Lo sguardo diseguale – Angela Maritato

Lo sguardo diseguale

di Angela Maritato

“L’estate prossima andrò più spesso al mare, ho deciso. Quest’anno ci sono andata proprio poche volte. Tutta colpa della nonna, sempre presa dal suo giardino e da cosa preparare per pranzo per farci crescere bene. Perciò, ora che inizia la scuola, ho ancora voglia di mare.
La maestra, l’ultimo giorno, ha fatto un gran parlare del nostro nuovo compagno. Sono curiosa di sapere chi è. Sono grande ormai”, rimuginava tra sé Elena il primo giorno di scuola, volto pensieroso, azzurri gli occhi vogliosi di futuro.
Con lei, il suo papà. Non parlava tanto con lui come con la mamma. Il papà, però, dava risposte concrete, essenziali.
L’edificio della scuola si stagliava come una grande zucca in un vasto spazio erboso.
Risaliva agli anni ’70, come la sua intonacatura arancione intenso.
Spiccava, come una mostruosa escrescenza metallica, una scala antincendio abbarbicata sul lato est dell’edificio, che contrastava con l’equilibrio, ormai sedimentato, con il verde tutt’intorno.
Era merito di questa scala, aggiunta l’anno prima in tempi inaspettatamente brevi, se il numero degli allievi per classe era aumentato.
Perciò, prima delle vacanze estive, ogni maestra aveva annunciato alla propria classe che l’anno successivo un nuovo bambino avrebbe potuto essere ammesso.
L’annuncio era stato accolto con entusiasmo diffuso, velato per i bambini più restii a manifestare le proprie opinioni, palese per quelli dalla vivacità sempre emergente. Davanti al portone, la mattina, gente a gruppi. Genitori che si conoscevano si salutavano rumorosamente. Altri fingevano di non conoscersi simulando un’aria affaccendata.
Tra di loro, volti stranieri solitari già toccati da una rassegnazione che, se conosciuta, non si può più cancellare. Volti immersi ancora in una realtà che non è lì e mai lo sarà.
L’odiato e amato eterno suono della campanella diede inizio al primo giorno di scuola.
I bambini, come propaggini di amebe, si staccavano dagli adulti ed erano fagocitati dall’edificio scolastico. Alcuni si allontanavano, testa e spalle cadute, senza neanche rivolgere uno sguardo al proprio accompagnatore. Altri davano o si lasciavano dare un fugace bacio sulla guancia.
Così, Abdelilah, uno dei nuovi bambini di quell’anno. Entrava da estraneo in un mondo estraneo.
“Certo che se era per me, io qui non ci venivo di certo. Me ne stavo in Marocco. Se non capisco quello che dicono, io prendo il vocabolario. Ce l’ho nello zaino. Forse la mamma poteva portarmi su lei. Però l’italiano, lei, lo sa meno di me”.
Le maestre davanti alle porte con un sorriso di accoglienza. Nel fare le presentazioni, la maestra gli teneva un braccio sulla spalla. Sguardi curiosi acuivano la sua percezione di estraneità, ma lo facevano anche sentire importante, a modo suo.
La sua compagna di banco era Elena che lo fissava con i suoi occhi grandi, seri, chiari.
Abdelilah era attratto dall’astuccio di Elena. Era colorato, pieno di gomme di varie forme. Una gomma era caduta e Abdelilah con gesto rapido la raccolse poggiandola sul banco di Elena che, riconoscente, gli ricambiò un sorriso pieno.
Sembrava ancora estate. I colori del cielo erano tiepidi pastelli che, riflettendosi sulla pelle, distendevano in un’armonia di buone sensazioni.
Di pomeriggio, le varie tonalità di verde acceso dei giardini si coloravano e si animavano. Come grandi fiori in movimento, i bambini li riempivano in una frenesia di muscoli e tendini in attività.
I genitori ai margini dei giardini, l’attenzione divisa. Un occhio rivolto al proprio figlio, l’altro intento a cercare nel prossimo una comunanza di vissuto che fa sentire umani. Il narrare di sé aiuta ad andare avanti.
Abdelilah dopo un mese viveva in pieno il suo mondo nuovo. Capiva bene l’italiano. Sapeva rispondere alle domande che ancora qualcuno gli faceva. “Perché tu non fai l’ora di religione con noi?”. “Perché non puoi mangiare la carne di maiale?”.
Era ottobre. Quasi una seconda primavera. Il sole era ancora buono.
A ricreazione, i bambini invadevano il giardino circostante la scuola; lo visitavano in ogni spazio.
“Devo dirti un segreto, Luca”, bisbigliò Elena.
Luca era il suo più caro amico. Era un bambino minuto dall’aria sempre un po’ assorta e dal ciuffo appositamente scomposto in cima ad una testina squadrata.
Luca, intento a spostare delle foglie secche con un bastone ricurvo, si avvicinò con flemma.
“Ieri sera, al giardino, ho ascoltato di nascosto un discorso tra mia madre e il nonno di Fabio. Loro non mi hanno visto. Lui diceva che Abdelilah ha rubato la bicicletta del fratellino di Fabio al parco. Che Abdelilah si difendeva dicendo che la bicicletta sembrava la stessa di suo fratello. Che non aveva fatto niente di male”.
Luca si sbalordì “Tu ci credi?”.
“Non lo so. Lui è così gentile”.
“Perché non lo dici a tua madre?”, sentenziò Luca, con l’aria di chi crede di aver trovato ogni soluzione.
“No”, borbottò Elena, “non ci penso nemmeno. Farebbe solo tante parole”.
Il giorno dopo durante la ricreazione, Abdelilah d’un tratto si ritrovò con le spalle al muro. Neanche capì come e quando. Sentì solo una mano che lo spingeva sul petto. Gli erano alieni i gesti duri e improvvisi della violenza che lascia di colpo come nudi.
Tre bambini, più grandi di lui, gli erano di fronte. Il capo tra loro, lo si capiva subito, era quello con lo sguardo più adulto.
Fu lui a dirgli: “Ho saputo che hai una bicicletta nuova”. Un ghigno gli piegava la bocca all’ingiù da un lato. Gli altri due sorridevano del sorriso servile di chi è schiavo del più forte perché di forza non ne ha. Nulla uscì dalla bocca di Abdelilah. Non allora, non in quel modo. La sua paura era accentuata dall’essere in un luogo che non gli apparteneva. Neanche l’aria che respirava.
La campanella suonò e Abdelilah pensò, nella lingua della sua mamma, che per ora non era più un animale davanti al suo cacciatore.
In classe, gli sguardi confortevoli dei suoi compagni lo fecero sentire meglio fino all’uscita.
Tante le domande in lui ora che si sentiva al sicuro. Era certo che quel giorno nessun altro fosse al parco. Nessuno poteva aver visto quell’enorme signore rimproverarlo. Nel ripensarci, la sensazione che nulla di buono ci si aspettasse da lui lo aveva pervaso di nuovo, insieme allo scoramento di chi sa che tanto è inutile parlare. E parlare per lui era troppo difficile.
Lontano, come da una telefonata oltreoceano, sentì la voce della maestra che spiegava.
Poi sentì Elena chiamarlo per mostrargli sotto il banco l’ultimo giochino inutile acquistato in edicola. Si scosse.
Lo sguardo rassegnato, lo stesso che aveva avuto quel giorno, volò via come un soffio. Solo i bambini possono accendere le espressioni del viso tanto repentinamente.
Fuori dalla scuola, la strada, dove le macchine intruppate simboleggiano ovunque la follia del quotidiano.
Al di là della strada, finita la scuola, i bambini correvano, la felicità nelle gambe, verso il giardino dei giochi. I loro sguardi, i loro sorrisi, tutti uguali, li aspettavano lì.
Abdelilah era tra quei bambini di pieno diritto, come tutti gli altri.
La sua mamma tutti i pomeriggi era davanti alla scuola insieme ai suoi due fratelli più piccoli. Due Abdelilah in miniatura. Uno di loro era su una bicicletta.
Solo Elena nel parco notò che la bicicletta del fratellino di Abdelilah e quella del fratellino di Fabio erano identiche.
Gli occhi le si ingrandirono nel sorriso.