Via de’ Griffoni 12 – Idriss AMID

Via de’ Griffoni 12

di Idriss AMID

Ora i miei occhi sono aperti. Sono aperti per davvero. Non ricordo niente. Non ho visto. Non ho sentito. Non ho parlato. Come è successo? Non lo so. Perché?
Non ne ho idea. Quel ch’è certo è che non è accaduto.

Oggi la chiudono. Ci avevano avvisato un mese fa. La decisione annunciata dal Centro di Tutorato Internazionale dell’Unibo era insindacabile. Tutti dobbiamo sgomberare nel giro di poche ore. Adesso occorre preparare le valigie, per chi non l’aveva fatto nei giorni precedenti, e avviarsi a salutare la casa, la nostra casa. C’è qualcuno di noi, però, in grado di dare il fatidico addio? Questa domanda si affacciava come un rimorso che non poteva essere rimosso.

La Foresteria di Via de’ Griffoni 12 non è una qualsiasi residenza universitaria. Situata, forse suo malgrado, subito dietro Piazza Maggiore, in mezzo al caos del centro città, porta alle spalle una storia antichissima. Dicono che la sua costruzione risale al Medioevo, e molte famiglie, bolognesi e non, l’avevano posseduta prima che diventasse uno studentato in base agli accordi con le università di paesi esteri. I primi ad approdarci erano stati studenti tedeschi che, una volta finiti gli studi, avevano lasciato le cinque camere della casa, una singola e quattro doppie, ad un gruppo di studenti di medicina eritrei. Conclusi i sei anni di loro permanenza, si era deciso di assegnare i posti letto a studenti di varie provenienze. Io a quel punto avevo lasciato il Marocco per venire a studiare in Italia con una borsa di studio, e per fortuna mi è stata offerta la possibilità di vivere nella Foresteria. Carlos dal Brasile, Salman dalla Palestina, dottor Raduan dalla Libia, Bogdan dall’Ucraina, Emilio da Trieste, Anita dalla Spagna e Samantha dalla Nuova Zelanda dovevano essere i miei coinquilini nella residenza, o meglio in quella che era ormai la Casamondo.

Per un intero anno passato dal nostro arrivo a Bologna, la Foresteria degli studenti griffoniani, come tendevamo a chiamarla, volava come le rondini, da una terra all’altra. La migrazione delle rondini verso paesi e continenti nuovi impiega non poco tempo. La Foresteria, invece, poteva passare da un continente all’altro, nell’arco di meno di un dì pur restando immobile. Noi facevamo da ponte o paese mobile per lei. Capitava spesso che il suo salotto si trasformasse in un party alla Rio di Janeiro, con tanto di birra e di barbecue. Nello stretto e lungo corridoio al piano superiore c’era chi aveva tendenza di ripassare gli appunti in italiano per gli esami di Lettere e in seguito rispondere in arabo alla tanto agognata chiamata della mamma dal Medio Oriente. E se il suo terrazzo poteva di volta in volta ospitare un acuto dibattito politico o un derby magrebino di calcio in due, le pareti della sua spaziosa cucina assaporavano quotidianamente il profumo di piatti multietnici, a volte famigliari per il gusto italiano, quali la pasta fatta in tutti i modi o la paella, a volte tipicamente originali nella loro diversità, quali il tagīn (un particolare ragù di montone o di bue, servito con contorno di patate e pomodori cosparsi da una salsa aromatizzata con spezie) o il boršč (un minestrone a base di brodo, verdure, carne lessa, cavolo, cipolla e barbabietola). Insomma, si poteva scorgere la presenza delle nostre orme in ogni angolo suo. Questo radicarsi delle nostre tracce internazionali e il loro incontro nella Foresteria ha fatto sì che il nostro legame affettivo con lei assumesse un valore mitologico.

Tutto questo non è stato preso in considerazione da chi ha avuto l’illuminante idea di cacciarci via. Non si è nemmeno pensato ad un’alternativa. La parola d’ordine era “cercate!”. Poi si aggiungeva: “vedremo di trovarvi qualche altra sistemazione, ma comunque cercate voi”. E alla domanda “perché verrà chiusa?” la risposta si articolava di tanti sinonimi e contrari, tanti “sì” e “ma”, come i discorsi dei politici. Sì è parlato vagamente di vari progetti. Vagamente. In realtà, l’ipotesi più accreditata è da connettersi alla mancanza di fondi. Tale ipotesi faceva venire i nervi al mio coinquilino triestino: “Ora, oltre alle biblioteche chiuse di sabato e al numero sempre più misero delle aule per migliaia di studenti, ci poteranno via persino il sonno!”
Era proprio il sonno a preoccuparmi da quando mi avevano informato della futura chiusura della casa.

Sognare in italiano non è nuovo
il mio suolo materno già lo permetteva.
L’unica esperienza innovativa:
un bacio dal caos dei sensi
regalato dall’incontro con l’Altro
un altro vario e plurale
che fece del mio riposo surreale
una favola bramosa di un rinnovo.

Il periodo trascorso in Via de’ Griffoni 12 ha dato una scossa marcatamente incisiva alla mia vita onirica. Nella Foresteria solo tre persone parlavano correntemente e correttamente l’italiano. Tutti gli altri avevano una conoscenza assai elementare della lingua della penisola, per cui non c’era un solo idioma di comunicazione. Si parlava frequentemente l’inglese fra quelli che lo conoscevano o l’arabo fra gli arabi. Si sentiva pure parlare lo spagnolo e il portoghese, soprattutto quando Carlos e Anita imprecavano. L’esperienza multiliguistica e i vari avvenimenti della vita quotidiana in Foresteria mi hanno portato sogni magnificamente stravaganti: sentire un frigorifero arrabbiato dirmi “boha bichu”; parlare con studenti italiani all’università in inglese anziché in italiano (non si sa come, dal momento che l’inglese lo conosco poco); mangiare una pizza credendo di avere in bocca una maglūba (piatto a base di riso e pollo tipico della Palestina); sognare di essere in patria ma notare che fra i propri famigliari ci sono anche i coinquilini della Foresteria, e altri innumerevoli sogni.

Come si possono scordare questi sogni? Scordarli sarebbe come cancellare una parte di me. Non desiderare di averne altri sarebbe insopportabile. Il proverbio arabo dice, però, “Soffia il vento diversamente da come desiderano le navi”. E già domani sarò in un altro posto, con nuove persone che sono stato costretto a cercare. Quanta fatica c’ho messo prima di trovare dei ragazzi che accettino uno straniero fra loro! Ma questa è un’altra storia.

Lo vedo negli occhi dei miei coinquilini, ahimè i miei ex coinquilini, il dispiacere per come sono andate le cose. Pure loro avranno costruito, forse anche inconsciamente, un legame speciale con la casa. E oggi si vedono forzati a lasciare il posto che ci ha riuniti da vari parti del mondo e che ci ha permesso di costruire un mondo in Italia che non aveva una sola bandiera. Forse un giorno ci sarà chi farà la nostra stessa esperienza, ma per noi chi l’abbiamo già vissuta avrà per sempre un solo nome: La Foresteria dei griffoniani.