Istante – Marina Vallongo

Istante

di Marina Vallongo

«Io alla tua età andavo a ballare. Una volta sono andato in un tavolo per invitare una bella ragazza. No, si è alzata un’altra, allora io ho detto: “Va beh” e ho ballato con lei. E’ diventata mia moglie quella. Ma io ero andato lì per ballare con l’altra». Il suo ruvido sguardo sfiora il ragazzo seduto di fronte a lui che con un libro aperto sulle ginocchia osserva srotolarsi la campagna fuori dal finestrino. L’uomo lascia germogliare un sorriso e continua: «Io lavoravo. A lavorare si passa il tempo. L’ho fatto io il pavimento della mensa in via Zamboni. Ci vai alla mensa? L’ho fatto io. Con un mio amico. Dalle 8 alle 3. Abbiamo fatto 70 metri. Andava velocissimo. Anche io ero veloce». Le sue mani ondeggiano ritmiche come frutti scossi dal vento invernale: «Una volta una bulgara mi ha detto che dormiva fuori da tre giorni, allora io gliel’ho fatta conoscere, al mio amico. E lui se l’è tenuta. Ha visto che era una bella donna e se l’è tenuta».
I pesanti zigomi pendono dall’orlo dei suoi occhi; la scorza del suo collo come il tessuto dei sedili. «Dì, ci ho vissuto sei anni col mio amico poi il comune ci ha dato lo sfratto. A me piace stare all’aria libera». Le parole filano via grevi tra le sue labbra come il treno sui binari: «Quanti anni mi dai? Dai, quanti anni ho? No cinquanta, quindici in più: sessantanove! Io sto in stazione. Dormo sulle panchine. Come quegli zingari che dopo la liberazione andavano in giro sui carri coi cavalli. Loro dicevano: “La patria è il mondo, il mio tetto è il cielo”. La mia mamma diceva che portavano via i bambini … allora camminavamo di traverso nei campi se li vedevamo. Io dormo in un hotel a mille stelle. Una volta le ho contate, ma sono più di mille. Adesso vado a Imola a mangiare che mi danno il buono. A Imola “dai matti”. Ma adesso i matti non ci sono più. Sono più matti quelli fuori». Il ragazzo sfogliando svogliato le pagine del suo libro rimugina: «Mi scelgo sempre un posto di fronte a qualcuno che ha la geniale idea di raccontare tutta la storia della sua vita. Addirittura un pezzente alticcio che fa domande senza lasciarmi il tempo di rispondere. Sono libero di pensare ad altro mentre parla, ma la prossima volta vado in prima classe. Non si respira qui dentro. Quella giacca probabilmente non vede una lavatrice da secoli».
«Eppure sono nata qui» pensa la ragazza con gli occhi socchiusi :« È il modo in cui mi guardano che tradisce i loro pensieri». Una treccia corvina sbuca da dietro l’orecchio destro. Reclinata sul poggiatesta pensa: «Se parlo e le strascicate esse romagnole mi tradiscono, allora cambiano espressione e a volte mi rivolgono la parola. Quell’istante, ogni volta, mi graffia. Preferisco quasi non parlare e lasciarli pensare che, come i fiori di loto, siamo tutti uguali. Più di un miliardo di abitanti indistinguibili come formiche e incapaci di pronunciare la erre». Stringe sulle ginocchia una grande borsa chiara e ascolta la conversazione di due passeggeri seduti alle sue spalle.
«Da dove viene?» chiede una signora inarcando leggermente le sopracciglia disegnate. Immobile, con le mani incrociate un uomo risponde «Senegal». La maglietta sbiadita sulla sua pelle sembra ancora più bianca. La signora si sporge leggermente in avanti: «Oh, che posto! Sono stata a Dakar anni fa, sa? Che caldo … io a Milano un sole come quello che avete voi lo vedo raramente!». L’uomo stringe lievemente la mascella: «Il sole si mangia la mia terra, il deserto avanza» pensa. La signora scosta la tendina blu e volgendo la fronte verso il timido sole invernale: «Quello sì che era un bel posto!».
L’uomo immobile immagina la mano della signora, unta di crema solare, stringere un cocktail nella spiaggia privata dell’hotel con piscina, palestra, solarium e campo da golf con vista sull’Atlantico.
«Lei è qui per lavoro, ah, certo, che problema, anche qua tante persone non ce l’hanno» dice facendo un movimento circolare con la mano tozza. L’uomo la immagina con dieci chili e anni in meno, in pantaloni corti e maglietta, con la macchina fotografica al collo: «Avrà fatto le escursioni nella savana a caccia di falsità etniche, sarà stata coinvolta in riti di iniziazione per turisti … o forse non è mai uscita dal recinto che aveva fatto prenotare dall’Italia». L’uomo mette a fuoco il complicato intreccio degli orecchini della signora e pensa alla fantasia ricamata sul tessuto del vestito preferito di sua moglie, quello che indossava la prima volta che si erano incontrati.
Nei sedili di fianco un ragazzo annota su un taccuino nero: «Si può scrivere un libro senza trama, senza azioni, in cui tutto avviene in un istante? Una carrozza di un treno in corsa, degli sconosciuti seduti uno vicino all’altro. Si incontreranno di nuovo, si riconosceranno? Si sono mai veramente incontrati? Non hanno forse solo incrociato le loro esistenze per un breve tragitto? Dove stanno andando? Quale sarà stato il loro primo pensiero questa mattina? Hanno dei progetti, delle speranze, sono rassegnati? Si saranno svegliati, come me, senza sapere bene il perché, senza sapere come mai ci è data questa frazione di tempo da giocare e niente di più? Il sapore agro dolce della vita, mi emoziona. È euforia e disperazione, gioia e sconforto, soddisfazioni e sconfitte, essere vivi. Un altalenare di possibilità e di avvenimenti a cui non ci si può sottrarre, se non rinunciando a respirare. Ecco, quando mi succedono cose del genere divento filosofico. Era così bella … una scheggia di attimo e ho capito di amarla. Mi ha guardato, non mi ha visto. Contemplava la sua immagine riflessa nel vetro, o cercava di infilzare vaghi pensieri nel sughero della sua coscienza? Il suo treno è partito ma il mio, andava nella direzione opposta».