Il pianto delle rose – Yolanda Parra

Il pianto delle rose

di Yolanda Parra

Il sipario dei ricordi si aprì in una mattina colore del piombo e tutto divenne confuso, tanto quanto una volta lo fu la mia esistenza.
Magari ci fosse di nuovo il peso schiacciante del destino ad intervenire con la sua saggezza -pensavo- mentre contemplando il fioraio mi tornò fresco quell’anno in cui nessuna delle attività in programma si fece realtà. Successe un giorno qualunque, in un luogo qualsiasi.
Un effimero momento, direi.
Casualmente ci conoscemmo e senza pensarlo ci scoprimmo. Fu un viaggio speciale, lo ricorderò sempre come il viaggio delle rose: “quel giorno blu senza tramonto in cui abbandonando pensieri ed impegni, con bagagli essenziali, volto acqua e sapone, tasche piene d’incertezza e pochi soldi, decise di partire. Sono state trentasei tortuose ore di viaggio fra montagne, fiumi e lunghi ponti pericolanti, ma arrivai radiosa, tanto quanto il tuo secolare ghiacciaio.
Non ti colsi di sorpresa. Mi ricevesti caloroso, gentile, riposato, amico. La notte si vestì di festa e un’atmosfera magica ci avvolse. Sussurri, musica ovunque, balli popolari e vestiti sgargianti invadevano la piazza mentre un profumo di mais, anice e canella riempiva l’aria.
Era la celebrazione dell’ Inti Raymi- festa del sole in lingua Quechua – che in questo periodo dell’anno mutava il volto della tranquilla Cambayè. Una strana quiete invadeva il mio spirito mentre colorite e profumate colazioni si accompagnavano di corti sorrisi e lunghi silenzi. Sguardi profondi che le tue labbra ancora non riuscivano a tradurre in parole. Tutto era perfetto, sembrava quasi che all’universo bastasse soltanto la nostra presenza per essere completo
I giorni erano di tutti i colori e gli orologi non segnavano più il tempo. Cucinammo, guardammo le stelle, parlammo un po’ di tutto: del nuovo pachakutic , dell’ecologia, degli indigeni, della giustizia, del futuro, del passato, della pace, ma soprattutto di quell’argomento che ci pungeva il cuore e che ci aveva fatto incontrare: le rose. Loro, sempre belle e fresche pronte a soddisfare i mercati europei e nordamericani nella famosa festa di San Valentino.
Ricordo i tuoi occhi pieni di speranza, la tua voce pacata e ferma che nel discorso ecologista più profondo che abbia mai sentito, dipingeva col sangue le mani callose e piantate di spine delle donne indigene del tuo villaggio; che pur di guadagnare il pane per i propri figli, avevano smesso di coltivare i loro orti consegnando ai latifondisti di turno non soltanto salute e giovinezza, ma anche terra, cultura e dignità. Parlando di tutto ciò abbiamo pianto, ma allora non capii le tue preoccupazioni”

Oggi invece, qui a Bologna, davanti al fioraio in via Massarenti, vicino a quest’ospedale chiamato Sant’Orsola, mentre le contemplo ammutolita dal freddo e dalla nostalgia, ti capisco e di nuovo piango, non più vicino a te, ma sempre insieme a te. Piango per i tuoi boschi, per i tuoi fiumi e per il tuo nevado Cambayè, nonno secolare, che rischia di sciogliersi con l’inquinamento prodotto dalle vaste zone di coltivazione dei fiori che ora invadono il tuo magico rifugio.

– Hey! Carmen Rosa, cosa fai lì come una mummia? Mica si mangiano i fiori, è più di mezz’ora che ti aspetto. La signora che ti volevo presentare è già andata via. Ha detto che non ti fa più un contratto. Ma cosa fai ? Stai piangendo davanti ai fiori? Dai, non mi spaventare, è morto qualcuno?

– Sì cara, sto piangendo, e se guardi bene riuscirai a capire che piangono pure le rose. I morti sono in tanti e anche se alcuni non li ho mai conosciuti piango pure per loro.
Mentre ero qui querida Gianna, ho pensato che devo tornare al mio Paese. Là,con il mio lavoro da insegnante, guadagnerò quel minimo indispensabile ma al meno la mia dignità rimarrà intatta. Quel lavoro di cui tu mi parli, pensavo potesse interessare a Marìa Claudia, ma sono qui che l’aspetto da mezz’ora e non arriva.

Marìa Claudia scende dall’autobus e camminando velocemente si perde nei suoi pensieri. Con la testa in basso e le mani in tasca cerca di fuggire dai borbottii dell’anziana signora che sedeva di fianco a lei, ma anche dal freddo che improvvisamente visita la città.

Carmen Rosa ancora mummificata davanti al fioraio vede Marìa Claudia attraversare la Massarenti, come se fosse nelle stradine della sua piccola Cambayè. Alzando le mani cerca di farle dei segnali quando una macchina rossa prende la curva senza rispettare il segnale del semaforo e un urlo agghiacciante imbottisce l’aria.

I servizi del pronto soccorso arrivano velocemente. Il corpo di Marìa Claudia sparisce in mezzo a lettini e camici verdi mentre Carmen Rosa si trova nell’ospedale nel quale aveva rinunciato ad entrare per fisica fobia. Le ore di attesa non si contano e dell’amica nessuno da notizie. Nel corridoio girano camici che sembrano vuoti, non un sorriso, non una parola amica e chili di domande rimbombano nell’aria: lo sa lei se la ragazza è regolare? Ha un permesso di soggiorno, un lavoro?

Carmen Rosa piegando le ginocchia contro il petto piange, anelando la presenza di quel compagno, amico fedele e sempre disponibile, ora cosi lontano. Le dita tamburellano sulla squallida panchina e il buio comincia ad accarezzare dolcemente le sue palpebre, convogliandola in uno strano sogno:
“Una figura minuta seduta a fior di loto cerca di nascondersi dietro un gigantesco ombrellone che le serve da sipario.
Intorno a lei una folla di esseri sdraiati sembrano delle macerie dopo una strage. Un mucchio di corpi a formaggino, gelatinosi e brillanti cercando di richiamare l’attenzione di un timido sole che sorride in lontananza.
Soltanto Lui, con la sua pelle colore della terra sembra in grado di volere sentire la musica del vento e ascoltare il borbottio del Mare furioso, sì, furioso con tutta quella folla che senza nemmeno salutare o chiedere permesso penetra in maniera brusca e irruente nel suo ventre.
Seduto sulla riva, si mise anche lui in posizione di meditazione, non senza prima fare i sette giri per salutare l’universo. E’ stato nell’ultimo giro prima di accovacciarsi, quando si accorse della presenza di quella minuta figura femminile che imbalsamando il suo corpo con un frutto roseo e carnoso, parlava da sola con un’ape gigantesca che sembrava ascoltarla attentamente mentre leccava il suo corpo dolce col sapore del cocomero. Non si sono mai parlati questi due esseri del colore della terra.
Non era necessario.
Ognuno a modo suo, nel proprio rituale, sapeva di essere in comunione spirituale per ricevere il dono di una beata solitudine, cercando di comunicare con l’aldilà in una fuga silenziosa da quella folla moribonda che bruciava senza nemmeno rendersene conto….
Una voce rauca e fredda la fa scendere precipitosa della zattera in cui sognava di intraprendere il suo viaggio..”

– Signorina, la devo svegliare.
Mi dispiace ma è il mio dovere metterla al corrente: la ragazza ha resistito all’intervento ma è ancora in pericolo di vita, questa notte la dobbiamo tenere sotto controllo. Deve tornare domattina.

-Oh no! – Carmen Rosa esce precipitosa e innalzando le mani piange di nuovo bisbigliando strane parole-: “Sira, Serankwa, Seinekum, Maleiwa, Pallowi, Bochica, Bachue! Perché dovete paralizzare le mie ali in questo modo?
Come ritornare ora con questa brutta notizia?
Come spiegare che è successo mentre la povera Marìa Claudia attraversava la strada per andare a cercare un lavoro che le permettesse di pagare a sua madre le cure mediche in quel suo Paese dove i diritti sono merce?

Sarà stato una premonizione, un sogno, un incubo, un segnale? Carmen Rosa non è sicura di quelle immagini rituali che l’hanno assalita in quello scomodo riposo, ma di una cosa è certa: lontani sussurri richiamano di nuovo il pianto delle rose .

Il corpo di Marìa Claudia e la sua capigliatura biondo-finto, da europea assimilata, usata per nascondere la sua anima indigena, sono rimasti abbandonati nella fredda stanza di quell’ospedale, ma l’essenza portata dallo spirito del vento fa già parte del nuovo pachakutic che domina l’energia planetaria. E’ il ciclo d’Iyara, forza viva della Madre Terra, energia femminile che trasforma, rinnova e rinasce ogni notte di luna piena.

Carmen Rosa fugge da quella strada carica di esseri metallici alla ricerca di un pezzo di terra dove poter ascoltare la voce dei suoi avi. Sente il richiamo del Vento che piangente porta con affanno il messaggio della sua ancestrale Abya Yala – America Latina in lingua Kuna:

Una volta giunta al parco lontana da sguardi curiosi, si abbandona in un atto di preghiera universale che le rapisce i sensi.
Rannicchiandosi, chiude gli occhi e innalza le mani per sentire lo Spirito del Vento che ronzante scuote ogni albero, ogni nuvola, ogni essere vivente, facendo sentire la sua forza, il suo dolore e la sua speranza:

“Ascoltami Iyara, guaguita mia: Un giorno, più in là della notte dei tempi, quando avrai camminato la parola e seminato i pensieri dei tuoi avi, i tuoi passi torneranno alle tue origini.
Tornerai tramutata in Aquila guardiana, tornerai qui, nel profondo del mio ventre di nonno secolare, il tuo sacro Cambayè.
Non ti preoccupare, ti conserverò un grande nido colmo d’oro, piume, ayo , tabacco, quinua e cacao per la tua festa di ritorno.
Nessuno tornerà a essere padrone del tuo corpo, dei tuoi laghi, dei tuoi fiumi, delle tue montagne o di quella moltitudine di rose coltivate che oggi invadono la nostra Cambayè.
Non ti spaventare, non sei morta.
Non hai bisogno di morire per riuscire a sentire la mia voce e ricevere la mia energia. Devi soltanto cercarmi.
Mi sentirai nello spirito del Vento che ti innalza, nell’Acqua della pioggia che ti purifica, nel Fuoco che tutto lo trasforma e nella magia della Terra che ti sana.
Non dovrai avere paura del rientro. La salita è faticosa, lo sai bene che mi trovo a 5.790 metri sopra i mari, ma riuscirai ad arrivare qui dove ora ti aspetto, cosi come ci sei riuscita quando il tuo corpo ancora giovane ti portò da me, per festeggiare in quel lontano 26 luglio 2008 del calendario di quel mondo che ora ti ospita, il nuovo anno dei nostri antenati Maya: l’anno numero 5123.
Non lasciare che la tirannia del tempo consumi il tuo spirito, annebbiando lo spazio sacro della riflessione e del pagamento .
Questo nuovo ciclo che comincia è dedicato allo spirito dell’Aria, del Vento. Lascia che i tuoi capelli siano liberi, cosi che i tuoi pensieri possano viaggiare.
Il branco ti aspetta e mugghiare è soltanto l’inizio nel magico mondo della laguna blu.
Lampi e tuoni annunciano forti tempeste e grandi alluvioni.
Potenti terremoti sconquassano la Madre Terra che dal profondo delle sue viscere rigurgita, pregando ai “Grandi” di quella parte del mondo dove oggi spargi i tuoi semi, una nuova umanità.
Voci silenziate durante secoli si innalzeranno davanti al suono feroce dei tamburi convocando un nuovo albeggiare.
Io ti aspetterò quanto sarà necessario. Ti aspetterò, finché le acque nuove non nutriranno il moribondo fiume e la grande zattera, Bakatà, potrà intraprendere la sua attraversata.
Non avere paura, non morirai.
Tornerai fra i tuoi per le feste del chiaro di luna, per celebrare la nascita di quell’umanità carica di frutti fecondi e raccolte generose, affinché la fame non possa continuare a cancellare i sorrisi, svanire le speranze né spegnere i fuochi di una nuova luce col sapore dell’ eternità.”

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1 Parola Quechua per indicare un cambiamento del sole. Movimento nella terra che dovrebbe portare ad una nuova era, nella cosmogonia dei popoli delle Ande.
2 Mia bambina – in lingua quechua –
3 Foglie di Coca, pianta sacra per i popoli delle Ande
4 Offerte e doni alle divinità della natura