The thinking man – Ilaria Scaglianti

The thinking man

di Ilaria Scaglianti

Risveglio
L’uomo senza maschera alzò la testa.
Intorno a lui, tra i fumi densi, solo macerie di cristallo. Ogni cosa era distrutta, ma lui non si era mai sentito così pieno. La consapevolezza lo risvegliava da un sonno lontano.
“Ricostruire senza commettere lo stesso frettoloso errore”, questa la risposta che aveva ricevuto prima che tutto scomparisse.
Avrebbe camminato e ricominciato a parlare agli altri uomini, tutti diversi, preziosi con il loro idioma e il colore della pelle dalle sfumature più svariate.
La notte stava per sopraggiungere. L’uomo senza maschera si rannicchiò vicino al vecchio castello aspettando che le stelle abbracciassero la fitta coltre bluastra sopra la sua testa.
Quando il destino del cielo si compì, sopraggiunse il riposo del guerriero.
Immobile nel silenzio di rovine luccicanti, cominciò nella mente a ricostruire quanto era accaduto. Era una storia che iniziava da molto lontano.
Quelli che si ripetevano erano anni polverosi, pieni di uniforme sterilità.
Come un tappeto d’inchiostro, la città di Arianna, si adagiava su pendii profanati dell’antica bellezza. Aride e dal profumo di cenere, quelle colline erano diventate fredde e inospitali all’uomo. Tutt’intorno alla ruvidezza di quella città, il re di quel tempo, aveva fatto costruire una bolla protettiva in cristallo.
Meraviglia del genio umano, la bolla rinchiudeva gli abitanti, proteggendoli dall’aria esterna resa irrespirabile dal progresso e dal loro radicato desiderio di ricchezza. Riparati fra pareti trasparenti e fragilissime i Dominanti conducevano la loro vita. Schiavi inconsapevoli.
Si sentivano al sicuro là dentro. Il cristallo manteneva gli uomini in una sorta di folle isolamento, convincendoli del contrario.
L’aria malsana non li avrebbe contagiati, infettando corpo e mente; gli estranei sarebbero rimasti fuori, distanti.
Approdati molti anni prima nelle rigogliose terre di Arianna, quando ancora il sole scaldava le schiumose pozzanghere di fango e le chiome delle giovani fanciulle sventolavano allegre, come bandiere di luce, gli stranieri erano stati accolti con diffidenza, ma la curiosità sulle loro storie aveva vinto le incertezze.
Dopo i primi tempi, necessari alla conoscenza, neutri e pigmentati, così iniziarono a chiamarli, convivevano apportando i propri saperi ad Arianna, facendola crescere. Tutti erano necessari e la completezza di quel luogo aumentava, perché maturava il seme del rispetto per la diversità.
Nuovi costumi, balli, feste e rituali si srotolavano tra le montagne di Arianna, in un convivio culturale di pacifica convivenza.
Nulla destò la quiete fino a quando un neutro si ammalò. Fin da subito molti dubitarono si trattasse di una magia. Il neutro vagava pigramente per tutta la città senza trovare pace, stanco e privo di voglia di reagire. La strana malattia lo stava svuotando, avvicinandolo di più al suo io interiore. Voci provenivano dalle cavità del suo corpo, rumorosi crampi gli stritolavano le budella, facendolo contorcere in spasmi di disgusto. Destinato al continuo tormento causatogli dalle voci interiori, il saggio dei pigmentati lo accompagnò in cima al cappello di Arianna, denso di fumi e vapori botanici, per curarlo con la propria medicina. Per giorni sparirono insieme, addentrandosi tra il fogliame bruno, perdendosi in allucinatori incontri e presagi di morte. La natura li avvolgeva con le sue possenti braccia. I rami torvi e inguainati dal verdastro muschio lasciavano intravedere il sentiero, che faticosamente rincorreva la luce del mattino. Vissero dentro a quel ventre umido e velenoso per mesi, forse anni, tanto che persero la cognizione del tempo.
In comunione con la natura e attraverso rituali magici incontrarono la medicina dei padri.
La fusione totale con l’ambiente circostante permise all’uomo neutro di dimenticare completamente la malattia che lo aveva ossessionato nei mesi precedenti. Conobbe finalmente l’animale che dormiva nelle sue viscere, dialogò con lui e lo fece affiorare lentamente.
Attraverso quel cammino, la lama bollente della conoscenza lo aveva percosso, risvegliandolo da quella sonnolente vita che mai più avrebbe potuto condurre su Arianna.
Neutro e pigmentato camminarono a lungo fianco a fianco tanto che le impronte mescolate dei due uomini si persero, inghiottite dalla terra fangosa. Testimoni immobili, i tronchi rigonfi d’acqua proteggevano le loro anime, ma mai nessuno trovò i loro corpi di uomini. Hai pigmentati fu data la colpa della sparizione del neutro e da quel momento furono allontanati da Arianna.
L’equilibrio tra le due etnie si era incrinato e con esso Arianna, che cominciò rapidamente a mutare. Presto i neutri temerono qualsiasi contatto fisico con i pigmentati. L’idea di proteggersi ossessionava a tal punto il loro re che fu inventata la bolla di vetro.
Relegati ai margini del mondo furono ben presto dimenticati.
Erano stati il colore della pelle, la lingua e i loro costumi, a farli diventare creature troppo insidiose. Secondo i Dominanti, Arianna stava diventando una città impura, dove i caratteri, gli ideali e sopratutto le regole venivano continuamente messe a dura prova.
Eclissi
Perso nella notte, solo un affilato brusio si staccava dal chiacchiericcio della massa. L’uomo senza maschera era di nuovo lì, tra le spoglie di un sogno fattosi realtà. Oggi più audace che in passato.
Si osservò le mani e con quelle toccò la sua stessa pelle, fredda e vera. Sulla linea della memoria ripercorreva a ritroso cosa ne era stato del suo Pianeta. Arianna, così fragile e pura, dove gli equilibri tra uomo e natura convivevano in perfetta simbiosi; Arianna trasformata in una bolla rigonfia di aria artificiale.
Si aggirava per le strade della capitale, con gli occhi di chi è sveglio da un po’ e vede bene la strada davanti a sé. Uno dopo l’altro sfilavano silenziosi i Dominanti.
Quel nome di cui si erano fregiati solo perché rimasti gli unici su Arianna, risuonava sordo e ridicolo nel labirinto dei suoi pensieri.
Anche lui doveva essere un Dominante, peccato che nessuno glielo avesse chiesto. Con l’esclusione degli stranieri la disciplina su Arianna si era fatta più dura, atta a preservare la tradizione. Da quando era tornato in città aveva abbracciato di mala voglia quei cambiamenti che ora rimescolavano la sua vita, imponendogli precisi comportamenti.
Tra questi l’obbligo di indossare dei costumi ben particolari per ogni occasione, chiaro segno distintivo di potere e della posizione che ciascuno ricopriva all’interno della società.
Tutti erano chiamati ad attenersi al codice, nessuno escluso.
Pur nella particolarità e nella vivacità di colori degli abiti, nei trucchi e nelle acconciature, i Dominanti risultavano essere tutti uguali.
Sui loro volti era raro scorgere emozioni, repentini cambi di umore, lampi di follia nei dei loro cuori e fiamme dai loro occhi.
“Ipnotizzati camminano, senza una vera direzione: quella della consapevolezza” – pensò l’uomo senza maschera, che ora assaggiava chiaramente l’anestetico che contagiava i Dominanti.
Aveva deciso di curare la malattia che lo stritolava, in fusione completa con le sue origini. Avvicinandosi in modo totale alla terra che lo aveva visto nascere e che aveva ancora tanto da insegnargli. Pronto ad ascoltarla, partiva con grande serenità lasciando Arianna. Ora dopo quel periodo passato lontano, tornava, ma ad attenderlo, non visi amichevoli e abbracci di un tempo lontano, solo abbrutimento e la totale perdita totale di personalità.
Con occhi attenti, si cibava degli usi e costumi dei Dominanti, cercando lì una fragilità su cui puntare la mira, con un atto che avrebbe risvegliato le loro coscienze.
L’occasione arrivò puntuale, come un dardo scoccato all’ora stabilita.
Si trattava della festa rituale in saluto al Sole. Tutti i Dominanti vi avrebbero partecipato, mostrandosi splendenti nei loro costumi.
L’audace guerriero raggiunse il castello quando ancora il cielo si mostrava con la porpora e l’indaco della notte.
Con il cappello calato sul viso, entrò nella sala reale del castello, dove si stava svolgendo la festa. Quando le porte intagliate in avorio si aprirono, ai suoi occhi si mostrò l’inferno tramutato in paradiso.
Donne fulgide nei loro abiti dei colori bruniti del sole, erano cosparse di gemme preziose e sorrisi svelati in rosso. Gli uomini, stretti ai loro calici, brindavano al saluto del nuovo anno solare, abbigliati con le pesanti onorificenze di medici, avvocati e ingegneri.
Tutti indossavano la maschera. Una seconda pelle lattiginosa e candida, cingeva i loro occhi, il naso e gli zigomi, confondendone le vite e le storie.
Obbedienti e fedeli, i Dominanti si muovevano nel teatrino di carta che il re aveva costruito per loro.
Un piccolo ometto a metà strada tra il marajà indiano e il santone greco ortodosso. Opulenze dorate poggiavano sul suo collo e sulle dita nodose facendolo somigliare a un sonante albero della cuccagna. La pelle scura contrastava con l’appiccicoso candore della maschera che lasciava intravedere gli appuntiti lineamenti mal distribuiti, sul volto paffuto e bonario. La sua attività di regnante si risolveva unicamente al ludico ed effimero piacere di fare musica. Anche quella notte si trovava mollemente impegnato a intrattenere i propri ospiti con la sua arpa. L’uomo senza maschera guardingo, attendeva l’ora propizia. Facendosi scudo con la penombra preso coraggio e si sistemò al centro della sala. Per un momento tutto proseguì senza mutare, poi la maschera del guerriero cadde, svelando il volto di colui che sembrava sparito per sempre. Il mostrarsi vivo e in perfetta salute di quell’uomo che tutti credevano risucchiato dal male della diversità, fece nascere il dubbio nella mente dei Dominanti. Fu la confutazione a mettere per la prima volta in discussione tutta quella vita apparente che stavano vivendo. La bolla si incrinò, prima solo lievemente, poi quando crescevano le domande e gli interrogativi, sempre di più. Cedette sotto il peso della coscienza risvegliata e si frantumò in schegge di pianto liberatorio.
Per un attimo fu il caos. Una colonna densa fumo si levò alta sopra le teste di tutti, avvolgendoli come un abbraccio di materno. Arianna respirava di nuovo.
Nuovo ossigeno per progredire nella storia.
Le maschere si squagliarono mostrando occhi, che come sconosciuti, si incontravano per la prima volta.
Dopo quella notte furono i sorrisi a tessere nuove geometrie di convivenza.
L’uomo senza maschera era soddisfatto, partiva nuovamente lasciando Arianna, verso un nuovo cammino di verità.