La luna nella bottiglia – Nadia Curia

La luna nella bottiglia

di Nadia Curia

Mi piacerebbe che fosse mia madre.
Mi piacerebbe che fosse mia madre.
È bella, ha i capelli in ordine, profuma di bagno schiuma e mi compra le caramelle. Quando mi aiuta a fare i compiti sorride e posa le mani sulla mia testa. Non so perché lo faccia, ma mi piace.
Lei non ha le guance rosse e gli occhi lucidi e non ha neppure la pancia gonfia.
Vuole bene anche a Laura, la mia sorellina, ed è gentile con tutti, pure con la mia mamma, che qualche volta le ha urlato parole bruttissime.
La vedo quasi ogni pomeriggio, al doposcuola, e, se saluta il mio papà, che mi accompagna da solo tutte le volte, io sono contento.
Una domenica è venuta nella mia casa senza porte: c’è soltanto quella dell’ingresso, in cima a tre gradini gialli, poi una cucina e un passaggio che conduce a una sala con i letti a castello; da questa si passa alla stanza di mamma e papà, che è l’ultima. Il bagno è attaccato alla cucina, separato da una tenda. I muri della mia casa devono essere stati bianchi quando io ero piccolo, adesso sono grigi e pieni di scarabocchi. Anche il pavimento è sporco e io ho sempre i piedi neri, perché cammino scalzo, come mia sorella.
Appena è entrata, credo sia rimasta sorpresa da tanta confusione, poi si è seduta e ha chiacchierato con la mia mamma, che, come al solito, aveva un odore stranissimo. Io le osservavo parlare e pensavo che se fossero diventate amiche magari Francesca avrebbe potuto dormire insieme a me. Al buio ho paura e faccio ancora la pipì a letto, ma nessuno lo sa, non lo racconto ai compagni, altrimenti mi prendono in giro. Quando sono partito per il campo estivo, ho confidato il mio segreto soltanto a lei e ad Anna, la signora cattivissima che fa stare tutti buoni. Loro sono state brave e nessuno si è accorto di niente; lo hanno raccontato, però, al prete dalla barba lunga e morbida, che non si arrabbia mai con i bambini e ha una voce gigantesca, soprattutto quando ride. In montagna Padre Egidio ci faceva camminare per il bosco e nei ruscelli e ci svegliava prestissimo al mattino, per vedere mungere le vacche e mangiare la ricotta calda. Una notte ci ha fatto dormire sull’erba e sono cadute tantissime stelle, anche se nessuna è caduta vicino a me. Io ci sarei rimasto tutta la vita nella casa di legno, dove non mangiavo ogni giorno pasta asciutta, dove non bagnavo il pannolino e dove lei non andava via.
Da casa mia, invece, se n’è andata dopo qualche ora e mia madre le ha detto di tornare presto a trovarci, ma non era sincera: appena Francesca è uscita, mamma ha preso i piatti unti dal lavandino e li ha buttati a terra. Ho raccolto i pezzi mentre Laura piangeva. Verso le otto è tornato papà e la mamma gli ha dato pugni e calci. Succede quasi ogni sera. E quasi ogni sera io sogno Francesca che viene a prendermi all’uscita della scuola, vestita bene, come le mamme degli altri bambini.
Non ho ancora imparato a leggere e scrivere, anche se le maestre dicono che sono molto intelligente e ragiono come un uomo adulto. Ripetono spesso questa frase, forse per tirarmi su, ma io vorrei solo imparare a leggere e scrivere, visto che faccio già la seconda.
L’altra notte non riuscivo a prendere sonno dal freddo che c’era nella stanza; allora mi sono alzato perché volevo infilarmi nel lettone di mamma e papà, ma mentre camminavo ho sentito un rumore soffice come quando io e Laura ci tiriamo i cuscini . Sono scappato nella stanza dei miei genitori: mio padre russava. Accanto a lui c’era una coperta disordinata. In quell’istante ho capito che non erano entrati i ladri e sono andato in cucina senza accendere la luce. Mia madre dormiva sul pavimento, ma non guardava le stelle. C’era il solito odore strano e sul tavolo, illuminata dalla luna, una bottiglia vuota. Ho provato a svegliarla e non ci sono riuscito. È stato difficile pure svegliare mio padre, che appena ha visto la mamma a terra è uscito a chiedere aiuto. Dopo un po’ di tempo è arrivata l’autombolanza. Era enorme! Non ne avevo mai vista una tanto da vicino. Quando è ripartita con il suo fischio io mi sono dovuto tappare le orecchie. Ero rimasto solo. Mio padre era salito anche lui sull’autombolanza; Laura non si era accorta di niente: la vicina, che odora come la mia mamma, l’aveva portata a casa sua prendendola in braccio.
Il giorno dopo ho raccontato tutto a Francesca e a un’altra ragazza del doposcuola. Parlo spesso con loro, specialmente quando gli altri se ne vanno. Le aiuto a mettere a posto le sedie. Mio padre non è mai puntuale e quel pomeriggio pensavo si fosse scordato di me. Siccome non arrivava, Francesca mi ha preso per mano e mi ha accompagnato a casa. Non c’era nessuno, così siamo andati in ospedale. Mio padre era lì e si è scusato, mentre Francesca continuava a ripetere che in quelle circostanze era comprensibile distrarsi. Non so cosa siano le circostanze, ma le parole di Francesca mi piacciono sempre, assomigliano alle farfalle.
La mamma non dormiva e non era neppure sveglia. Teneva gli occhi aperti però non mi guardava. Mentre le facevo ciao, un signore con il vestito blu mi ha spiegato che erano le medicine a farla stare zitta. A me non importava. Finché rimaneva lì ferma non ci avrebbe picchiato.
Sono andato di nuovo in ospedale qualche giorno dopo e mia madre aveva ricominciato a parlare. Appena mi ha visto ha urlato: era felice. Mi sono seduto accanto a lei e guardavo la sua pancia. Se n’è accorta e mi ha detto che era vuota, che non le piaceva e che aveva deciso di comprare uno di quei prodotti per dimagrire che si vedono alla televisione. Io gliel’ho ho detto che sono solo fesserie, ma non mi ha creduto.
È uscita dall’ospedale l’altro ieri e la sera è venuta a prendermi al doposcuola. Quando ha incontrato Francesca le ha lanciato addosso le chiavi e le ha detto che non doveva farci mai più regali. La mia faccia è diventata caldissima e tutti ci guardavano. Ho chiesto alla mamma di smetterla e l’ho tirata dalla gonna.
Credo proprio che non diventeranno mai amiche.
Stamattina, mentre la maestra di matematica spiegava le tabelline, mi sono guardato le unghie: avevano una riga nera; quelle del mio compagno invece erano bianche come la schiuma di carnevale e il suo maglione era identico a quello del manichino nella vetrina davanti alla chiesa.
Anch’io ho una felpa nuovissima: è rossa e me l’ha regalata Francesca al mio compleanno, quando mi hanno fatto spegnere le candeline che si accendono di nuovo e fanno le scintille.

Oggi non sono andato al doposcuola. Mio padre è uscito e mia madre è di là con la sua amica, quella che odora come lei. Laura gioca con i miei pennarelli; non parla spesso, ma colora in continuazione. Ha piegato un foglio a metà: da un lato ha disegnato un castello, dall’altro una capanna. Io dico che ha disegnato la vita.
Ora faccio la paginetta, così, appena divento bravo, scrivo una lettera a Francesca e magari la convinco a diventare mia madre.