Esercizio di Patricia Quezada

Il giardino di Sabbia

Stamattina, il suolo di sabbia fine, morbida e fredda, si lasciò disegnare un solco. Un solco simile alla scia che lascia la chiocciola sul legno lucido.  Però, lo so che non durerà a lungo, presto il passaggio degli animali sfilaccerà i confini. Sono già pronta nella mia postazione, ho lasciato alcune cose incomplete ieri sera, oggi avrò molto da fare, ho avuto alcune nuove idee che vorrei tentare, forse sarà più faticoso ma sono sicura che varrà la pena. Il profumo del chañar aleggia nell’aria, una brezza  debole spettina appena le foglie dei tala che attorniano la casa. I rami aggrovigliati delle viti si dispiegano in alto sopra la mia testa formano una cupola ruvida incastonata di pezzi di cielo chiaro, d’un rosa pallido che mi da un po’ fastidio agli occhi. Sbatto un po’ le palpebre e poi decido mettermi al lavoro. La mamma mi era sembrata più emaciata dal solito, e sebbene avessi fatto del mio meglio per aiutarla stamattina mentre mi vestiva e mi lavava, ho notato che aveva le braccia troppo sottili per il mio gusto, mi sono accorta che non stava bene mentre  versava il mate cotto nella mia tazza e lo zuccherava proprio come lo preferisco io. Comunque mi ha fatto la treccia bella stretta e mi ha fatto un bellissimo fiocco con il nastro rosso e argento, quello nuovo, che mi aveva portato  Liliana dalla città, lo stesso giorno che mi aveva regalato i palloncini colorati. Proprio questi che adesso inizio a riempire piano piano, versando la sabbia a pioggerellina dentro l’imbuto trasparente che mi ha fatto Juan, il mio fratello maggiore, ritagliando con una forbice una bottiglietta d’acqua. Così sì che ci riesco. Prendo una manata di sabbia, stringo bene il pugno altrimenti  scappa tutta e poi la verso lentamente dentro l’imbuto, e continuo ancora e ancora fino che il palloncino diventa grande quanto un limone, poi lego forte forte, con una cordicella, il beccuccio e attacco il palloncino allo scheletro bianco del cardon che diventa molto carino con tutti i palloncini colorati. Sì, oggi farò un buon lavoro.

Ogni tanto si sente un rumore sordo,  alzo lo sguardo e cerco di scrutare oltre gli arbusti di brea, verso le montagne; nulla, soltanto il mormorio del fiume che in questo periodo dell’anno è gonfio e sfrontato, carico con le acque dei ghiacciai, il suono del fiume e gli uccelli mi rasserenano. Sono abituata a stare da sola, a metà mattina il sole è già alto, Sabri, la piccola, è a scuola, sarebbe piaciuto anche a me andare a scuola, ma le scuole per quelle come me sono lontane, tanto lontane che non potrei tornare la sera a casa, e come faccio io senza la mamma e senza Juan, e poi, con chi giocherebbe Sabri quando torna da scuola, mica soltanto con le galline o con Corimaggio il nostro cane, che è ghiotto di dulce de leche, il dolce di latte della marca Corimaggio come il suo nome. Ho tanti vasetti di dolce di latte, alcuni di cartone e altri di vetro, li ho messi tutti in fila, proprio come soldatini. Da un lato, vicino al algarrobo ho sistemato le buste  di sale, più in là quelle di zucchero, che sono d’un altro colore, i vasetti di yogurt invece li ho messi a gruppetti secondo il disegno del frutto che avevano dentro, il mio sapore preferito, quelli alla banana l’ho messo in prima fila. Poi vengono le bottiglie di gassosa, le scatole di riso e di pasta le ho messe in fila secondo il colore e la forma, le più piccole davanti, e le altre dietro, facendo una lunga fila multicolore che arriva quasi fino al pollaio. Non è difficile riempire di sabbia le bottiglie di gassosa, ma quelle più grandi, quelle di due litri mi portano via un sacco di tempo, e finisco facendo un grande buco per terra. Ma comunque vale la pena il lavoro perché poi quando finisco di riempire ogni bottiglia e la metto  al suo posto si stanno lì, dritte, dritte che è una bellezza guardarle. Decisamente non ho bisogno di andare a scuola, e poi se non fossi più qui come farei a finire il mio giardino? La mamma ne ha già abbastanza con le sue capre e caprette, poi ha anche da dar da mangiare a tutte quelle antipatiche galline che mi vengono sempre a dare fastidio beccando le mie scatolette e le mie gambe addormentate, già faccio fatica a trascinarmele dietro che in più queste maleducate delle galline mi devono venire a beccare, sono veramente dispettose.  Lo so che ci danno le uova, tante uova, che poi la mamma vende alla gente di città, ma mi danno fastidio lo stesso.

Ad un tratto sento un altro rumore, sembra un tuono lontano, ma su il cielo è limpido. Sono un po’ irrequieta, non mi ricordo di avere mai sentito un suono simile, e che di anni ne ho quasi trenta mi ha detto mia mamma, ma non è sicura, così mi ha detto: non è sicura. Le galline svolazzano e iniziano a fare un gran chiasso. Guardo orgogliosa gli alberi che attorniano il mio giardino, l’algarrobo, il mistol e alcuni tala,   ho vestito i loro tronchi sottili con buste di plastica e rete che sventolano allegramente facendo un fruscio come quello che fanno le foglie secche quando qualcuno gli cammina sopra, dico qualcuno perché sicuramente, io di persona non lo mai fatto.  Certe volte, Sabri fa dei mucchietti con le foglie e ci saltella sopra ridendo, se non ride troppo forte posso sentire quel rumorino, assomiglia anche al crepitio del fuoco, nell’ istante magico nel quale inizia a danzare la fiamma sui rametti secchi.

Quello strano rumore si continua ad avvicinare, vorrei tanto che la mamma tornasse prima del solito, Corimaggio abbaia, è agitato. Ho sete, bevo un po’ d’acqua della bottiglia che la mamma ha lasciato sulla seggiolina di paglia insieme a qualche fetta di pane e formaggio. Non ho fame. Verso nord, il cielo sta diventando oscuro, sulle cime le sagome irsute dei cardones si mostrano diffuse, come diluite nel grigiore delle nuvole basse e odorante di pioggia. Non riesco a concentrarmi, il venticello è aumentato e adesso si diverte a costruire vortici di sabbia fine che mi vengono addosso e mi accecano. Mi giro e decido di trascinarmi verso la casa, non lo so perché, ma  inizio ad avere paura.  Faccio fatica, le gambe mi pesano più dal solito, sono un po’ troppo corpulenta, la mamma e Juan si lamentano ogni volta che mi devono spostare sulla sedia o aiutarmi a fare il bagno. Accanto alla porta di casa, lucida e brillante c’è la mia sedia, è bella, di pelle e metallo, dei signori la comprarono per me in città. Sono molto fiera della mia sedia. Ogni tanto mi faccio mettere sopra e per un po’ mi sento una regina sul trono. Ha due grandi ruote, quasi tanto grandi come le ruote della bicicletta di Juan, a volte mi diverto a fare girare le ruote a vuoto, riverso la sedia di lato a terra e faccio girare e girare la ruota, mentre osservo il mio giardino di colori e sabbia. Delle volte la mamma si arrabbia con la gente di città, dice che  secondo lei quelli di città non capiscono nulla, e soltanto ci prendono in giro. Io però preferisco pensare che quei poveretti che mi donarono la sedia mica potevano sapere che sulla sabbia non  girano le ruote e che la nostra è una casa troppo piccola e stipata di mobili. Decisamente questa è una sedia di città, adatta a un pavimento piastrellato come quello dell’ospedale. La sabbia invece immobilizza la sedia, e le sue ruote diventano proprio come le mie gambe, non si muovono più. Io mi sono fermata a prendere fiato, c’è un silenzio minaccioso e l’aria si è fatta pesante, devo sbrigarmi, Corimaggio è sulla soglia della porta e abbaia forte, non capisco che succede. Come mai la mamma non arriva?. A mala pena sono arrivata alla porta di casa che un fragore immenso ci avvolge, mi giro e faccio in tempo a vedere come una montagna di schiuma, acqua oscura e rocce spazzano via il mio giardino di sabbia e tutte le galline. Chiudo la porta piangendo, il fiume ha inghiottito tutto, la casa però sembra tenere botta, dalla piccola finestra posso vedere la mia bella sedia che se ne va via galleggiando nell’acqua sporca, vedo la sua ruota girare a vuoto prima di sparire per sempre nelle acque.