Tra le cimase – Danny Labriola

Tra le cimase

di Danny Labriola

“Adele è pazza”.
“Adele sta male”.
“Adele ce l’ha con l’universo”.

Tutti parlavano di Adele che non parlava più con nessuno.
Il silenzio di Adele era esploso all’improvviso.
Il silenzio di Adele si fece rabbioso quando si accorse della spaventosa bruttezza oltre la sua finestra. Quegli orrendi blocchi di cemento aggravarono la sensazione di annegamento nata mesi prima.

Cara Valanga,
a poche settimane dal mio compleanno ti annuncio che sto per arrendermi.
Forse hai creduto che potessi davvero cambiare il mondo, almeno quello a stretto giro della mia finestra, ma di fronte all’aberrazione di fenomeni inspiegabili ogni sforzo diventa vano.
Sì, perché non è comprensibile come possano esistere tali oscenità architettoniche.
Perché si parla di progresso quando le uniche bellezze delle nostre città furono costruite in epoche lontane da popoli antichi?
Perché le chiese gotiche sono capolavori e quelle contemporanee mostruosità?

Ogni giorno Adele trascriveva parte del suo silenzio su un quaderno di carta riciclata che chiamava confidenzialmente Valanga.
Valanga era pieno di interrogativi, dubbi, quesiti, enigmi, misteri, rivelazioni, correzioni, problemi, richieste, rompicapo, indovinelli, ipotesi, esitazioni, cadute, risalite, elencazioni, enumerazioni, appunti, partenze, ritorni, sospetti, ombre, affanni, incertezze, rane, rospi e mele annurche.
Tutto scritto a matita verde, sempre mal temperata.
Valanga racchiudeva le origini profonde del mutismo ribelle di Adele.

Cara Valanga,
mi sento sempre più perseguitata da un linguaggio vuoto, che produce rumore senza comunicare. Ogni minuto dell’esistenza è contaminato da parole ed espressioni insopportabilmente ovvie e abusate.
Da oggi sarò figlia di Arpocrate, dio del silenzio. Giove mi strappi la lingua come fece con Tacita Muta. Forse solo il silenzio potrà sollevarmi dall’annacquata e maleodorante melma linguistica.
Non le sopporto più le opache verità e i messaggi vacui, per me il cappio si sta facendo troppo stretto.

Adele l’aveva definita “soffocamento da banalità”. Era l’ormai conclamata impossibilità di ingoiare parole che avevano smarrito senso e significato e che le procuravano cefalea e vomito. Parole che riempivano bocche e pagine e che lasciavano vuoto tutto il resto.

Cara Valanga,
sapevi che la Regione Emilia-Romagna opera per la rappresentanza trasparente degli interessi e per la coesione sociale?
E pensa, opera anche per preservare le risorse naturali a beneficio dell’intera società regionale e delle generazioni future.
È poi un sollievo sapere che l’impegno dei politici è senza se e senza ma e, a volte, persino a 360 gradi.
Sonno: ecco una parola autentica. Vado a dormire.

Adele aveva ascoltato, letto ed annotato. Aveva evidenziato, ritagliato e registrato.
Adele evitava di rileggere e riascoltare per non affogare in sinergie industriali e dinamiche economiche. Adele detestava le persone solari e i confronti costruttivi.
Adele sputava e taceva.

Cara Valanga,
da ieri sono di nuovo libera.
“Ti amo”, “ti voglio bene”, “mi manchi”, “tesoro”, “baci”, “sogni d’oro”: se questo è l’amore, allora io rinuncio.
Mi dimetto da fidanzata a tempo indeterminato, in attesa di novità.
“Come puoi lasciarmi? Hai un altro? Ho fatto tutto per te. Sei la mia vita. C’erano promesse e tanti progetti”.
Ma vaffanculo!

Adele voleva amare con fantasia e leggerezza, desiderava ironia, immaginazione e follia. Adele si era presa una cotta per il “vecchio Lonfo ammargelluto, che fa gisbuto”.
“Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce,
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta”.

Cara Valanga,
oggi ho conosciuto Fosco Maraini.
Respiro meglio. Buonanotte.

Adele stava per compiere diciannove anni e Tacita Muta stava per riacquistare la lingua. Adele aveva capito che il silenzio non bastava per salvarsi e che arrendersi era inutile. Una parola nuova: ecco l’idea, la soluzione, il segreto.
Era necessario riemergere e sconfiggere la noia “coi tuoi discorsi variopinti”.

Cara Valanga,
forse una speranza esiste. Forse la bellezza non è morta.
Montale mi chiede di cercare una breccia.
“Una parola nuova che ci possa salvare
e che ci tenga in bilico sul confine ideale
tra realtà e fantasia potrà,
anche se per poco, cangiare l’esistenza”.
Ecco Valanga, serve una parola nuova.

Per Adele la colpa non era di chi costruiva, parlava o scriveva, ma della lingua che utilizzava. Il colpevole era il linguaggio, che ci rende mediocri e artefici di mediocrità. Adele voleva inventare un nuovo alfabeto, inzuppare di sostanza verbi vecchi e ormai privi di significato, donare un linguaggio nuovo ad architetti, giornalisti, amanti, politici… Adele voleva rompere le categorie, uscire dalle convenzioni, rovesciare punti e virgole.

Cara Valanga,
esco. Ciao Cane.

Adele uscì poco prima di mezzanotte, percorse strade e vicoli, fermandosi sotto ogni palazzo e in ogni giardino.
Adele non ritornò, l’aurora era ormai vicina: rane, rospi e mele annurche stavano per sommergere il cemento, la valanga stava per travolgere la bruttezza.
Dalle finestre delle case delle nuove città, costruite con nuove parole, Adele avrebbe visto risorgere la bellezza, nell’azzurro, in alto, tra le cimase.

Adele non ce l’aveva più con l’universo.
Adele non stava più male.
Adele è pazza.