Un uomo che voleva scrivere una storia – Laura Vilkaite

Un uomo che voleva scrivere una storia

di Laura Vilkaite

Tell me baby, what’s your story…

Sospirai e mi sedetti, per terra. Ero stanca, avevo uno zaino pesante come se fosse pieno dei libri (non so se hai mai fatto caso quanto pesano i libri) e poi odiavo svegliarmi così presto. Il mio treno per Genova doveva partire alle 6.27. Erano le 6.25 quando ero entrata nella stazione. Avevo contato gli spiccioli in fretta. Avevo preso il biglietto, ero corsa al binario e tutto questo solo per sentire la frase:
“Informiamo i signori viaggiatori che a causa della neve e del ghiaccio in tutto il Nord Italia il treno regionale proveniente da Rimini e diretto a Genova Piazza Principe arriverà con … 40… minuti di ritardo. Ci scusiamo per il disagio”.
Bello. 40 minuti. Significava che avrei potuto dormire 40 minuti di più. E questo solo perché aveva nevicato un po’. Italia…
Qualcuno mi stava guardando. Anzi, fissando. Mi girai. Era un uomo seduto vicino a me. Portava il mantello grigio e lunghissimo e la sciarpa verde, di color muschio. Aveva i capelli un po’ ricci, scuri, però già grigi. Stava sulla sedia pieghevole, quella, che normalmente usano i pescatori. Si accorse che l’avevo notato.
“Hai gli occhi belli. Così azzurri. Quasi come uno zaffiro”.
Ci risiamo. Odiavo queste frasi sugli occhi azzurri. Le dicevano tutti, solo per iniziare a parlare con te e per poter chiedere il numero di telefono. Pensavano di essere carini. Non sono neanche belli i miei occhi. Neanche’io sono bella. Soprattutto la mattina, con i capelli arruffati, vestita da turista e stanca.
“Gli occhi… azzurri. Come uno zaffiro – ripeté a bassa voce, tra sè e sè, -azzurri come uno zaffiro, bene… sì, ha qualcosa…” .
Prese la penna e scrisse qualcosa sul blocchetto.
“Mi scusi?” .
“Suona bene, no? Il paragone con lo zaffiro. L’avevi mai sentito prima?…- alzò gli occhi e mi guardò ….- Scusa, ti sembro strano, vero?”. Sorrise, sì strano a dir poco, e forse non riuscii a nascondere la mia impressione: “Io faccio lo scrittore”.
“Bello – dissi – La conosco?” .
“No, no, non ho ancora pubblicato il libro. Capisci, è difficile fare lo scrittore, bisogna osservare tanto la gente. É quello che faccio qua – sto osservando la gente che passa. Lo sai, come si fa a scrivere la storia?” – mi chiese senza darmi il tempo di rispondere. – “Prima bisogna scegliersi un posto. Per osservare la gente, voglio dire. Mi ci è voluto tanto per farlo. Ho provato mille posti… le scuole dopo le lezioni, i parchi, i supermercati, le strade, i teatri… Alle fine ho scelto la stazione. È un posto perfetto”.
“E perché?” .
“Perché le storie iniziano e finiscono alle stazioni, la gente si incontra, si lascia, qui si incrociano i treni…c’è tanta gente diversa. Hai mai guardato la gente nella stazione?” .
Mi chiese … però non mi lasciò rispondere.
“Lo faccio già da venti anni. Diverse ore della giornata. Ci sono avvocati, vigliacchi, turisti, coppie, venditori, clandestini, tutti. Ho visto le coppie, che si incontrano proprio alla stazione: un uomo aiuta la donna con la valigia, si guardano e voilà… o parlano aspettando il treno. O scendono dallo stesso treno e poi si accorgono che devono salire in un altro, sempre insieme. A loro sembra che sia il destino” – rise. – “Invece si tratta di una semplice coincidenza. La vita è banale, sai. Ho visto ragazzi che accompagnano una ragazza in un treno e dopo dieci minuti aspettano l’altra che arrivi. Oppure quell’uomo, lo vedi? Fa il pendolare, parte ogni mattina alle 6.35 per Firenze. Compra sempre un pacchetto di sigarette. Sempre. E che ne so io della sua storia? Forse è innamorato della donna che lavora dal tabaccaio, forse non fuma neanche e solo compra le sigarette per poter dirle “buongiorno”, o forse è sposato con un’altra che non ama, forse sta per morire…”.
“E secondo lei non sarebbe triste ammazzare qualcuno?”.
“E?”.
“Voglio dire, mi è sempre parso che per gli scrittori sia triste la morte di un personaggio. É come un omicidio, no? Tu crei la persona, lui inizia ad avere la sua vita e poi lo uccidi, così, come se niente fosse…”.
“Oh, no – sorrise – non lo so, infatti, non ci ho mai pensato… Non ho mai ucciso nessuno… Non ho mai davvero scritto la storia. Solo l’inizio. O la fine. Perché le storie non si svolgono nelle stazioni. Si iniziano o si finiscono…”
Tacque per un po’.
“Vuoi un caffè? – mi chiese. Prese un termos e mi versò una tazza.
Il caffè era acido, come succede sempre al caffè in un termos, ma buono, forte e ben zuccherato.
“Lo sai, gli scrittori di solito fumano. Ma io no. Non mi piace il sapore del fumo. In compenso bevo caffè. Per me è come le sigarette, non posso farne a meno.”
Lo guardavo. Mi fissò per un attimo. Poi si scrisse qualcosa di nuovo.
“Tu, di dove sei?”, mi chiese.
“Un Paese lontano – sorrisi – dove la gente non ha paura della neve e non ci sono disagi a causa del ghiaccio.”
“E cosa fai qua?” .
Mi sentii come durante un’intervista. Pensai cosa raccontare e che cosa lasciare solo per me stessa. Se dire che studiavo e che Bologna con la sua Alma Mater era un posto ideale per fare il cinema che quasi non esisteva nel mio Paese. O se ammettere che ero arrivata qua, per scappare, per trovare la mia vita, per crescere. O raccontare quello che adesso era più importante per me. Il mio lui, che mi aspettava dopo le lezioni. Lui che mi portava a ballare, che mi sorrideva, che mi baciava, che era così simile a me. Lui con cui camminavo raccogliendo tutti gli sguardi: una ragazza bionda e un ragazzo nero. Tutti e due estranei. Tutti e due agli antipodi. Tutti e due fuori dalla società. Fuori di testa. Uno per l’altro. Sorrisi.
“Mi trovo bene a Bologna”, lo sapevo che non era la risposta. “Lei ha mai pensato che cosa significa “mi trovo bene” letteralmente? É come se uno cercasse di trovare se stesso e in quel posto particolare riuscisse a farlo. Mi sto cercando. Non so se mi spiego”.
“Ti stai cercando, dici…”.
“Ma Lei, ha la sua storia?”, – gli chiesi cambiando argomento.
“Guarda – sorrise – sei ancora giovane e non lo capisci, però, quando scriverò un romanzo, sarà come vivere per sempre, nessuno mai pensa alla vita dello scrittore, ma lui abita per sempre, capisci, come Balzac, o Manzoni, li conosci?” .
“Sì…”, – avrei voluto dire: certo che li conoscevo, ma lui lo interpretò come se pensassi proprio come lui.
“Vedi, te lo dico, a che serve la mia storia. Ci vuole la gente che sacrifichi la sua vita per scrivere le storie. Delle belle storie. D’amore”.
“Ne ha mai avuta una?” .
Guardava lontano e non diceva niente…
“Sì… tanto tempo fa, però. Era una ragazza della mia classe. Bellissima. Con gli occhi così profondi. Aveva i capelli ricci, e quando rideva era molto carina. L’amavo proprio per quel sorriso. Le scrivevo poesie, lettere d’amore… Come dovrebbe essere…”.
“E perché è finito?”.
Sorrise.
“Direi che non è mai iniziato. Lei non sapeva neanche il mio nome. La adoravo proprio, ma era più romantico così, di nascosto”.
“Boh – sorrisi anch’io – per me più che romantico sembra triste”.
“Un po’. Quelle poesie erano tutte tristi. Per questo ho deciso di smettere con la poesia. La prosa mi piace di più.”
“Il treno regionale proveniente dal Rimini centrale e diretto a Genova Piazza Principe è in arrivo al binario uno…”.
Mi alzai e presi lo zaino.
“É stato un piacere” gli dissi.
“Lui ti ama?” mi chiese in fretta, mentre il treno stava arrivando.
“Chi?” mi girai.
“Tu mi dovresti dire chi è” disse con quel sorriso ironico.
Gli sorrisi anche’io. Salii sul treno che partì subito. Partii per vivere la mia storia e lo lasciai a trovare le sue. E se un giorno leggerai la storia di una ragazza con gli occhi di zaffiro che andava a Genova, sappi che si tratta di me. Ma dubito che lui la scriverà. Tanto non sarà la mia storia. Quella mia, la saprò sempre solo io.