Ritorni – Eleonora Parisi

Ritorni

di Eleonora Parisi

Alle anatre del Central Park South,
a chiunque sappia dove vanno
quando il laghetto gela.

Tre anni in Italia e ancora non ha capito come si lava la moka. L’ho vista che la tuffava nella vaschetta del lavello piena di schiuma. Ora si spiega lo strano sapore che abbiamo dentro al latte.

Tre anni in Italia e ho passato con i miei figli in tutto quattro mesi e due settimane. Conto i giorni in cui non li accompagno a scuola, in cui non cucino per loro, in cui non li sento respirare piano prima di dormire anch’io. Quando li sogno ridono, e mi parlano in ucraino.

Dopo l’esame di martedì voglio scendere a casa, senza caffè al sapone. Qui il mangiare è del discount e odora aspro a buon mercato. Niente somiglia alla spesa di mia madre. L’aglio che compra lei non si brucia mai. Davanti ho come le foto della nostra cucina: il forno il frigo la finestra. Ogni cassetto, ogni scaffale, ogni sportello. Da vent’anni le cose sono allo stesso posto.

Sara ha vent’anni ma le affido volentieri tutto il bucato quando non ci sono. Sa già che i vestiti e le lenzuola bianche hanno bisogno di acqua molto calda, altrimenti marciscono di ruggine gialla e grigia. Le deve aver insegnato sua madre.
Alla sua età io ero appena sposata e incinta per la seconda volta. Lei invece studia e anche se ama un uomo preferisce vivere qui con me, dividendo la sua salsa di pomodoro dalla mia (troppa cipolla) e il poco spazio vitale del congelatore. La carne macinata sta in basso, asfissiata dal sacchetto sottovuoto. Yuri è senza lavoro, di nuovo. Devo portarlo qui ad ogni costo.

– Katia, per quanto potrai resistere?
Ferma la forchetta di pasta sopra il piatto. Niente domande dirette, di solito. Oggi infrango la regola mentre mangiamo. Negli ultimi mesi ha lavorato come una bestia, da domenica a domenica senza sosta.
– Domani devo proprio andare perché mi hanno già pagato le ore di dicembre, – la risposta giusta sarebbe urlare di fatica,
– ma sono fuori per le undici. Non perdo l’aereo.
Se l’appartamento è in ordine si pulisce in fretta.
– Quanti chilometri sono?
– Duemila fino a Kijev. Arrivo di notte e mi fermo. L’appuntamento in ambasciata è giovedì mattina presto, però sono preoccupata perché Yuri mi ha chiamato e dice che nevica forte da noi. Ci vogliono dieci ore da casa mia a Kijev. Lui e piccoli vengono con bus.
Le regole per il ricongiungimento familiare ora sono più complicate: è necessario registrare due volte le impronte dei bambini. Se le strade si bloccheranno come ad ogni nevicata, dovrò aspettare ancora. Aggiungere altro tempo al tempo infinito per ottenere il permesso di vivere con i miei figli.
– La prossima settimana vado via anch’io. Se puoi, fammi sapere com’è andata.
– Da.

Una coppia di ombrelli è incastrata sotto il tettuccio corto di un telefono pubblico. Un uomo calvo con un impermeabile chiaro s’è piegato su una donna senza testa, che compone il numero stretto nell’altra mano.
L’ombrello più basso parla forte: Gioia mia! Ancora siamo in stazione. A Milano i treni sono bloccati, non sappiamo se riusciremo a partire. Quando senti questo messaggio richiamami che tuo padre…
L’ombrello più alto mi guarda. Prima di voltarmi veloce vedo solo le sue scarpe nere, tra le pozze di neve pestata. Ora piove pesante. Sento i fianchi sfaldarsi nella prima mestruazione. Ferro filato nelle cosce. Già il secondo Natale in cui viaggio per tornare dai miei genitori. Da quando studio fuori, niente è più dato per scontato e il tempo insieme a loro è atteso e voluto. Io sono un loro investimento. Quasi una scommessa in un’esistenza autonoma, diversa. È come se mi pagassero per imparare a fare a meno di loro quasi del tutto. Per starmene a distanza. Per smettere di essere solo figlia e diventare persona.
Si contraggono le dita dei piedi negli scarponi. Sul piazzale dietro i binari due gradi sotto zero. Il tabellone luminoso segna 150 minuti di ritardo. Aspetto.

Sono sola. I bambini giocano fuori con la neve dura. Hanno aspettato tre giorni prima che potessi lasciare Kijev e scendere da loro. Yuri non ha neanche provato a mettersi in viaggio. Entro Febbraio proveremo di nuovo, prima che la nostra richiesta possa scadere. Allora saremo riuniti, sarà Natale ogni sera. Preparo la kutia, liquida e tiepida, una scodella a parte senza uvetta per il mio piccolo Misha. Ora non vuole che lo chiami più così. Ho otto anni e un nome solo: Mikhail, dice. Quasi non mi parla. I miei bambini sono cambiati. Ritorno a casa e mi si muovono contro, lontani, opposti. Girati di schiena. Non mi pregano più di restare, sono convinti che partirò ancora. Ancora. Ancora. Ma non ho più la forza. Sono sola. Finché non li potrò portare con me, finché non potrò essere di nuovo una madre e moglie vera. Cos’altro? Rimanere qui senza lavoro, senza istruzione. Per finire con Mikhail arruolato nell’esercito e Nadia incinta a quindici anni, come me. Tanto varrebbe abbandonarli tutti.

Il corridoio si apre al grande buio. Il vecchio anno finisce mentre salgo le scale di casa e l’acqua lontana si illumina a scatti. Ogni paese sulle sponde ha la sua festa di fuochi. Scoppi colorati e muti, sopra il limite dell’orizzonte segnato dal Trasimeno. Una sera d’estate da questo balcone ho pianto, giurando rabbiosa che me ne sarei andata di qui. Questo lago oggi mi manca, ma di una nostalgia dolce e calma.
Dopo tre giorni di battaglia con le ferrovie italiane sono riuscita a salutarlo ancora. A stringere i miei vecchi per coccolarli come bambini, cancellando i segni del sacrificio che così spesso ho paura di tradire. Con loro mi sento libera. Libera. Perché posso ritornare a casa quando ne ho bisogno.