Lettera a Marina – Damiana Ballerini

Lettera a Marina

di Damiana Ballerini

La gente che mi vede per la prima volta, pensa che sono qui con la mia famiglia, in verità sono da sola. Non riesco a parlare con i miei cari da tempo e non so se un giorno riuscirò a ritornare.
Mi alzo tutti i giorni alle cinque del mattino e preparo la colazione di Antonella e Giulio. Porto in cucina le brioche, il latte, il burro e la mermellata. Mangio quello che loro hanno lasciato.
Quando faccio un giro per la città lo faccio da sola quando già è buio. Se vedo qualche persona che mi guarda negli occhi mi nascondo. So che non posso continuare così perché la mia paura non mi lascia vivere.
La paura mi prende allo stomaco e mi blocca a volte improvisamente nel mio incendere veloce. Sono come presa dal panico ma poi lentamente mi convinco che sono solo una persona che soffre e ha bisogno di aiuto.
Sono gli altri coloro che non si comportano correttamente e che devono aver paura. Non è giusto che io debba provare questa sensazione dopo giornate faticose e intense di lavoro.
Certo, non potrò da sola risolvere questa situazione e sentirmi fuori posto, non posso continuare a vivere così. Qualcosa dovrà pur cambiare. Dopotutto in questo paese c’è tanto bisogno di gente come me che è disponibile a lavorare e ad assolvere compiti che gli italiani rifiutano. Le forze politiche devono cambiare attegiamento verso noi immigrati, per il momento cerchiamo di renderci visibili, come nella manifestazione del primo marzo.
Le persone che conosco non sono tutte così razziste, e non posso generalizzare; infatti, nel momento in cui si riesce a stabilire un rapporto vero e umano, le cose sembrano diverse, acquisitano un colore diverso, una speranza.
Antonella e Giulio hanno promesso che mi aiuteranno con il permesso di soggiorno. Io non credo in questa promessa, perché mi sento come una prigioniera.
Lavoro tanto e uso il mio salario per il mio sostentamento e per pagare la stanza che occupo. Non restano abbastanza soldi per me, per comprare un vestito o per andare al cinema come mi piaceva fare.
Tante volte mi domando cosa sto facendo qui; perché non ritornare? Ho come un marchio di illegalità che mi è stato appiccicato addosso. Perché classificare in questo modo barbaro gli esseri umani?
Mi ricordo bene quando sono arrivata. Era tutto diverso. Avevo tanta speranza di conseguire una vita migliore. Adesso vivo una delusione. Ho paura di soffrire vedendo crollare un sogno. È proprio quel sogno che mi ha fatto vedere, arrivando in Italia, un mare blu intenso. Non era la prima volta che vedevo il mare così azzurro. Questo colore mi calma, mi tranquilizza. La senzazione di entrare in acqua era come respirare un’aria fresca, rinnovare l’ossigeno nel mio corpo. Il mare mi fa sentire una voglia de libertà e anche il desiderio di ripartire.
I miei pensieri sono in terre più lontane. Sono nel giardino di mia nonna su quell’albero di pesche e mi sembra si sentire in bocca il sapore di quel frutto odoroso e maturo. Ricordo mia madre che mi richiamava e mi chiedeva di scendere. Ma io riuscivo a correre verso di lei, dopo averla fatta penare, quando sentivo il profumo della marmellata di fichi che mia nonna rimestava in un grande pentolone, sulla legna ardente, in giardino. Mentre cucinava insieme a mia madre raccontavano delle storie meravigliose che io ascoltavo con attenzione.
Ero rapita dal racconto di eventi, accaduti in famiglia, molto lontani nel tempo. Tuttora non so come mia madre potesse ricordare tanti dettagli da sembrare un archivio vivente. Certo vorrei proprio avere la stessa capacità di raccontare una storia come sapeva fare solo lei. Adesso cerco di seguire il suo esempio. Mi sfuggono tanti ricordi. I ricordi, sì, i ricordi, aiutano a vivere, per me sono un vero rifugio, una compagnia.
Sono venuta da sei mesi. Lavoro tanto e guadagno quanto basta per sopravvivere e ho molta difficoltà a imparare la nuova lingua perché sono impegnata tutto il giorno.
Sono laureata nel mio paese ma, il lavoro che svolgo non mi consente di realizzarmi e di esprimere al meglio le mie qualità. Sto cancellando così anni di investimento nello studio. A cosa sono servite tutte le competenze acquisite? Ecco ho capito; devo imparare assolutamente la lingua italiana. Questo mi può permettere una migliore integrazione e forse anche un futuro lavorativo più gratificante. Tante volte ho voglia di gridare!
Quanto desiderei guadagnare un po’ di più. Penso alle donne che vivono una situazione come la mia. Quante hanno bisogno di inviare soldi per la loro famiglia e si sentono le uniche responsabili per il loro sostegno. L’unica speranza è il ritorno.