L’iguana tra i mondi – Romina Rimondi

L’iguana tra i mondi

di Romina Rimondi

L’iguana si chiamava Mimì. Era verde e tranquilla, come il fondo del thé alla menta.
Il bambino la teneva in mano con molto affetto e con cura, come se si potesse rompere cadendo, e la mostrava ai turisti.

La guida dei turisti bianchi gli chiese se volesse vendere l’iguana o farsi pagare per le fotografie. Il bambino spiegò che l’iguana era sua e che era venuto lì per farsi fotografare. Rispose educatamente alle domande della guida, dicendo che teneva l’iguana in casa in una gabbietta.
Alcuni turisti fotografarono il bambino e gli donarono un euro a testa.

Mimì era uno dei mezzi di sostentamento della famiglia del ragazzo.
Mohamed aveva 9 anni e aveva la pelle del colore della sabbia del deserto al tramonto. I suoi capelli erano ricci e disordinati come alcuni cespugli che crescono radi nel deserto e gli occhi scuri sembravano truccati con il kajal. Le sue gambe erano magre e le ginocchia ossute ma era il più veloce dei quattro fratelli, lo chiamavano “gazzella” perché quando arrivavano i pullman dei turisti era sempre il primo ad accorrere per una foto, e ormai Mimì era abituata a questo piccolo disagio.

Un altro mezzo di sostentamento della famiglia di Mohamed era la vendita dei fossili, che si trovavano in abbondanza fra le rocce del deserto, anche se era difficile trovare un fossile abbastanza grande o abbastanza completo, adatto per la vendita. Per esempio si trovavano piccole o grandi lumache di mare e ammoniti, ricordo del tempo in cui il deserto era un mare, adatte a essere trasformate in ciondoli o in arredi di pregio dopo la lucidatura.

A occuparsi della raccolta dei fossili era soprattutto lo zio di Mohamed, Rashid, un uomo alto con una bocca che assumeva costantemente un’espressione di buffa irritazione, come il muso di un dromedario, sempre un po’ imbronciato e dal pelo irto.

Quando quella mattina lo zio lo svegliò per andare al mercato, Mohammed si preoccupò per Mimì. Come poteva proteggerla da un posto in cui non era mai stata e dove nemmeno lui era mai stato?
La voce dello zio risuonò tra le mura della loro casa dal soffitto basso, come un canto del muezzin, mentre il profumo del tajine già aleggiava per le stanze e attraversava le mura crepate insinuandosi per le vie della medina.

La mamma di Mohamed sapeva cucinare ottimi tajine, arricchiti da abbondante cannella. Questa spezia aveva un profumo bronzeo e morbido come il volto di sua madre quando lo salutava dolcemente prima che si addormentasse.
“Che Allah protegga i tuoi sogni” gli sussurrava… ma a Mohamed piaceva sognare anche di giorno, e immaginava di vedere un po’ di più di quel mondo che abitava tutti i giorni insieme a Mimì.

Forse quel giorno avrebbe portato con sé, oltre al vento caldo delle seif, le dune del deserto incurvate come lame di spade, anche l’aria di luoghi più lontani.
Per la prima volta, Mohamed avrebbe dovuto accompagnare lo zio al mercato della città.
Rashid, sempre vestito con un’abbagliante jellabah, che contrastava con le ombre cupe del suo volto, aveva deciso di portare con sé il piccolo Mohamed, perché imparasse, guardando e ascoltando, come vendere i fossili del deserto.

Partirono nel primo pomeriggio.
Le cicogne andavano e tornavano dai loro nidi, edificati nelle poche strutture a torre che punteggiavano la strada, asfaltata solo da pochi anni.
La luce del sole sembrava provenire anche dalla terra, non solo dal cielo, e aveva il potere di fondere i colori di cielo e terra all’orizzonte.

Naturalmente Mohamed aveva portato con sé Mimi, prevedendo che avrebbe incontrato qualche turista curioso.
Arrivarono in città dopo una camminata che a Mohamed parve durare per tanto tempo, anche perché si perdeva nei pensieri delle cose, dei profumi e delle persone che avrebbe incontrato. I suoi pensieri si attorcigliavano nell’aria come il profumo della menta, per poi cadere sulla polvere ocra ai margini della strada.

Fu proprio il profumo selvatico della menta la prima cosa che percepì arrivando al grande mercato della città. Qualcuno la stava trasportando in grande quantità su una carriola, incrociando asini carichi di sacchi e merce di ogni tipo.
Le vecchie mura mostravano le enormi immagini del volto del re.
Passarono di fianco alla porta di una casa della medina; si affacciava su uno stretto corridoio piastrellato che conduceva a una stanza. Si poteva intravedere, passando distrattamente, anche il ripiano della cucina. L’odore del tajine gli ricordò la madre, e la sua buonanotte. Cos’aveva sognato stanotte? Ora ricordava…

Si trovava nella sua stanza, nella semioscurità, Mimì si aggrappava a lui, non riusciva ad allontanarla, e a un certo aveva parlato: “I mondi sconosciuti sono in ogni luogo ma puoi raggiungerli solo attraverso le persone, e vedere attraverso di loro, come in un buco nel muro, i luoghi lontani che vorresti visitare”

Poi del sogno non ricordava più nulla, se non che la semioscurità aveva lasciato il posto a una luce diffusa e tenue, come di un’alba promettente.

“Largo, largo!” – un vecchio in groppa a un asino grigio dagli occhi espressivi, che quasi parlavano, aveva urlato per farsi spazio tra la gente nella stretta stradina.
Da un lato una serie di galline dalle penne bianche giacevano a terra morte, disposte a ventaglio da chi le vendeva.
Dall’altro lato un macellaio esponeva barattoli di carne annegata in un grasso dello stesso colore delle palpebre delle galline. Tre teste di capra, ancora con il pelo, erano esposte sul banco.
Più avanti, lo stanzino buio di un altro commerciante era pieno di lucerne di ferro, che riempivano il piccolo spazio quadrato e si riversavano anche all’esterno, aggrappandosi con fiducia a fili assicurati alla tettoia.
Lo zio camminava velocemente e con ampie falcate; non era per niente distratto dallo spettacolo variopinto del mercato e nemmeno Mimì, che solo a tratti muoveva le zampine sul braccio di Mohamed.

Il ragazzo invece non finiva di stupirsi della quantità di merce esposta e del lavoro chiassoso di fabbri, falegnami, venditori di tessuti.
Si sforzava di entrare nei loro mondi, guardandoli lavorare e immaginando la loro casa, i figli, le stanze dove dormivano e mangiavano.

Ma a volte un mondo può spalancarsi davanti agli occhi di chi lo sta cercando senza preavviso e senza che, chi lo sta cercando, consapevolmente o no, debba fare il minimo sforzo nella sua direzione.

Lo zio si era fermato per parlare con un commerciante di scarpe e sandali e Mohamed, lasciandosi sommergere e nascondere dalla folla, era riuscito ad allontanarsi di qualche metro fermandosi davanti alla vetrina di un’argenteria, ai margini del mercato, accucciandosi per vedere meglio gli oggetti finemente cesellati sul ripiano inferiore: un lungo pugnale berbero con l’impugnatura in velluto rosso era sdraiato orgoglioso a fianco di una mano di Fatima quasi a grandezza naturale, con una perla nera al centro e di fianco al portafortuna, un piccolo cavallo si impennava volgendo di lato la testa e la lucida criniera.
Moahmed era molto concentrato sugli oggetti, e i suoi occhi neri brillavano riflettendo i chiaroscuri satinati dell’argento. Ma, abbassandosi per osservare meglio, aveva anche lasciato una via di fuga alla curiosa Mimì, che non era più tra le sue braccia protettive. Quando Mohamed se ne accorse, si alzò di scatto.

Intorno a lui, le vie della medina erano strette, lunghe e tortuose. Mimì non c’era.

Allora pensò di entrare nel negozio di argenteria, la sua iguana non poteva essersi allontanata molto, forse era entrata, la pesante porta era aperta.

La luce all’interno sembrava cavalcare su torrenti sospesi di polvere e, all’inizio, non era facile distinguere gli oggetti, grandi e piccoli, che si stagliavano sullo sfondo buio.
Vicino all’ingresso, un tavolino di fossili e grandi gemme incastonate nel ferro, appoggiava le sue tozze gambe su un morbido tappeto berbero, azzurro e bianco.
Al muro erano appesi specchi dalle cornici pesanti, nati da un gioco di linee rette e curve. Ce n’erano di grandi e piccoli, e sembravano imitarsi a vicenda. Proprio al di sotto, un ripiano a pochi centimetri da terra ospitava un mappamondo d’argento, dove Mimì aveva trovato un buon punto di osservazione.
Mohamed fu felicissimo nel ritrovarla, la loro separazione fortunatamente non era durata che pochi minuti.
Fu così felice che non si accorse che una bambina lo stava osservando e gli si era avvicinata.

Disse qualcosa ma Mohamed non la capì e non rispose.
Parlava una lingua strana, con una musicalità diversa, mai udita prima. Quell’incontro quasi lo paralizzò, la bambina era decisamente pallida, come alcuni fossili di lumache di mare. E aveva capelli così sottili e chiari, come il pelo di un cucciolo di dromedario…e gli occhi, sembravano pezzi di cielo cristallizzati, ma non erano freddi, erano ben aperti e attenti, luminosi.
Sorridendo, allungò una mano per toccare Mimì, che nel frattempo Mohamed aveva amorosamente recuperato.
Il ragazzo sorrise. Forse quella bambina aveva qualcosa per lui, era sicuramente una turista. Allora si comportò come con tutti i turisti che incontrava: si mise in posa per una foto, vedendo che la bambina aveva una piccola macchina fotografica, appesa al braccio, bianchissimo.
Lei sorrise e lo fissò per un istante. Le ciglia bionde si alzarono e abbassarono due volte sui suoi occhi azzurri. Prese la macchina fotografica, si avvicino di più a Mohamed e anziché rivolgere verso di lui l’obiettivo, pose davanti ai suoi occhi il display luminoso, pieno di immagini. Le fece scorrere.
C’erano due dromedari sullo sfondo di un paese color ocra, sembrava quello di Mohamed.
Le dune del deserto.
Le rocce di una gola montuosa.
Un asino carico di fieno sullo sfondo di un palmeto.
Un macaco in un bosco.
Una grande moschea.
Alti edifici grigi, di una grande città.
Poi, paesaggi sconosciuti, molto verdi.
Alberi che non erano palme.
Automobili dalle forme diverse.
Case dai curiosi tetti spioventi.
La bambina insieme ai suoi genitori, anche loro molto pallidi, in una stanza con lunghe tende alle pareti.
La bambina insieme al suo cane, lei in riva al mare, in un paesaggio dai colori azzurrini, pieno di edifici lungo la spiaggia.
E altre scene che non aveva mai immaginato.

Mohamed guardò il viso della bambina e si sentì grato. Gli aveva mostrato un mondo lontano senza parlare la sua lingua. Lei sorrise, disse qualcos’altro, e sembrò contenta di averlo incontrato e aver osservato da vicino Mimì, per lei così esotica.
Si allontanarono salutandosi, ognuno nella sua lingua, ma questa volta si compresero.

“Dove sei stato?” gli chiese lo zio, un po’ accigliato. “All’argenteria” rispose Mohamed. Non avrebbe capito se gli avesse detto che, attraverso gli occhi di una bambina, aveva finalmente visto un mondo lontano.