Rattà – Margherita Molinazzi

Rattà

di Margherita Molinazzi

“Sta a sentì” spalancò gli occhi grigi, piegò la testa verso di me appoggiando i gomiti sul tavolo. Aveva il solito sguardo da bambino invecchiato che sta per fare una marachella. Sorrisi in anticipo sapendo che l’avrei assecondato qualsiasi cosa mi avesse detto.
“Ho un segreto da dirti”. Cominciò a parlare puntando il grande indice all’altezza del mio naso.
Nonno Valdo era abbastanza alto da farmi venire il torcicollo quando lo guardavo, aveva orecchie da imbuto difettoso, un buffo naso da tirare e bianchi capelli sempre in ordine. E le mani..solide come una quercia con dita centenarie ricche di una linfa ancora frizzante.
Con quelle mani mi ha insegnato le tre cose fondamentali: contare, leggere e giocare a carte.

“Stanno arrivando gli extramondisti” sussurrò all’aria di quel primo pomeriggio.
Non feci in tempo a deglutire che il respiro si bloccò in gola, finché una voce uscì dalla bocca. “Gli extramondisti?”.
Valdo annuì lentamente, fiero per avermi stupito. Quando capii che non stava scherzando, dissi preoccupata. “Nonno, hai le allucinazioni?”.
“Macché Matilde”, esclamò con voce euforica. ”A breve lo sapranno tutti, ne parleranno alle televisioni, alle radio, agli altoparlanti in strada..”.
Mangiata dalla curiosità, decisi di credere e seguire le rotelle svitate della testa di nonno Valdo.
“Ma chi sono?”.
“Quando arrivano?”.
“ Ma che vogliono dal nostro mondo?”.
“Prendi respiro Matilde”. Sorrise fino a scoprire il dente che gli mancava.“Stammi a sentire”. Per un secondo tutto si fermò, come se l’intero mondo lo stesse ascoltando.“Vengono dall’angolo opposto dell’Universo. Un abisso di spazio vuoto ci separa e due differenti soli ci riscaldano”. Quei fari grigi dei suoi occhi riflettevano la paralisi della mia bocca semichiusa. “Ma sai qual è la cosa incredibile?”, ebbe un attimo di esitazione per poi dire, “gli extramondisti sono praticamente uguali a noi”.
“Ma come?”, domandai delusa.
Me li immaginavo già: viscidi, squamosi, di un colore disgustoso e di una forma improbabile..invece questi erano uguali a noi. Ma che extramondisti erano?
Bevvi un sorso d’acqua per abbassare la temperatura del corpo invaso da punti interrogativi; poi tornai all’attacco. “Nonno, come fai ad avere queste informazioni?”.
“Il Bar Par”. Si stupì della domanda quanto io mi sorpresi della risposta.
“Vado là facendo finta di leggere il giornale e intanto ascolto i discorsi delle persone. Al Bar Par ne parlano tutti. Ho sentito che vengono da un pianeta che si chiama…”
Strizzò gli occhi cercando la parola nascosta dietro ai neuroni del cervello, finché questa non uscì tutto di un fiato “RATTA’. Ecco come si chiama”. Fece una pausa per riprendersi dallo sforzo celebrale per poi continuare. “Gli extramondisti che stanno arrivando sono gli ultimi a scappare dal loro pianeta, tutti gli altri, i più ricchi si sono già rifugiati in altri mondi con più risorse delle nostre”.
“Ma da cosa fuggono?”.
“Sono molto più avanzati di noi, ma a quanto pare tutta questa tecnologia sta uccidendo il loro mondo. Le guerre si sono accese su tutta la superficie della Terra.”
“Terra? Cos’è nonno?”
“Matilde, te l’ho detto due secondi fa. E’ il loro pianeta. Ascoltami quando parlo.”
“Ma nonno, mi avevi detto…va beh, non importa”.
Continuò. “Il problema è che molti li vedono come quelli che ci deruberanno soldi e lavoro. La Guardia Nazionale ha comunicato che respingerà gli extramondisti trovati nello spazio, mentre la nostra piccola regione Vestras ha dichiarato che cercherà una sistemazione a coloro che riusciranno ad arrivare fin qui. Chissà poi se lo farà…le parole sono sempre facili da pronunciare”.
Fece una pausa per poi riprendere. “Se resteranno sulla Terra moriranno. Che mondo è Tabar se permette tutto questo?”. Spostò per un momento lo sguardo verso l’angolo della stanza come se un piccolo televisore stesse proiettando la sua vita passata in bianco e nero. Per qualche istante abbandonò lo sguardo da bambino per entrare nella veste di adulto. Le poche volte che lo faceva mi metteva un po’ di tristezza, ma allo stesso tempo sapevo che in quelle occasioni dovevo diventare una piccola spugna da bagno pronta a prendere volume da quelle parole bagnate.
“Dai nonno, non essere così tragico”. Presi tempo cercando un modo divertente per distrarlo. Non riuscivo a vederlo così triste. Finalmente mi venne un’idea geniale. “Perché non andiamo a vedere l’arrivo degli Extramondisti con la tua lambretta del 210?”. Alzò lo sguardo è ritornò bambino. Scattò in piedi dimenticandosi di avere l’artrite alla schiena.“Andiamo Matilde. Chissà se funziona ancora la mia vecchia bambina..”.
Sfrecciammo verso sud, il vento mi allungava i capelli. Mi strinsi al nonno appoggiando la guancia sull’arco curvo della schiena.
Valdo rallentò. Io aprii gli occhi e vidi un muro di poliziotti. Sembravano loro gli extramondisti da quanto erano imbacuccati. Con voce robotica dissero che non potevamo passare per questioni di sicurezza.
La delusione stava sgonfiando la tensione nel mio corpo quando il nonno mi tirò per un braccio verso la collina del “Gran Cappello”. Salimmo in cima in punta di piedi come se da un momento all’altro si dovesse svegliare il gigante a cui stavamo calpestando la pancia. “Nonno è illegale quello che stiamo facendo, vero?”, domandai prevedendo già la risposta. “Sì, ma sono tutte cavolate Matilde”. Sorrisi in silenzio e continuai a camminare.
Saliti sulla collina la nebbia sospendeva in aria il “Gran Cappello”.
Lo aiutai ad appoggiarsi su una roccia e mi sedetti al suo fianco. “Accogliamoli almeno noi”, disse affaticato dalla salita.
Si tolse il cappello, appoggiò i gomiti alle ginocchia e guardando una linea in lontananza disse. “Ricordi che ti ho parlato della guerra che era scoppiata nel nostro paese? Io ero piccolo quando la mia famiglia è fuggita in un posto più sicuro dove stare..era diritto per di là”. Alzò il braccio ed indicò il cielo.
“Quanti ricordi..”, distese le rughe e tornó in pochi istanti ragazzino.
Si giró verso di me e proseguí. “Quando siamo ritornati qua, io e i miei fratelli non parlavamo piú la lingua vestrale”, alzó le sopraciglia e con una buffa smofia disse, “stranieri per due volte…meglio di così?”. Con un sorriso prese in giro il suo destino. Lo imitai, divertita da quella faccia intrafficata da rughe imprevedibili.
“Ma questa è un’altra storia di tanti anni fa che sembra sia stata cancellata dalla memoria della gente.”. Mi guardò puntando il grande indice all’altezza del mio naso. “Stammi a sentí, nel terzo cassetto del comò ci sono tutte le cartoline che mi hanno spedito in questi anni. Mano a mano che arrivavano scrivevo dietro i francobolli dei miei ricordi. E quelli io non li ho dimenticati”. Posò la grande mano sui miei riccio neri, poi facendosi leva sulle ginocchia si alzó. “Gli extramondisti non sono ancora arrivati. Andiamo Matilde ti porto a casa, i tuoi staranno in pensiero”.

A tarda mattinata mi svegliai di colpo nel mio letto, affamata di novità.
Corsi incontro alla mamma che stranamente aveva occhi spenti. Il babbo si avvicinò, lo sguardo sfuggente non era da lui. Con voce spezzata mi disse. “Non volevamo svegliarti, dormivi così bene. E’ successo che…” appese il sospiro nel vuoto, per poi far cadere parole pesanti, ” il nonno…è morto”.
La casa, le stelle, i soli caddero di colpo sul mio corpo di nove anni. Gli occhi del babbo contenevano a stento la commozione. ”L’abbiamo trovato nel letto con un sorriso stampato in viso”. Una diga spezzò il mio stomaco facendo straripare lacrime che a stento riuscivo a deglutire. Nonno Valdo era morto? Non riuscii nemmeno a pensarlo che un fiume sgorgò senza permesso sulle guance. Uscii di corsa mentre i miei genitori urlarono”Matilde!”.
Corsi contro il tempo..rivedevo il sorriso senza un dente, gli occhi da bambino invecchiato, le orecchie e le mani. Le mani del nonno..
Corsi arrabbiata verso casa sua. Perché nessuno mi aveva detto che nonno Valdo non era immortale? Lui non poteva morire!
Arrivata davanti al portone di casa le lacrime erano finite e il mio corpo accaldato si rilassò. Ma figurati se il nonno è morto, pensai. Lo immaginai in fondo alla strada sulla lambretta del 210 che mi strizzava l’occhio prima di partire. Alzai il braccio e dissi, “ ciao nonno, buon viaggio”.

Mi svegliai presto al profumo della colazione di nonna Zilda.
E’ arrivato il grande giorno. Aprimmo l’enorme casa in campagna della nonna per ospitare per un breve periodo gli extramondisti. Sono i primi e forse gli ultimi, non si sa. Alcuni sono morti nel tragitto, altri sono stati rimandati sulla Terra dalla Guardia Nazionale. Mentre mio padre e mio fratello erano al confine regionale per fare impianti elettrici nei casolari di accoglienza, la mamma e la nonna stavano preparando specialità del mondo Tabar per la famiglia terrestre.
Io, li stavo aspettando da un’ora alla finestra. “Nonna, ma perché questa gente ha distrutto il mondo in cui abitava?”.
“ Non lo so Matilde, se vorranno ce lo racconteranno. E in tal caso, faremmo bene a fa tesoro del loro passato per evitare che le ruote dei carri si rompano sempre sulla stessa buca”. Non sempre capivo le metafore della nonna ma la sua saggezza mi dava sicurezza. Alzai le braccia verso il collo e l’abbracciai con tutto il corpo.
“Nonna ma è vero che gli extramondisti buttano fuori aria dal culo?”.
”Matilde! Ma chi ti ha insegnato a parlare così? Tuo zio vero?”.
“Eccoli!”, disse a voce alta la mamma.
Incollai il viso al vetro della finestra e vidi attraverso il cancello del giardino una folla silenziosa che lentamente camminava per strada. Erano gli uni appiccicati agli altri, come se il corpo dei vicini li stesse proteggendo dall’esterno. Avevano colori diversissimi della pelle, chi più chiaro, chi più scuro…Pensai che forse la Guardia regionale li aveva dipinti per distinguerli per famiglie, o semplicemente non erano riusciti a lavarsi.
Chissà come doveva essere stata la Terra…
Entrò timidamente dal cancello la famiglia che per un mese avrebbe alloggiato dalla nonna. Corsi fuori, ma Zilda mi acchiappò per la maglia. “Piano Matilde, magari li spaventi!”
Intravidi una ragazza alta come me; bastò un’ attimo che un filo sottile infilato nelle nostre pance ci fece avvicinare lentamente. Cinque passi ci separavano. Volevo toccarla, annusarla e analizzare le differenze di ogni centimetro del suo corpo. Ma una forza di gravità mi teneva ancorata al pavimento. Solo i nostri sguardi si potevano muovere.