La scelta – Erika Casali

La scelta

di Erika Casali

Mi chiamo Tessy, sono nigeriana. Ho 16 anni ma non lo sa nessuno. Qui tutti credono che ne abbia 21. Caterina non mi crede ma non può fare niente per provarlo e io continuo a dirle che ne ho solo 16. Non so che cosa fare. La proposta è così allettante ma è un rischio troppo grosso. Speravo di aver fatto la mia scelta e basta, senza ripensamenti. Invece tutto è andato diversamente, non come avrebbe dovuto. Ho fatto il giuramento. Il sangue non si può tradire. Sono stata segnata. Perchè Caterina non lo capisce? Lei davvero sopporterebbe il peso di una morte senza rinfacciarselo per tutta la vita? Secondo me in realtà capisce, per questo non insiste mai troppo. Spera che un giorno io ceda e vada con lei dai carabinieri a portare la mia denuncia. Spera davvero che un giorno parlerò. Crede davvero che dopo questo sarò salva.
«Tessy? Dove ti sei persa?», mi risveglio all’improvviso dai miei pensieri e torno nella cucina dove stiamo facendo lezione di italiano io e Caterina. «Dai riproviamo! Let’s try again! It’s easy, I swear! Ti giuro che è facile». Cara Caterina, ci provi in tutti i modi: con le canzoni, con gli esercizi, oggi poi sei arrivata con questo libro di favole africane, per farmi sentire più a casa e magari farmi sentire più invogliata a imparare l’italiano. Ma non ci riesco, mi tormenta il fatto che sto perdendo tempo in questa casa: non lavoro, non guadagno niente e la mia famiglia a Benin ha bisogno dei miei soldi per vivere.

Cara Tessy, ti guardo e ti vedo persa nei tuoi pensieri oggi, non c’è favola che tenga, non riesco proprio a catturare la tua attenzione. Mi dici tutto il tempo che devi lavorare, che hai bisogno di soldi. Ma se non parli l’italiano come pensi di poter lavorare in questo paese? Qui quasi nessuno parla inglese e non siamo certo un popolo dalla mentalità aperta. Soprattutto non ultimamente.
Quando ti ho vista la prima volta ho sentito subito un legame speciale con te, sarà che parlavi solo con me perché nessun altro capiva inglese, non lo so. Ti ho vista così piccola, attenta, silenziosa, tanto che la prima volta che sei scoppiata a ridere sono rimasta sorpresa. Hai una risata che rapisce chi ti sente; tutto in te ride: gli occhi si allungano, il naso si arruga, le guance cercano le fossette, le spalle sussultano e questo suono gutturale così palpabile che potrebbe essere l’inizio di una canzone, scandita dal ritmo delle tue mani che battono sulle cosce quando scoppia l’allegria. Da quando ci siamo conosciute, mi hai raccontato così tante storie su di te, ogni giorno un particolare diverso: avevi una gemella, poi una sorella, poi era un fratello e poi erano due; tuo padre è morto di una malattia terribile di cui non ricordavi il nome, faceva il pastore in una chiesa, si era risposato e vi aveva abbandonate… solo della tua mamma non hai mai raccontato niente.

Invece i particolari del tuo viaggio non sono mai cambiati: l’autobus scassato in mezzo al Sahara, la jeep quando avete passato il confine con la Libia, la casa di transito dove sei stata violentata la prima volta, la barca con cui avete attraversato il Mediterraneo, l’uomo a cui hanno sparato e che è stato buttato in mezzo al mare come fosse un sacchetto di stracci. A questo punto della storia arriva sempre Lampedusa con il centro di raccolta per gli immigrati, quello che fino a poco tempo fa si chiamava Cpt e che ora si chiama Cie… chissà poi qual è la differenza, tu tanto non lo sai nemmeno che quel posto ha un nome. Ti riferisci sempre a Lampedusa come al camp, al campo; anche a Crotone. Elenchi sempre tutto così, semplicemente, come se fosse la lista della spesa: mi dai i fatti, emozioni mai, non ti permetti un secondo di rivivere quelle esperienze. Quello che provi non importa perché fino a qui sei sopravvissuta.

Un’altra cosa che mi ha lasciata sbigottita è la lucidità con cui mi hai raccontato di Betty: appena arrivata a Crotone un uomo ti ha avvicinata, anche lui era un nigeriano, gli avranno detto di cercare la piccolina con gli occhi grandi? Come ti avrà riconosciuto? Comunque è venuto da te e ti ha messo in mano un numero di telefono e una carta telefonica dicendoti che Betty aspettava una tua chiamata. Secondo me fa rabbrividire. Invece tu, senza tante domande, hai preso il numero, la scheda e sei andata al telefono pubblico del campo e hai chiamato Betty. Non l’avevi mai vista prima ma vi siete immediatamente messe d’accordo per incontrarvi due giorni dopo su una spiaggia poco lontana, «Mi ha detto che avrebbe indossato una maglia rossa dal collo alto e dei jeans» mi hai raccontato il giorno che scrivevamo la tua denuncia.

«Tessy ma tu credevi davvero di venire in Italia a lavorare come baby sitter? Did you really think you were coming to Italy to work as a baby sitter?», Caterina è davvero stupita. In realtà ormai me lo chiedo anche io: lo credevo davvero? Fino in Libia ero sicura. Poi però là c’erano così tante ragazze nigeriane ferme nelle case da mesi a prostituirsi per pagare il resto del viaggio… Lì ho chiuso gli occhi e ho cominciato a sperare che per me sarebbe stato diverso, che io sarei arrivata in Italia e sarei andata dall’amica di mia zia a lavorare come baby sitter. Poi sono stata violentata. Ho chiuso gli occhi più forte e ho sperato di più. Mia zia, la sorella della mamma. È stata lei a mandarmi qui. Mi ha venduta a Betty. Chissà quanto valgo, devo ricordarmi di chiederlo prima o poi quanto mi hanno pagata. Quando sono arrivata su quella spiaggia, ormai è passato un anno intero, l’ho vista subito Betty con quella sua maglia rossa sgargiante e il collo alto mentre la gente faceva il bagno mezza nuda. Ci siamo riconosciute immediatamente e siamo andate direttamente in stazione. Abbiamo passato tutta la notte in treno, io non sapevo neanche dove stavo andando, Betty non me lo aveva detto. Parlava poco, mi diceva di dormire e di stare zitta, di farmi notare poco che se passava la polizia sul treno e ci vedeva erano guai. Guai? Io l’ho scoperto solo dopo che per venire in Italia avrei dovuto fare il visto, e che poi per rimanere a lavorare avrei dovuto fare il permesso di soggiorno. E chi avrebbe dovuto dirmelo? La zia mi ha rassicurata “Tessy, tu vai tranquilla, ai soldi penso io, quando avrai trovato un lavoro poi me li ridarai. Fai attenzione, lavora sempre e ubbidisci a quello che ti verrà detto”. Di documenti non mi aveva parlato nessuno. Ad Agadez, a viaggio già iniziato, ho giurato con il sangue. In realtà non era solo sangue, anche qualche unghia e qualche pelo pubico, ho giurato di fare esattamente quello che mi avrebbero detto. Che avrei lavorato fino a restituire tutti i soldi che la zia ha speso per me. In realtà ad Agadez, Jim, quello che mi accompagnava, ha detto che i soldi li dovevo a lui. Betty invece dice che li devo a lei. Sta di fatto che devo pagare 50.000 euro per il mio viaggio e che ora non sto lavorando. La mia famiglia è in pericolo, sono scappata dalla casa di Betty, ho anche scritto una denuncia, domani andiamo a darla ai carabinieri. Come faccio a fidarmi di loro? Chi mi aiuta? Caterina questo non lo capisce: se io denuncio Betty che differenza vuoi che faccia? Domani qualcuno l’avrà già sostituita, magari Love che è forte, secondo me sarà lei a prendere in mano le cose.
Cara Caterina, tu ci credi sul serio, vero? Secondo te se io denuncerò la mia magnaccia dopo andrà tutto bene…, mi faranno i documenti perché tu dici che è un mio diritto secondo la vostra Costituzione. Ma chi proteggerà la mia famiglia? La mia mamma, il mio papà, i miei fratelli… ho paura capisci? Io ho giurato e ho promesso che avrei rispettato il patto fino alla fine, se non lo faccio loro andranno a casa mia e faranno del male a tutti coloro che contano su di me per sopravvivere. Li picchieranno, li accecheranno, violenteranno le mie sorelle, nessuno le vorrà mai più dopo, potranno fare solo la strada. Io non posso rischiare cara Caterina, ho fatto tutto questo viaggio per loro, ho fatto sesso con tutti quegli uomini per loro, ho preso tutte quelle botte per loro, ho così tanta paura, per loro.

«Tessy vado a casa, I’ll see you tomorrow, ci vediamo domani». Avrei dovuto capirlo subito che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di strano. Non sarei dovuta andare via. Mi hai abbracciata e mi hai detto “Ciao Etisa mwen”, «Che significa? What does it mean?», ti ho chiesto. «Etisa mwen significa teacher, maestro. You are my maestro». Ci siamo salutate sulla porta, come avevamo fatto tante altre volte prima, io ti ho baciata su tutte e due le guance, come si fa in Italia e tu hai riso. Sei venuta anche a salutarmi con la mano dal balcone mentre infilavo il casco e andavo via, con una strana sensazione nello stomaco. Il giorno dopo, quando sono arrivata da te per la nostra lezione di italiano, non c’eri più.

Per notti intere ti ho vista sul bordo delle strade, negli occhi di tutte le ragazze nigeriane con cui mi sono fermata a parlare. È passato tanto tempo ormai ma ti vedo ancora qualche volta. Mi chiedo ancora dove sarai andata quella mattina presto in cui sei sgattaiolata fuori dalla porta nella luce tiepida dell’alba. Mi chiedo ancora dove sei adesso. Ci ho messo molto tempo a smettere di pensare che fosse colpa mia, che avrei dovuto capire che stavi andando via, che quello, sulla porta, era il tuo addio, a me, la tua maestra, che non aveva capito niente.