscevo bene. Ci ero stato tante volte, ad un bar per bere un tè con gli amici, a passeggio con la  fidanzata, quasi si potevano riconoscere le persone passando a volo radente”.
“Tutta la strada era affollata di uomini e donne che marciavano con cartelli e striscioni e scritte contro il regime”.
“Facemmo due giri concentrici sopra alla città. Senza ubbidire. Il comandante mi urlava in cuffia di sparare. Mi disse che la mia famiglia era al sicuro, ma non poteva garantire che lo sarebbe stata per molto, se non avessi agito”.
Amhed lo guardò per un momento, poi dopo aver bevuto un sorso di tè, con un gesto invitò il ragazzo a fare altrettanto. E riprese a parlare.
“Mentre mi gridavano l’ordine di bombardare, guardavo una foto fissata sulla console dei comandi dell’aereo. Ritraeva mia moglie con mio figlio di tre anni nella nostra cucina. Mi salutavano. Sorridenti”.
Fece un’altra pausa per sorbire tè.
“Decisi infine di non bombardare…” riuscì finalmente a dire “…e così anche il mio compagno sull’altro velivolo”
Seguì un lungo silenzio in cui l’ex pilota si mise a fissare un punto immaginario posto sul muro di fronte.
Amin non parlava temendo di urtare la sensibilità dell’amico. Rimase in ascolto dei tanti rumori della notte che si inseguivano per le strade di Bologna. Stavolta un’ambulanza.
Solo quando Amhed gli rivolse lo sguardo, Amin si decise a parlare.
“Anche io ho una storia. Me la raccontavano i mie genitori da bambino”.
“Un giorno ero con i miei genitori in una strada del centro di Tripoli. Ero molto piccolo e ne ho solo un incerto ricordo. Mi hanno raccontato che videro solcare il cielo da due aerei da guerra e si sentirono perduti. La gran massa di persone non consentiva di fuggire. Si fece solo un gran silenzio interrotto dai due aerei che ci sorvolavano in un primo giro. Fecero un secondo giro e se ne andarono”.
L’esclusivo brusio del frigorifero tenne loro compagnia per pochi attimi. Amhed andò alla finestra. Fissava il buio del piccolo cortile interno e aggiunse : “Dopo, sono stato in carcere per mesi, mi hanno picchiato, torturato…e non ho più rivisto la mia famiglia”.

“Toc, toc, toc” Un bussare insistente e villano arrivò improvviso.
Amhed andò a sentire chi era, mimando all’ospite, il gesto di stare zitto e di andare nella camera da letto.
Andò ad aprire. C’erano il Maresciallo assieme ai due giovani carabinieri.
“Lei è Amhed Sayuf ?”
“Sì”.
“Siamo qua per arrestarla, è stato visto entrare in ritardo rispetto all’orario del coprifuoco e denunciato”. Ufficializzò il sottufficiale.
“Per la precisione è stato visto un ‘negro’ claudicante entrare in questo appartamento” Precisò uno dei carabinieri.
“E tu non sembri avere problemi fisici di quel genere” Continuò l’altro milite.
“Ero io, mi sono attardato in negozio e ho fatto tardi, ho un malanno che mi porto dietro da tanti anni e ogni tanto mi fa zoppicare”
Amin nell’altra stanza non sentiva cosa si stavano dicendo. Una spessa porta glielo impediva.
“E quei due bicchieri sul tavolo ? Non ci sarà qualcun altro in casa“ chiese un carabiniere.
Amhed non sapeva cosa dire, balbettò qualcosa a bassa voce. Stava per essere preso dal panico.
Lo salvò il Maresciallo : “Suvvia, non facciamo brutte figure, possibile che non sappiate proprio niente ? E’ una vecchia tradizione libica”.
“Ricordo che quando feci parte della scorta, nell’ultima visita di Gaddafi in Italia nel 2010, alcune guardie libiche mi spiegarono l’usanza”
I due giovani carabinieri lo guardarono, interrogativi.
“Mi raccontarono che il tè si prepara sempre per due. Porterebbe male avere un solo bicchiere sul tavolo”.
Amhed stava grondando sudore. La strana usanza non l’aveva mai sentita nominare.
I due giovani Carabinieri si guardarono valutando l’opposta reazione.
Il Maresciallo intanto chiese ad Amhed le chiavi di casa.
Amhed, aveva due mazzi di chiavi, e gliene diede uno per mano.
Nel farlo lo fissò, come aspettando una risposta a una domanda non fatta.
Il Maresciallo si mise la mano sinistra in tasca, depositandovi un mazzo di chiavi.
Infine il primo dei due giovani parlò rivolgendosi al libico “Siete proprio popoli inferiori”.
E proseguì il secondo “Far finta di essere in due…”.
Poi si fecero una risata che chiuse i loro dubbi e l’intera questione.
Al Maresciallo, rispettando la scelta di Amhed, non rimase altro che pronunciare la frase di rito : “Appurato che lei Amhed Sayuf, è stato denunciato per il reato art. 27 del C.P.S. ‘Mancato rispetto del coprifuoco razziale’, si ritenga in stato di arresto”.
“Portatelo in auto, controllo una situazione e vi raggiungo” disse infine ai sottoposti.
Rimasto solo si diresse verso la porta della camera da letto. Entrò e guardò dentro. Non vide nessuno.
“Ragazzo, lo so che sei qui da qualche parte. Amhed deve venire con noi…”.
Amin uscì da dietro al letto. Si drizzò in piedi. Fissandolo. Muto.
“ …e tu non puoi aiutarlo”.
Infine estrasse le chiavi che aveva nascosto in tasca.
“Ti lascio le chiavi sul letto”.