Un vero perdigiorno – Paolo Bassi

Un vero perdigiorno

di Paolo Bassi

Quella mattina, quando mi svegliai, non avrei mai pensato che entro sera sarei morto. Un’idea simile non mi aveva mai sfiorato. Sono un inguaribile ottimista. Appartengo ad una generazione fortunata: non abbiamo attraversato alcuna guerra, siamo cresciuti negli anni del boom economico con la possibilità di studiare, e adesso? Dovrei proprio confrontarmi con la morte? No, assolutamente.
Anzi, proprio quella mattina lì, mi alzai con la ferma intenzione di godermela la vita ed ero deciso a cancellare la fretta dalla mia giornata, volevo vagare senza meta, diventare per un buon numero di ore un vero perdigiorno. E’ una soddisfazione, mi dissi, che mi posso concedere. Il perdigiorno non usa l’auto, il solo fatto di guidare è già un’attività, non avvisa al lavoro della sua assenza, il telefono è fonte di stress, poi è bello essere un po’ bastardo e scorretto, il perdigiorno non fa colazione in casa, perché i bar li hanno inventati apposta, semplicemente si veste ed esce e, cosa molto importante, esclude del tutto dalla sua mente la fine della giornata, a quando, cioè, verrà sera.
Volevo perdere la mia giornata ad osservare gli altri, uomini, donne, bambini, a guardare tutti coloro che mi sfioravano silenziosi, magari di fretta, con gli zainetti sulle spalle o le borse della spesa e mi piaceva l’idea di farmi una lista mentale di tutte queste persone: chissà, un giorno avrei potuto ricavare un po’ di materiale per un racconto, uno dei tanti che scrivo quando cerco di isolarmi dal mondo.
Mi accorsi in fretta, però, che il mio sguardo, anche inconsapevolmente, cadeva su quelle persone che, per una comoda generalizzazione, definiamo diversi.
La parola diversi mi aveva un po’ infastidito, però, per contro, aveva stimolato il mio interesse verso la ricerca di ciò che avrebbe potuto rappresentare questa famosa diversità. Non volevo essere politicamente corretto, non volevo seguire canoni prestabiliti, non volevo ingannare me stesso, volevo solo guardare in faccia la realtà. Volevo perdere una giornata tenendo in tasca un pugno di verità, far venir sera e vedere cosa sarebbe successo.
Mi avevano detto che le persone di colore, i neri, non era bello chiamarli “negri”, ricordavo i vecchi film sulla seconda guerra mondiale dove c’erano i “musi gialli”, i documentari che mostravano gli indiani d’America nella reclusione delle riserve e quelli dell’India sulle rive del Gange, ma sotto i portici della mia città, oggi, che mi ero concesso una giornata un po’ particolare, vedevo anche chi dormiva su cartoni, appallottolati in luride coperte, tossici, etilisti di qualunque età, di ogni provenienza, occhi chiusi e, se aperti, rivolti verso un mondo che non sentivano loro, una disperazione nascosta sotto maschere d’indifferenza.
Mi colpì una famigliola con due gemelli piccolissimi tenuti rigorosamente in braccio dalla madre, niente carrozzina dunque: miseria o tradizione? Mi dissi miseria, perché mi piaceva così, ma quando salirono sul fuoristrada dovetti ricredermi. Vidi poi una mamma col suo bimbetto fermi davanti al famoso Mc Donald’s in adorazione dell’Happy Meal e vidi questa mamma, col capo coperto da un bellissimo foulard colorato, estrarre dalla borsa una manciata di biscotti: miseria o rifiuto dell’Occidente? No, dignità. Vidi dei giovani di colore, vestiti colorati, telefonini in mano e gli auricolari dell’I-Pod infilati nelle orecchie come tanti cateteri, che ridevano, saltellavano e si spingevano: voglia di essere “uguali”? No, gioventù, gioventù spensierata.
“Hai una sigaretta? Una moneta per mangiare?” Solito ritornello e solito rifiuto evitando lo sguardo. Piccoli cartoncini con su scritto il numero di figli, la terra d’origine e lo stato sociale come tante carte d’identità senza foto, identità ormai perse, accenti stranieri a volte esagerati per commuovere.
Non mi commuovevo, mi incazzavo e mi incazzavo con me, perché non comprendevo, non trovavo giustificazioni, non capivo se, la loro, era una scelta o una costrizione. La famigliola, la mamma, i giovani con l’I-Pod avevano una diversità “diversa”, o ero io che non riuscivo a mettere assieme i pezzi?
Per riuscire a capire, e forse neanche così ci si riuscirebbe, che cosa passa nella testa delle persone, occorrerebbe entrarci. Non credo servano le parole, i discorsi, le confidenze, ancor meno l’occhio clinico, meno che mai il sentito dire. Accantonando poi il dispiacere che provi per esserti ingannato, vieni invaso da un malessere quasi fisico, uno spostamento d’aria dovuto a quella bomba appena esplosa. Ti riprendi e cerchi di medicarti con i ricordi, poi ti rendi conto che sono pochi e capisci subito che le strade della vita sono fatte per incontrarsi e divergere immediatamente: gli incroci e i parallelismi hanno breve durata. E’ giusto, però, che sia così. La casualità allontana il vecchio e lo sostituisce col nuovo e nel ricordo teniamo l’archivio di ciò che conta.
Tornando poi sui miei passi pensai che ognuno di quei diversi aveva una storia, una storia sua personale. Fui preso però da una grande tristezza, perché mi resi conto immediatamente che nella vita di tutti i giorni non esistono storie. Le nostre giornate sono piene di avvenimenti, di fatti, di comportamenti che capitano e si avvicendano uno dopo l’altro, ma non di storie. Un fatto semplicissimo diventa storia solo quando esiste qualcuno disposto a raccontarlo.
Ecco, era venuta sera, era finita la giornata ed ero finito anch’io. Ero morto, ma ero morto nel modo peggiore e più bastardo che possa esistere. Ero morto dentro.