Tre porte – Angelita Fiore

Tre porte

di Angelita Fiore

…tre porte su sette erano chiuse a chiave e oltre alle serrature non riuscivo a guardare. Qualcuno, dall’interno, aveva infatti appeso sulle maniglie dei panni neri, o qualcosa di simile, per cui io, inginocchiata all’estremità opposta, non capivo cosa c’era oltre la toppa…
La curiosità verso ciò che quelle stanze celavano iniziava a non farmi dormire.

Conoscevo abbastanza bene l’italiano perché avevo frequentato l’Università a Padova, ma scaduto il visto da studente alcuni ragazzi mi suggerirono di andare per un po’ in un paese del sud, dove pare che i controlli fossero meno rigidi. Altre mie amiche avevano fatto lo stesso pur di non tornare dalle loro famiglie troppo conservatrici e tradizionaliste, mentre noi eravamo curiose di ciò che si poteva trovare oltre l’uscio, i totalitarismi non erano riusciti a logorare il nostro entusiasmo e poi avevo ventitré anni. “Ventitré anni!”. Mia nonna avrebbe pensato che ero già vecchia per sposarmi! Al mio diciassettesimo compleanno nonna Giarda voleva darmi in matrimonio al nipote della nuora di un suo vecchio amico. Inutile dire che l’idea di passare la mia vita con quello sconosciuto mi contrariò a tal punto che decisi di scappare in Italia per continuare gli studi. Poi da Padova andai in Calabria, ma qui tutto fu diverso: ero clandestina, irregolare come i lati di un trapezio che incrociano due vite parallele e non potevo assolutamente espormi con troppa gente. Per stare al sicuro pensai di rimanere per un po’ in anonimato e l’unica di cui mi fidavo era Alia, anche lei straniera, in Italia da un paio d’anni. Di sera lavorava in una gelateria sul lungo mare – era lì che l’avevo conosciuta – mentre di giorno, spesso veniva a trovarmi. Si faceva accompagnare da ragazzi diversi, alcuni del nostro paesino, anche se a volte pensavo che ad Alia non interessava nulla di niente. Chissà se anche lei nascondeva una grande sofferenza, in ogni caso entrambe preferivamo non parlarne.

Anche la signora Mela, la proprietaria di casa, ogni tanto veniva a farmi visita, le piaceva andare a sedersi sul largo terrazzo, oltrepassata la veranda, una sorta di giardino sospeso sui cui bordi si arrampicavano i rami di un gelsomino profumato.
Dopo una mezz’oretta rientravamo in casa, io camminavo qualche passo dietro – per rispetto – mentre lei guardava in basso, a causa delle vertebre incurvate che la obbligavano a ripiegarsi su se stessa, come un arco nella massima tensione. Le rughe le imponevano sul volto un’antica geometria e per camminare si aiutava spingendo l’anca sulla parete: l’andamento era costante, ma in fondo al corridoio, davanti a tre porte di legno scuro chiuse a chiave, puntualmente si bloccava e sul suo volto le grinze si piegavano tutte insieme. Rimaneva in silenzio e ogni volta l’occhio destro si assopiva in un ritmo tormentato.
Quel giorno per la prima volta si trattenne davanti alle tre stanze per più tempo, aveva appoggiato la sua anca sulla colonna che dal soffitto ad arco scendeva fino al pavimento e rimase lì ferma a fissare il legno vecchio, l’unico di tutta la casa non restaurato, poi mi fece mettere un vaso di fiori rossi davanti a ognuna delle tre porte. Le rughe avevano preso a intrecciarsi, a irrigidirsi e si dispiegarono solo quando si allontanò da lì, per tornare a casa sua; la vidi attraversare la strada ed entrare in un cancello di fronte al mio portone.

Quella notte ebbi un incubo: ero lì davanti alle tre porte di legno, dovevo affrettarmi ad aprirle, ma erano sbarrate. Mi avrebbero uccisa se mi avessero trovata. Ero in trappola e quando finalmente trovai le chiavi, le porte sparirono.
Mi svegliai.
Per calmarmi presi a camminare al buio lungo il corridoio, (da piccola nel mio paese lo facevo sempre, so che era una cosa strana, ma non per me, cresciuta in un periodo di guerra, dove la morte ti incalzava ogni santo giorno e la notte era l’unico momento in cui le bombe smettevano di urlare, così io e mia sorella potevamo uscire dal nostro nascondiglio per muoverci liberamente in casa nostra. Solo respirando l’aria delle pareti libere riuscivo a risentire un po’ di tranquillità, poi la mattina tutti nel bunker e la tensione ricominciava).
Ecco perché quando feci quell’incubo sentii la necessità di trovare la calma a modo mio: presi a strisciare la mano lungo la parete; dalle finestre senza persiane entrava il bagliore dei lampioni esterni. Mi costrinsi a stretto contatto con l’intonaco, l’odore giallastro adesso mi era chiaro e trasudava attraverso i sensi. Sentivo le venature sporgersi oltre l’incrostatura capendo cosa avrei provato se la geometria si fosse servita del mio volto per tracciare figure solcate. Ripensai alla signora Mela, che tanto mi ricordava nonna Giarda.
Ero confusa, disturbata, impaurita, bombardata da immagini estranee, insensate, rumorose, persistenti, inadeguate. Solo l’odore di pittura ridava candore ai concetti affastellati nel mio immaginario, ma non bastava. Ogni tanto mi apparivano i ricordi del passato, ma avevano tutt’altro che la forma di un fiore. La solitudine puzzava dei cadaveri che la crudeltà aveva lasciato putrefarsi sotto gli occhi di tutti. Persi i miei genitori da piccola, la guerra che inseguiva il mio Paese aveva distrutto qualsiasi possibilità di condividere il mio futuro con chi amavo. Statica come una fotografia sviluppata nelle viscere era l’immagine del giorno in cui, a soli nove anni, tra i corpi esanimi riconobbi mia madre in una fossa.
Mia sorella maggiore Chindy invece morì davanti ai miei occhi.
I guerriglieri stavano arrivando, io e Chindy attraverso il bosco ci rifugiammo in una casa già razzolata.
“È chiusa a chiave. Irina corri prova le altre”.
“Sono chiuse anche queste”.
“Che Dio sia con noi”.
Poi Chindy mi diede un bacio: “Irina non aver paura e cerca di non fare rumore, rimani qui fino a che non se ne andranno i soldati”, mi nascose dietro a una porta, a un’anta di armadio – ero troppo piccola per distinguere – e da una fessura vidi i suoi vestiti neri lacerarsi sotto le mani spietate di quel militare. Si prese il suo sesso dopo averla uccisa, mentre lei mi regalava la vita.

Anche quando non ripensavo a queste atrocità il dolore mi assordava, ma non lo condivisi mai con nessuno, a parte che con la signora Mela, attraverso lunghi silenzi, mentre sorseggiavamo succhi di limone sedute sul terrazzo che guardava il mare.
Le giornate trascorrevano senza che io riuscissi ad alleviare il mio trascorso.
Poi, una mattina, mentre ero nella bottega del latte sentii due donne parlare della signora Mela:

“Povera Mela, non si dà pace” dissero “eppure sono passati già cinquant’anni da quando…” poi si interruppero, aspettarono di essere di nuovo sole e continuarono a parlare: “deve essere stato duro perdere i fratelli .. in quel modo poi. Quel giorno i tedeschi presero anche il padre, fu tremendo.. Li uccisero ognuno in una stanza della loro casa mentre sua madre la metteva in salvo”.
Le signore continuarono il racconto, mentre io ascoltavo, nascosta dietro agli scaffali, poi una di loro abbassando la voce confidò all’amica come i tedeschi avevano raggiunto anche la madre di Mela…

Non riuscii ad ascoltare altro.. e andai subito da lei.. la abbracciai.
Fra noi si strinse un patto d’amicizia eterno, scritto con parole rosse e laceranti, ma incisive come le rughe ben definite sul suo volto.

Da quel giorno, prendendo il tè all’aperto, rompemmo il silenzio. I nostri occhi si fecero forza all’unisono.

La signora Mela trovò il coraggio di aprire quelle porte rimaste serrate in tutti quegli anni e con il mio aiuto riappese le foto di famiglia lì dove erano sempre state.