Rilassati Eva – Norma Amitrano

Rilassati Eva

di Norma Amitrano

La visione sarebbe giunta entro un massimo di 5 minuti.
Ne era certa: la sentiva rintoccare sulle punte delle dita, fra i solchi brucianti delle sue impronte digitali che stavano inesorabilmente cambiando colore. Avvertiva voci ammantarsi d’incenso, perché, per una sua qualche convinzione, immaginava che una visione dovesse avere il sapore innalzante e solenne del legno bruciato e dell’erba secca, e circondarla di un sacro terrore che la affossava sulla sedia.
Sarebbe stata maestosa ed epilettica, avrebbe dato sfogo a gradazioni di colore inintelligibili, lei avrebbe visitato luoghi sconosciuti, e afferrato concetti che la sua mente mai aveva osato avvicinare.
Avrebbe conosciuto l’Indaco.
Strinse all’inverosimile gli occhi, che erano già rilassati e chiusi come veniva richiesto, e si costrinse a respirare. Incapace, si diceva, finisci sempre in apnea, lo vedi? Non sai tenere il controllo.
La testa cominciava seriamente a girare – chiaro segnale del sopraggiungere di Colei che si faceva attendere – quand’ecco, li vide, appena accennati, velocissimi, fulminei, in un angolo del cervello che non si era concentrato: quel paio di occhi ridacchianti, che subito fuggivano via.
– Ma no! No, non è possibile, ancora? – in un gracchio incazzoso, lo sbriciolamento meteoritico di un’intera giornata di meditazione, nervi saettanti, spuntare di pulsanti vene su lati impensati della testa. Visione bruciata, ancora una volta. Solamente il profumo, ormai insistentemente legnoso, dell’incenso continuava a sibilare altezzoso dal suo bastoncino all’altro capo della stanza.
Si alzò, brusca, considerando il fatto che forse non avrebbe dovuto starsene occidentalmente seduta su una sedia, che la posizione migliore per vivere un così importante momento fosse mettersi a gambe incrociate in terra, come aveva visto fare a Sarah quella volta al mare. La vera visione. Era di una bellezza soave, aveva notato, così immersa in se stessa che pareva levitare. La invidiava con un’ammirazione caparbia, sbatteva la testa contro il suo Non-essere-come-Lei. Anche se, l ‘aveva solo pensato, con ottima probabilità il suo sinuoso fluttuar di medusa cosmica era dato dagli sbuffi lattescenti e vaporosi delle vesti che aveva indosso.
Dalle finestre, la luce smorta e un po’ triste del primo pomeriggio invernale le diceva che era ora di mettere addosso qualcosa di sufficientemente comodo e andare a lavorare. Ma non aveva nemmeno completato il suo disegno! Le terre colorate sbriciolate sul tavolo ancora la guardavano. Le mani erano incrostate, la sua maglietta era piena di macchie, anche la faccia lo era. Il foglio no, il foglio era bianco, e avrebbe dovuto consegnarlo, vissuto e iridato, quella sera alla riunione.
Incapace. Idiota. Sempre così, concludeva.
L’aria di fuori la spaventava, ma l’aria che c’era in quella stanza la stava irritando, e forse al momento, tra le due emozioni preferiva quella del terrore puro. Decise che la maglietta spruzzata di colore le donava un aspetto un po’ naif e che ai bambini sarebbe piaciuta. Pur di cominciare la lezione sentendoli ridere, voleva correre il rischio di regalare loro un po’ di distrazione. Come se poi ne avessero avuto bisogno.
Il caos carnevalesco che si immaginò al suo ingresso nell’aula la elettrizzò, e per la prima volta si accorse di sorridere serena all’idea.

– Rilassati Eva – la voce di Sarah scorreva in rivoli frizzanti sulle sue tempie, mentre se ne stava stesa sul tappetino azzurro, gli occhi serrati come pugni che vogliono difendersi. – Quanto sei tesa, dovresti vederti! – Zampillava, Sarah, spruzzava l’aria di risate fresche, scivolava danzando fra le teste degli aspiranti meditatori e la sua gonna veleggiava con lei.
Eva non tentava di celare in nessun modo l’avversione che provava nei confronti dell’espressione “Rilassati”, soprattutto se si trattava di un preciso ordine da rispettare. Da parte sua, Sarah amava particolarmente far scrosciare imposizioni, addolcendole col mormorio cullante della sua voce.
Rilassati…chi c’era oggi con quegli animali,io o lei? Io, mi pare.
Una mandria di gnu migranti, ecco chi l’attendeva in classe quel pomeriggio. I sorrisi, la serenità, quell’orribile maglietta sporca che aveva messo per farli divertire, una volta entrata in aula avevano fatto la fine dei gessetti colorati che giacevano ignari e sbriciolati sul pavimento: calpestati, frantumati, resi polvere e fumo.
Si era preparata, raggiungendo quasi l’esaltazione, alla presentazione di un nuovo, coinvolgentissimo argomento: la prima coniugazione del presente indicativo. La mano che ricamava la lavagna aveva provato l’ebbrezza della paresi appena si era accorta che alcuni di loro non riuscivano a leggere il corsivo. Le era toccato ripartire dall’alfabeto. Ma oltre alle novità giornaliere, era quello un ambiente che amava tenere vive le tradizioni: all’intervallo scoppiò la consueta lotta per accaparrarsi le patatine, le quali subivano brutali martiri prima di cadere, esanimi, al suolo. Per fortuna c’era Omar che l’aiutava sempre a pulire, alla fine.
E ora si doveva pure rilassare…
– Mi spieghi almeno cosa hai fatto? – le chiese Sarah frenando la sua danza e sedendosi accanto a lei. Eva ringhiò qualcosa come “I bambocci” e Sarah rise – Ma dai! non mi dicevi che ti piaceva tanto questo lavoro?E poi i bambini sono bambini: hanno bisogno di sfogarsi. Lasciali giocare un po’ .
– E’ proprio questo che fanno: giocano. In tre mesi l’unica parola d’italiano che hanno imparato è scoreggiare!
Sarah si stava strozzando con la sua stessa risata – Porta due percussioni domani. Un po’ di ritmo! I bambini lo sentono più di noi, non hanno tutti i nostri blocchi mentali. La musica vi scioglierà – e si alzò, pronta a richiamare l’attenzione della sala. Placò il ruscello gorgogliante che la faceva danzare e prese le sembianze, miti e placide, di un lago termale giapponese. Respirando all’unisono, tutti i membri del gruppo si sedettero a gambe incrociate, la schiena eretta, la mente spogliata da ogni negatività.
– Per stasera avevate un compito speciale. Spero che tutti vi abbiate dedicato il giusto tempo – erano bolle le parole che piano piano sillabava, liquide, tonde e rassicuranti. Alzando lo sguardo se ne poteva seguire l’ascesa leggera, la scomparsa lieve, priva di affanni, insensibile agli stridori, e davvero erano tutti con gli occhi sospesi mentre parlava – Quando l’ho fatto per la prima volta- continuò – ho sentito nascere come un fluido nel cuore. Mi ha attraversato la mente, ha percorso le mie dita e io ho preso a disegnare. In quello stesso momento il fluido, come un balsamo, mi è sceso sugli occhi e ho avuto la visione .
Il tripudio di bolle che si stava raccogliendo sul soffitto della sala scoppiettò in una serie di sommessi Oh e fu un improvviso sfarfallar di fogli cangianti e di profumate anime dipinte.
Bene, l’hanno fatto proprio tutti. La bolla che si era aperta sulla testa di Eva doveva essere l’unica ad aver esploso acqua fredda. Stefania,addirittura. E io che contavo sulla sua nullafacenza…
– Provate a chiudere gli occhi e a lasciare il mondo e le sue brutture fuori dalla vostra mente, ascoltate il battere del vostro cuore, il pulsare del vostro stomaco, vero propulsore delle emozioni. Non siamo più abituati ad ascoltare i suoni e gli odori della natura. Fatelo. Liberate i colori della vostra anima – Questo era stato il radioso discorso di Sarah alla precedente lezione.
Già con “Cucina la tua anima” Eva aveva avuto una piena crisi di coscienza. Immaginava che la sua anima fosse semplice e non aveva trovato nulla di più vicino alla semplicità di una torta di mele. Ma nella preparazione del dolce aveva usato le uova e il burro e così la torta, il giorno della consegna, restò ad ammuffire solitaria sul tavolo, fra le ciotole di cous-cous vuote e le bucce di frutta biologica. Comprese così di non essere semplice e di non sapersi cucinare. E adesso chiedevano colori. Ma che colore poteva mai avere la sua anima?
– Bianca!- uno dei presenti osò intaccare l’aria resa pura dalle bolle di Sarah – Eva, la tua anima è lo splendore, l’illuminazione: è bianca – qualche mormorio estatico si alzò attorno all’illibato disegno di Eva -Bianca è la luce! Bianca la purezza! Bianco lo stadio più alto della meditazione! – Eva stava per cedere alla tentazione di confessare che sì, aveva realmente avuto la visione definitiva, quella che l’aveva avvicinata allo splendore delle divinità.
– E cos’hai visto?- lo scoglio affilatissimo della voce di Sarah infranse tutti gli sciaquii di santità in cui Eva si stava battezzando. Non rispose, la guardò. L’espressione furente negli occhi di Sarah non era quella che ci si sarebbe aspettati da lei al cospetto di un’anima bianca.
– Eva, sul tuo foglio non c’è niente. Tutti sono riusciti a vedere qualcosa. Tu devi sempre fare di testa tua, vero? Non hai visto perché non vuoi vedere – Era interdetta Eva, non capiva. Lo scoglio si era tramutato in promontorio minaccioso e la oscurava.

Era un’estate svogliata, quella in cui Eva, strascicandosi tra una spiaggia e l’altra, aveva conosciuto Sarah, e le sue emozioni fossili si erano sgretolate. Ballava, quando la vide, circondata da musicisti febbricitanti. Il ritmo delle percussioni era irresistibile, era diretto allo stomaco, alle viscere, alla pianta dei piedi nudi. Era gioia non controllata, era la sua criniera di capelli corvini, il suo sguardo di animale selvatico. Eva si lasciò ipnotizzare dalle pose sinuose e saettanti delle sue mani. La musica risvegliava in lei una sorta di spirito tribale che non pensava le appartenesse, ma la danza di Sarah era elegante, sofisticata, ricercatissima. Non vi era passo o scampanellata di braccialetti che fosse casuale, non vi era giravolta che lasciasse spumeggiare un numero non premeditato di lembi di vestito. Il viso era altero, serio, concentrato. Consapevole.
– Come fai a ballare così? – fu il modo in cui si presentò e Sarah decise che Eva era perfetta per entrare nel gruppo. Non aveva le mani abbastanza grandi o forti per prendere a schiaffi la pelle dei tamburi, né l’estroversione e l’esuberanza per ballare sinuosa a piedi nudi in spiaggia, ma era scossa da un nervosismo pallido che Sarah trovò perfetto per la meditazione.
– La prima regola è respirare con la pancia. Lascia stare quelle spalle – Fu uno dei suoi insegnamenti quella sera, sedute a gambe incrociate sulla sabbia – Se ti lascerai cullare dal respiro arriverai a conoscere il tuo io più profondo…e piano piano…la vedrai!- Così Eva, entrando nel clan, fu presa sotto la sua protezione, e seguì tutte le sue lezioni con un impegno che le faceva scoppiare le tempie. Non lo voleva ammettere ma col passare dei mesi si accorse che non solo non meditava, ma che le sue spalle, mai placate, pretendevano arrogantissime di continuare a condurre la respirazione.

Dopo l’ultima riunione, l’espressione “Rilassamento” aveva fatto la definitiva scomparsa dalle sue ambizioni. Sarah le aveva imposto nuove meditazioni e le aveva compilato una dieta speciale da seguire “senza tutti quei formaggi che mangi tu”. Era il suo modo per dimostrarle che l’intransigenza della disciplina non aveva certo intaccato la loro amicizia. Una volta arrivata a casa, il foglietto e la dieta, a cui non aveva dedicato nemmeno uno sguardo, furono gettati via nell’allegra forma del coriandolo. In tanti piccoli pezzi stizziti, invece, fecero la loro ultima, odorosa comparsa i bastoncini d’incenso che proprio Sarah le aveva regalato. Ne stava probabilmente diventando allergica.

– Io ascolto, tu ascolti, lui ascolta… – Eva calcava la vocale finale con la stessa forza nella voce e sulla lavagna. Il silenzio e l’attenzione quasi la inquietavano, ma il sopraggiungere, prima cauto, poi sempre più esuberante, di un orgoglioso sgranocchiamento di biscotti le infuse sicurezza. Si commosse sul “Noi ascoltiamo” pronunciato con voci altisonanti dall’intera prima fila, e decise di sorvolare sul fatto che il bolo prodotto dai suddetti biscotti stesse partecipando attivamente all’atto della fonazione. -Voi?- -Ascoltate – il coro era pronto e sembrava avere desiderio di cantare ancora. Era quieta e ridente, alla fine della lezione, quasi avrebbe improvvisato con la scopa un valzer di briciole e gessetti.
Mentre tornava a casa si fermò davanti alla saletta dove, fino a due settimane prima, si riuniva col gruppo di meditatori. Sapeva che Sarah e qualche altro adepto passavano la maggioranza del loro tempo in quella stanza dalle pareti arancioni, a preparare eventi, a liberare l’anima dalle sue scorie. Restò ferma sulla soglia. La sala era in penombra, impregnata dell’odore dei corpi che si stavano imponendo contorte posture. Ne fu quasi soffocata. Sarah era voltata di spalle, i capelli legati avevano l’aria di una bestia domata. Non disse niente, Eva, ma Sarah la sentì.
-Torni fra noi?
-No Sarah.
-Peccato .
-Sarah…non voglio più provare a essere te .
Eva la immaginò innervosirsi, poi distendersi e sorridere.
-Sei libera .
A suo modo, una benedizione. Eva uscì senza salutare.
Non si lamentò del freddo e la pioggerellina la solleticava senza infastidirla, anzi, la città, squadrata fra goccia e goccia, si scomponeva in riflessi nuovi, curiosi. Stava passeggiando tra le vie ciottolate del centro, quand’ecco…li vide, velocissimi, fulminei: quel paio d’occhi ridacchianti…che subito fuggirono via…
Avevano svoltato l’angolo e lei li inseguì, sorpresa, quasi affannata.
Vide una mela volare via dalla cesta di frutta di una bancarella, poi il suo giubbotto rosso troppo grande per lui e i capelli ricci arruffati per l’umidità.
-Omar! – chiamò. Il bambino si voltò per un attimo, le gote come due ciliegie da prendere a morsi.
– Ci vediamo domani prof- le parole scandite piano, una a una, tutte corrette, con grande attenzione per il verbo, perfettamente coniugato al presente indicativo.