Le Panchine – Simona Bisconti

Le Panchine

di Simona Bisconti

Le panchine sono belle, ospitali. Sono per antonomasia il posto dove gli innamorati si baciano e possono essere un’opportunità di tregua dal correre continuo: ci si ferma un attimo, per una pausa dallo stress, dai desideri, dalle necessità e si comincia a guardare semplicemente lo scorrere delle cose. Le panchine sono filosofiche: semplicemente stare, senza l’ansia di occupare il tempo, rilassati su una panchina che è lì per dare posto comodamente. Una specie di poltrona familiare nel salotto della strada… una casa che è di tutti. La panchina non è proprietà privata, è per chi vuole, senza distinzioni sociali, senza possessività o competizione: poi la si lascia, serenamente. La panchina è un momento.
A volte le panchine sono come scogli fermi, su cui si infrangono le derive dei passanti. Sono approdati sulla stessa panchina due naufraghi, ancora troppo storditi per accorgersi veramente l’uno dell’altro.
Giovanni si è perso in una nebbia di suoni insistenti, inutili, senza significato: in un’unica parola ripetuta all’infinito, come un’onda, fino a diventare un mare sconosciuto in cui all’improvviso non si tocca più il fondo col piede… Le carte dell’ospedale ancora in mano, all’interno di una busta richiusa come le speranze per il futuro: sua figlia Betta non ce l’ha fatta, è “deceduta” stanotte. Restano solo le sue bambole e le carte da firmare. È uscito dall’edificio per prendere un po’ d’aria, ha approfittato della gentilezza della panchina per appoggiarsi un attimo, per le gambe che non lo reggevano.
Annalisa è già lì quando lui si siede pesantemente. Le arrivano le vibrazioni delle assi che compongono la curva della seduta. Se ne sta raggomitolata sull’estremità opposta, come a salvare i piedi dalla distesa inquinata del mondo circostante. Le ginocchia strette fra le braccia e uno sguardo libero di scappare, mentre il corpo resta lì, aggrappato alla panchina come l’unico punto fermo in un mulinello di pensieri troppo veloci per poterli capire. Che ne avrebbe fatto di quel piccolo ospite indesiderato che si ritrova nella pancia? Come può bastare un solo attimo in cui si è lasciata persuadere da un ragazzo qualsiasi a non usare precauzioni, a stroncare così per sempre lo scorrere della sua vita?
Entrambi hanno il silenzio sul volto, su cui si affacciano lacrime che facilmente invadono gli occhi e si trattengono a stento sul bordo, prima di precipitare sui vestiti senza nessuna buona creanza.
Uno piange per la morte, l’altra piange per la vita.
Annalisa tira su col naso, mette giù le gambe e istintivamente fruga nella tasca della giacca, ne tira fuori il pacchetto di Philip Morris insieme all’accendino. Scoperchia la fila di soldatini bianchi, ma resta a fissarli: non sa ancora bene che fine farà l’ospite nel suo corpo, e in realtà non ha ancora un legame con quell’invasore abusivo, eppure… tamburella con un dito sulle teste arancioni… le donne in gravidanza non bevono e non fumano. Ha saputo solo da un’ora di essere incinta e già le sue abitudini quotidiane sono stravolte. Giovanni invece ha smesso di fumare anni fa, quando lui e la moglie avevano saputo di Betta: il fumo passivo poteva essere un problema per la bimba in arrivo… i papà non fumano vicino alle loro compagne in gravidanza. Ora guarda il pacchetto bianco fra le mani di Annalisa, una sigaretta per dare tregua ai nervi. Che ironia sarebbe smettere di fumare con la nascita di Betta e ricominciare con la sua morte; come se la vita di sua figlia fosse stata solo una pausa nella dipendenza dal fumo. E poi una sigaretta poteva veramente farlo sentire meglio?
Guardano entrambi lo stesso pacchetto, una convergenza di sguardi che pone il suo vertice fra le mani di Annalisa e marca i due lati di un ipotetico triangolo, in cui – non se ne sono ancora accorti- loro due alle estremità della panchina sono i vertici dell’ultimo lato. In uno spazio così geometricamente intimo si incontrano per la prima volta i loro occhi, così simili nel rosso delle pupille. Si riconoscono come appartenenti allo stesso sgorgo di persone che escono dall’ospedale e accennano un sorriso di comprensione. Il gesto è naturale: Annalisa porge il pacchetto verso Giovanni: “Vuoi una sigaretta?”. Lui ci pensa un attimo e dice: “No, grazie”. I sorrisi piano si smorzano. Annalisa richiude il pacchetto e lo rimette in tasca, tanto non fuma nessuno.
L’intimità è modulata a piccole gocce dalla vicinanza sul sedile: sono sulla stessa barca, ma è un caso. E l’aria aperta lascia andar via le parole, disperdendole, come ad alleggerire il peso sulla piccola zattera.
All’improvviso un vocione arrabbiato e agitato comincia a imprecare e a mandare maledizioni dal marciapiede vicino: “Ma porca puttana, che cazzo! Ma che schifo! Sti piccioni di merda devono morire tutti, ma quando la fanno una disinfestazione e li sterminano!?!?! Ma che cazzo, puttana miseria! Sti bastardi di merda!”. Un uomo alto, con gli occhiali e le guance paffute, ora arrossate per la rabbia, si sta impasticciando le mani e le maniche del camice bianco, per cercare di ripulirsi i capelli e il cuoio capelluto nelle zone di calvizie, lì dove gli era precipitato addosso un grosso escremento di piccione. Si ritrova a constatare i danni ed esclama: “Pure il camice! Pure il camice mi hanno sporcato, sti schifosi!!”, e intanto cerca disperatamente dei fazzolettini di carta dalle tasche, dalla borsa, tentando di usare solo due dita e di non sporcare altre cose con le mani sudice. Nel continuare a sbraitare con la cacca di piccione colante sui capelli e sul camice, gesticola nervosamente con le braccia e ogni tanto sbotta in scatti improvvisi di rabbia e disappunto, come se non riuscisse realmente a credere che sia successo a lui, a un medico.
Neanche Annalisa e Giovanni riescono bene a rendersi conto, all’inizio, di cosa stia succedendo. Poi capiscono, e come fosse un evento surreale, cominciano a sorridere un po’ increduli ma molto divertiti; piano piano le bocche si allargano, si deformano in sghignazzate di ilarità, contenute a fatica. Si guardano e si scoprono complici, trovando sostegno l’uno nelle smorfie compiaciute dell’altro: allora iniziano proprio a ridere e lo fanno di gusto, senza più trattenersi, sono risate piene, sonore e totalmente inaspettate. Rumorose, fin quasi alle lacrime.
Dopo qualche minuto il medico arrabbiato si allontana, forse per cercare dell’acqua per ripulirsi, ma le risate di Giovanni e Annalisa continuano ancora per un po’, riavviandosi a vicenda. Poi pian piano si spengono e il volto ritorna alla rilassatezza della serietà. Il momento è passato eppure la sua stranezza è ancora presente nelle piccole curve delle labbra, che resistono in un rimasuglio di leggero sorriso. Si riguardano, Annalisa si asciuga con un dito le lacrime per il troppo ridere; Giovanni fa un profondo respiro.
È arrivato il momento di lasciare la panchina, bisogna rituffarsi nella vita.
Si alzano, prima Giovanni, poi Annalisa, si salutano con un “ciao” amichevole e riprendono, in direzioni opposte, la propria strada.