Ma che freddo fa – Francesca Mezzadri

Ma che freddo fa

di Francesca Mezzadri

Quando sono stata investita da una macchina, stavo ascoltando l’iPod – precisamente Ma che freddo fa di Nada- e avevo attraversato la strada di fretta perché volevo sfuggire da quello che credevo fosse un mio vecchio compagno di scuola che non avevo voglia di salutare con i soliti convenevoli. Ero a quel maledetto incrocio tra via Ugo Bassi e via Marconi e pensavo che il semaforo per le auto fosse rosso, invece per una corsia non lo era e un’Audi blu mi ha investito in pieno. Non credo di essere svenuta, ma non ricordo tutto con precisione. Pare che il mio corpo sia finito sul parabrezza dell’Audi e che io sia stata scaraventata chissà quanto più in là.
Ricordo di aver tentato di alzarmi ma di non essere riuscita neanche a muovermi.
Ricordo di aver sperato che il mio compagno –vecchio fidanzatino delle superiori- non fosse lui.
Ricordo di aver pensato –in un offuscamento generale di colori ovattato da voci, sirene e punte di dolore non ben identificato – che mia nonna mi diceva sempre di mettermi mutande carine in ogni occasione perché poi se ti succedeva qualcosa e andavi all’ospedale i medici non ti avrebbero sorpreso nell’indecenza. Ecco, appunto.
Non ricordo altro.

“Lei che fa in questo letto, mi scusi?”
Mi sveglio, anche se mi sembra di non aver dormito. Sento un forte odore di brodo e disinfettante intorno a me.
“Scusi, lei che ci fa qui? Questo letto è occupato.” Una voce insiste nel mio orecchio destro.
Realizzo: sono in ospedale, sdraiata in un letto. Allora era più grave di quanto pensassi. Le gambe… non le sento. Le braccia… ho dei crampi. Sono un blocco unico. Ma mi sembra di essere ancora viva.
“Lei se ne deve andare, qua ci sta un’altra persona”.
E questa chi è? Una signora grossa, che emana un forte odore di lavanda, è accanto al mio letto, in piedi. Non riesco a girarmi, non la vedo benissimo, ma sento la lavanda che sembra provenire dalla sua camicia da notte. Penso ai deodoranti anti-tarli che si mettono negli armadi.
Non so cosa dirle, mi sembra una situazione assurda ma non me la sento di rispondere. Potrei essere anche in punto di morte, per quanto ne so.
“Qua c’era Anna, mi scusi, lei se ne deve andare!” La signora insiste.
Prendo tutta la forza che mi rimane per risponderle: “Non vorrei neanche io essere qui. Ma credo di essere stata investita da una macchina”.
“Sì, ma le hanno scambiato letto. Dovevano metterla nella stanza 6, letto A. Qui è nella 5 letto B”.
Mi sembra di sognare.
Chiudo gli occhi.
Capirà.
“No, forse lei è stanca, ora lo dico all’infermiera, mi scusi. Sa, qua sono abbastanza gentili, a parte quella bionda giovane che sembra ti faccia un favore. Quando chiami col campanello, è sempre così: viene, ti guarda, ti dice Cosa è successo come se.. non so… Invece la Carla, quella sì che è gentile e anche l’uomo. Lui poi non si sente quando ti fa le punture. Anche Anna, lo dice sempre… eh. Ma lei è nel suo letto, non capisco perché, non le han detto niente?”
Odio la gente. In questo periodo detesto conversare con le persone. Specialmente se non le conosco o se non le vedo da un po’ di tempo. Non so cosa dire. Odio i convenevoli: “Come va? Tutto bene? Il lavoro?” “Il 25 non fa più questa fermata” “E come mai non sei ancora sposata?” “Ah, lei abita qui?” “Perché ha traslocato?”
Convenevoli. Frasi per perdere tempo.
E io detesto perdere tempo. Anche Lavanda è una perdita di tempo e voglio liberarmene al più presto. Mi giro dall’altra parte mentre mi parla della fantomatica Anna.

“Lei, signorina, ha una tibia rotta. Frattura scomposta. Nessun trauma cranico. Le è andata bene. Ma dove guardava mentre attraversava?”
“Da nessuna parte” rispondo debolmente. Mi fa male qualsiasi cosa e intuisco che sono ingessata. Sotto le lenzuola, che avrebbero bisogno di un lavaggio con un buon ammorbidente, sono praticamente nuda se non per un telo azzurro osceno che mi ricopre.
Che imbarazzo.
“Ne avrà ancora per diversi giorni qua in ospedale. L’abbiamo ingessata. Come si sente?”
“Male grazie”.
A fianco del dottore, mia madre mi guarda con espressione addolorata. Vicino ci sono mio padre, imperturbabile, e mia sorella. Non la sopporto: si fa viva solo ora che praticamente sto morendo. L’intera famiglia al gran completo: che gioia. Mi volto dall’altra parte e dormo.

Ho dormito per ore. Ma dove sono tutti? Mi giro.
Lavanda è tornata. E’ seduta vicino al mio letto con un braccio ingessato che non le avevo visto prima.
“Perché sei nel letto di Anna?”
Non aspetta la risposta, che comunque non le avrei dato, e precisa:
“Ti do del tu, scusa. Mi sembri così giovane. Avrai l’età di Anna, secondo me. Sai che lei era un’avvocato… o avvocatessa, come si dice? Figurati che difendeva gratuitamente le donne che avevano bisogno, i barboni, insomma quelli che non se lo potevano permettere. Si batteva proprio. Una combattiva. Poi quella era anche la sua professione: i ricchi invece la pagavano. Però lo faceva anche gratis per chi non poteva permetterselo”.
Ammirevole. Ma non ho voglia di sentirne parlare davvero.
Anch’io ero avvocato prima di perdere il lavoro. Due mesi fa. Ora io la gente la evito. Per strada tiro dritto se conosco qualcuno. Le persone in difficoltà non le aiuto. Non mi va di uscire, né di rispondere al telefono. Incontro la gente per strada e già mi irrita. Quando poi sono in uno spazio ristretto, tipo l’autobus, mi metto in fondo e ascolto l’iPod. Perché c’è sempre chi ti si siede vicino, chi ti chiede informazioni o chi ti sorride. Fossi l’autista non mi fermerei neanche alle fermate.
“Anna non faceva parte di associazioni di volontariato. Troppe cose la interessavano e si faceva prendere troppo. Mi diceva così. Troppo sensibile. Quindi preferiva fare le cose che sapeva fare bene. L’avvocato appunto. E poi cercava di essere gentile quando le era possibile, collaborando con le varie associazioni per dare una mano così”.
Lavanda inizia ad essere veramente pesante. La guardo. Un braccio ingessato. Non è un po’ poco per stare in ospedale?
“Adesso ti confesso una cosa. Lo sai perché sono qui? E’ mio figlio che mi ha rotto un braccio. Sai, lui non sta bene, da anni ormai…”
Terribile. Perché mi racconta queste cose? Non le voglio sapere. Prima conoscevo tante di quelle storie, ma ora non sono più curiosa. Perché poi mi farà pena, mi farà soffrire. E non ho tempo per soffrire.
“Non gli davo i soldi perché non volevo, sapendo come li avrebbe spesi e come sarebbe andata a finire… Mio marito non ce la faceva più. Lui se ne è andato da un anno, ormai. Io invece ho resistito. Ma sono anni che questa storia va avanti, sai? Mio figlio, dico. E’ andato anche in una comunità per un bel po’ di tempo, è uscito, sembrava stesse bene, e invece.. ha riiniziato..” Sospira. Scuote la testa. “Ora chissà dov’è.”
Ecco. Dopo i convenevoli succede questo. La gente parla e ti rifila i suoi problemi, te li passa come nella staffetta, e per un po’ se ne libera ma in compenso carica te. E io sono troppo carica in questo periodo.
“Tutte le famiglie felici sono uguali. Invece… com’è che dice quello scrittore? Anna lo diceva sempre…”
Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Lev Tolstoj, Anna Karenina. Anch’io lo dico sempre.
“E’ vero, sul serio. Questa cosa che ogni famiglia sfortunata ha la sua disgrazia… vero. Proprio Anna che era qui, nel tuo letto, mi ha raccontato una cosa terribile una volta. Sai, lei ha conosciuto questa donna, era una sua… cliente. Una straniera, marocchina. Era venuta in Italia da mesi ormai, suo marito lavorava, lei aveva tre figli. Lui usciva e la lasciava lì, chiusa dentro una stanza della casa, senza chiavi. Una volta l’ha lasciata lì per tre giorni interi. Con i bambini. D’estate. Hanno chiamato i vigili del fuoco per salvarli”.
Che cosa angosciante.
“All’inizio la marocchina si è lasciata convincere da Anna a denunciare il marito. Poi, dopo, quando sembrava che tutto fosse fatto, lei ha ritirato la denuncia. Non solo. Voleva denunciare la mediatrice culturale e Anna che l’avevano costretta, così diceva, a denunciare il marito. Eh beh, ma là, in quei posti là, la gente è un po’ così. Mica sono uguali a noi, secondo me. Io non sono razzista, però…”
Sì, dicono tutti così. Razzista.
“…però, dico, qualche differenza ce l’hanno perché non si può mica ragionare così. Noi non ci comportiamo in questo modo. Però Anna me lo diceva sei un po’ razzista eh?” Ride.
Ecco appunto.
“…e poi mi diceva sempre questa cosa…Che non si può giudicare. Che siamo tutti diversi e tutti alla fine uguali. Che non si può imporre nessun punto di vista. Lei ci credeva davvero”.
Anch’io ci credevo. Ma ora non so più.

Lavanda faceva così. Si metteva da parte al mio letto, seduta con il suo braccio ingessato, e mi raccontava tutte le storie di suo figlio e di Anna. Suo figlio che da piccolo era così bravo, soprattutto a scrivere temi. Un piccolo genio. Che però poi alle superiori era stato bocciato perché aveva tutti 4. Ce l’avevano con lui, diceva, e forse lei aveva sbagliato perché non gli aveva mai creduto.
Di Anna, che invece era così brava proprio perché sembrava non pretendere niente dalla gente. E rideva così tanto. Ti metteva felice Anna e infatti tutti la conoscevano.
E ancora di suo figlio. Che alla fine aveva fatto brutti incontri, per questo aveva iniziato con quella roba lì. Che lui non avrebbe mai iniziato da solo.
E Anna. Che invece aveva tanti amici che la venivano sempre a trovare. E una sorella carinissima che una volta l’aveva aiutata col braccio. Si somigliavano tanto, lei e Anna.
Intanto io e la mia gamba ingessata stavamo ad ascoltare.

L’infermiera Carla mi ha aiutato a fare la valigia. Con stampelle e gambone non sono molto elastica nei movimenti, ma dopo un po’ di tempo tutto tornerà tutto a posto, così mi ha detto il dottore.
Lavanda, oggi che mi dimettono, non si è fatta vedere. Chiedo a Carla dove possa essere, lei scuote la testa, battendo con un dito sulla tempia “Quella è un po’ fuori, lo sai”.
Sì lo so, ma per un mese mi ha tenuto compagnia con le disgrazie di suo figlio, le storie di Anna e il suo odore di lavanda. Mi mancherà.
Esco dall’ospedale con mia sorella accanto che mi regge la valigia.
“Scusami” mi dice.
“Per cosa?”
“Lo so che non ti sono stata vicina in quest’ultimo periodo. Da quando hai perso il lavoro, da quando tu e Mauro vi siete lasciati. Scusami. Ma mi sembravi così distante e io non sapevo cosa fare”
“Capita”
“Ho fatto lo struzzo, ho fatto finta di niente, perché non volevo vederti così”
“Anch’io ho fatto così. Per tutto questo tempo. Ma è passata ormai” Sorrido. Vorrei abbracciarla, ma preferisco limitarmi a camminare dritta con le stampelle.
Mi spiace non essere riuscita a salutare Lavanda. Credo che tornerò presto a trovarla.

Saliamo in macchina e mia sorella mi accompagna fin sotto casa. Prendo la valigia. La bacio e scendo dall’auto con il gambone.
Sto cercando le chiavi della borsa quando sento che una voce mi chiama.
So chi è: quella gran pettegola della mia vicina di casa, la Palmieri. Se mi giro, mi attaccherà il bottone per ore. Ma vabbè. Non è poi così antipatica. Ricordo che una volta mi ha aiutato a sistemare un quadro e mi ha offerto un tè. Forse è solo un po’ sola.
“Anna! Ma che hai fatto?” mi dice, venendomi incontro e guardandomi la gamba.
Anna sono io. E’ il mio nome. Lo sono sempre stata. Avevo solo dimenticato di esserlo.
“Signora Palmieri, lei non immagina. Venga dentro che le offro un caffè e le racconto”.