Lost in Immigration – Ouissal Mejri

Lost in Immigration

di Ouissal Mejri

M.V.G.T.I ho deciso di definirla così. Non ho mai capito il linguaggio dei medici. Parole complesse, assurde per una mente poetica come la mia. Soffro di Memoria Volatile con Guarigione a Tempo Indeterminato. In un momento di crisi come il 2010 per un’immigrata mi rassicura fruire di un tempo indeterminato anche se il suo cammino è lungo.
Sono seduta nella sala d’attesa di uno dei principali ospedali di Bologna, reparto cura della salute mentale. Un vecchio con jeans a vita alta, camicia a quadri rossi sbiancati continua ad alzare la gamba cercando di andare avanti, scavalcando il vuoto. Un giovane, con una massa corporea tre volte il mio fisico minuto, fissa l’orologio appeso al muro. La carta confezionata a colori indica le cinque. Una calma armonia in un contesto folle. Dal lato destro si adagia vicino a me una bella signora bolognese con una pelliccia. A mezz’occhio vedo il suo viso marcato dalle rughe che mi fissa. Mi avrà riconosciuta? Sul tavolino ho notato il giornale uscito qualche giorno fa con la mia foto in prima pagina. I miei capelli, folli ricci neri, sono indimenticabili. Il mio nome Miriam è scritto in grande. La mia arma sono le mandorle castano chiaro con le quali osservo, che mi aiutano a esplorare il mondo. Sono una pittrice famosa. Trasporto su tela le mie visioni, ritraggo la vita degli altri, i loro visi. Perché non riesco a dipingere il mio auto-ritratto? Il mio vissuto? Semplicemente non me lo ricordo.
Ma perché la signora continua a guardarmi?
“Bel gioiello” disse.
Con tutti i gioielli in oro che porta, guarda il mio piccolo ciondolo d’argento con la mano di Fatma, che ho al collo. Un oggetto carico di un passato personale e della storia di diversi popoli.
Continua: “E’ un grande porta fortuna, non togliertelo mai di dosso”.
E’ ora di entrare, mi alzo.
E’ l’incontro del giovedì con uno dei miei medici curanti. Mi ero immaginata che mi sarei sdraiata su una poltrona comoda, come nei film. Invece, nella stanza c’è una scrivania, un appendi abiti di legno, un armadio metallico, una sedia e un orologio. Sono di fronte alla dottoressa Z. Odio le persone che mi fissano! Lei non parla. Mi chiedo se sa tutto di me. Mi scruta con gli occhi! Visto che sa tutto, perché non mi parla lei di me? Il tempo si allunga e finalmente la salvezza: raccontami del tuo primo amore.
Appoggio il palmo sul collo, chiudo le pupille e provo a ricordarmi. Mi è difficile. La malattia permette solo di rivivere alcuni momenti della maratona. Nella testa partono e si confondono i pensieri. Ed ecco che mi fermo in quel giorno felice, una fanciulla innamorata. Sorrido. Riesco a vedere M. I miei piedi piccoli sopra i suoi. Un cammino che confezioniamo insieme. Il piacere del corpo. Sarei diventata sua giovane moglie. La nostra paura di entrare nel mondo degli adulti. Il mio corpo nudo, al collo solo la collana porta fortuna con la manina di Fatma. In Tunisia, il mio paese di origine si usa regalare ai neonati, un talismano. Uno spillo composto da un corno rosso, un pesciolino, una pietra di corallo chiamata “corno della gazzella” e la mano di Fatma. La vedo ancora, attaccata a quell’ago d’argento, nella culla vicino alla mia anima di angelo, la mano contro il malocchio e gli spiriti malefici. Il pendente che possederò per sempre ed era con noi nell’apice del nostro amore, puro, travolgente. Un oggetto che avrei trasmesso al piccolo essere, che crescerà in me. La nostra piccola Naema, frutto di una passione genuina, adolescenziale che cambierà i nostri destini. Ma oggi che ne è diventato di me, di noi? Io sono una presenza fantomatica, uno spirito in sospensione con solo un oggetto che mi lega alla realtà.
L’orologio segna le cinque e un quarto. Sono incatenata al presente e provo a scavare come una talpa per reinventare il mio vissuto. Piego la nuca, respiro profondamente, il diaframma si gonfia, fisso il lampadario enorme, pieno di polvere. Non l’avevo mai notato. Strano! Ma un profumo di pistacchio mi penetra. Il gusto del mio gelato preferito. Da bambina detestavo il gelato. Ero diversa dagli altri. Mio padre affermava che avevo un “invertitore” nel cervello e guidava il mio comportamento opposto alla norma. Quando incontrai M. la prima volta, mi aveva invitata ad andare a mangiare un gelato. Avevo quindici anni, innocente, timida, pudica. Non ho osato dirgli che non mi piaceva e l’ho mangiato. L’ho chiamata la Teoria del Pistacchio: fa sì che al primo incontro sei sempre d’accordo su tutto. Oggi vado sempre in compagnia di Naema in Piazza Santo Stefano, detta la Piazza delle Sette Chiese, a mangiare il gelato e le parlo di suo papà. L’ultima volta che si sono visti la teneva in braccio, aveva solo qualche mese. M. diceva che non aveva mai visto una piccola donna così bella.
Le aveva sussurrato: “Ricorda che ti amo e ti amerò per sempre”. La piccola lo guardava e diceva in silenzio: “Papà anch’io ti amo”.
Purtroppo M. è stato il primo a essere affetto dalla terribile malattia della Memoria Volatile. Ma la sua è stata senza rimedio e oggi non sa più chi siamo, non facciamo più parte della sua vita.
Ricordo ancora il nostro ultimo incontro. Siamo davanti alla porta d’imbarco a Tunisi. Uno specchio riflette la mia immagine. Una donna libera da tutti i vincoli di una vita fatta di tradizioni, legata solo al collo con il ciondolo porta fortuna. Una sala affollata di persone, ma il tempo si ferma, una pace attorno a noi. Io, te e la piccola nel passeggino, soli a vivere il nostro ultimo momento insieme. La mia mano stringe la tua. Le nostre dita si incrociano intensamente. Ci è vietato abbracciarci, baciarci ma nel nostro immaginario le nostre labbra si avvicinano, i nostri corpi si sfiorano. Due mani che si uniscono. Le tue parole risuonano ancora nella mia mente:
“Sarai sempre in me, amore mio proibito”.
Maledetta sociètà pudica. Maledette regole che seguiamo. Solo gli occhi parlano, lacrimano, una separazione obbligata.
“Hmmm…Hmmm”, sento la voce della dott.ssa Z. che chiama: “Miriam…Miriam…fermati… è l’ennesima volta che racconti la stessa storia”.
Mi vergogno ma è l’unico souvenir che ho della mia vita passata.
La dott.ssa Z. mi invita a fare il solito esercizio di fine seduta:
“Dimmi una frase in arabo.”
Purtroppo non ricordo bene la mia lingua.
Mi chiede di quale religione sono. Ovviamente sono musulmana! Ma ho perso tutti i precetti.
La dott.ssa Z. mi tende una busta chiusa in mano. La infilo nella tasca della mia giacca. Lascio lo studio alle mie spalle. Ansimante come una candela agli ultimi sospiri di fiamma. Il mio subconscio ventrale lamenta un innato desiderio di piccante. Una voglia di affondare i denti in un’indiavolata, aurea, coscia di pollo. Il desiderio di un’esplosione dei sapori nella parte croccante, sfumata dalla pallida delicatezza della carne pungente. Torno a casa, mi rilasso preparando la cena a Naema. Sono un ottima cuoca ma non amo seguire ricette. Come quando opero su una tela, uso ingredienti e spezie per dipingere il piatto che desidero. Nonostante la tavolozza della mia dispensa sia assai varia, il pennello cade sempre sui saporiti colori della mia terra.
Sono con Naema, attorno al piccolo quadrato, a cenare. In lei vedo il riflesso di M. Alcune volte mi spaventa la loro somiglianza. M. è un uomo silenzioso che affondava nella mia bulimia di parole. Naema è una ragazza taciturna, con quello che chiamerebbero in Tunisia “la piuma”. Una leggerezza nell’aura, l’eleganza di una principessa e la delicatezza nei gesti. Mi ricorda molto la regina Rania di Giordania. Naema vorrebbe lavorare nel restauro cinematografico, riportando il fascio di luce su pellicole, da troppo all’ombra del tempo. Lei vuole provare a recuperare il vissuto di persone dell’inizio del secolo scorso. Come una iena con la sua preda mi abbuffo, mi alzo bruscamente, introduco lentamente il braccio nella tasca della giacca. Un leggero terremoto invade il mio corpo, le mie mani tremano. Prendo la busta dove c’è l’esito della prova subita dalla mia adolescente ragazza. Provo a non fare trasparire la mia preoccupazione. Leggo solo una parola in fondo alla pagina: Negativo.
Naema non è affetta da M.V.G.T.I. No, non è inferma! Dio sia lodato! Mi tranquillizza il fatto che assieme all’italiano ricorderà la sua lingua materna, le sue origini, la sua cultura che si è spenta in me. Ricorderà per sempre che il profumo tipico della Tunisia è il gelsomino e non il pistacchio. Per il mio auto-ritratto forse basterebbe affrescare ed incidere la mano di Fatma, quel gioiellino che ci racconta.