Il mare di perla – Xue Yao

Il mare di perla

di Xue Yao

Qui non si vede niente, oltre le montagne sono ancora le montagne, senza verde. Siamo vicini a luglio, deve essere l’estate calda, la gente va al mare per bagnarsi e prendere un po’ di fresco, invece qui l’autunno e’ già venuto. Abbiamo camminato tre ore su questa strada stretta e ogni tanto si trovavano le cacche scure e fresche, forse sono dei cavalli, ma chissà. Non so perché mi hanno fatto pensare alla cintura sporca di mio nonno, vecchia e piena di macchie.
Qui piove quando vuole, sembra una persona permalosa. In tre ore ero salita meno di cento metri, i miei jeans erano già tutti bagnati, il cotone diventava di cento chili sotto la pioggia; “se lo avessi saputo… non avrei mai messo questi maledetti jeans!’, pensavo. Per di più, le mie scarpe si slacciavano sempre, quasi ogni dieci minuti dovevo abbassarmi a fare i nodi. Non era difficile chinarmi, il problema era che quando mi alzavo, mi veniva proprio la voglia di vomitare. Volevo tanto un te’ caldo o un attimo di pausa, ma qui, era tutto un sogno.
Dopo cinquemila metri di altezza sopra la linea del mare, non si trovava né un negozio, né un caffè, e non c’era nemmeno una persona. Si vedevano soltanto da lontano tre, quattro puntini neri al pascolo: sono gli yak. Sapevo che ce ne sono tanti qui, ma non sapevo che forse ce ne sono più delle persone. E dove sono finite? Non mi ero mai sentita così sola e il cielo cominciava a diventare buio.
Con tutto questo silenzio intorno, sentivo che da dietro veniva un rumore di corsa, mescolato con un tintinnio di campanello. Chi può correre in questo posto? In quel momento ero già sicura al cento per cento che ci sarebbe stato un santo dio che sarebbe venuto a salvarmi. Almeno dovevo avere la mia ultima speranza.
“Dove stai andando!?”.
Sentivo come fosse una voce dal cielo che mi faceva rabbrividire. La sua testa era la prima cosa che compariva nei miei occhi.
Era una faccia piena di rughe e abbronzata da tanti anni. Le guance rosse come se fosse una mela matura. Era un ragazzo, non più di venticinque anni, con un bastone lungo in mano, e dietro lo seguiva un cavallo con le zampe sporche ma asciutte, forse avevano già percorso una lunga strada.
“Devo andare al mare di perla, lo conosci?” gli chiesi guardando il suo cavallo.
“Certo, vuoi andare adesso?” mi guardava senza atteggiamento. “Sì ci vuole ancora tanto?”.
“Dipende…” disse mentre si girava ad accarezzare il suo cavallo.
Dipende da che cosa? Io non avevo capito proprio niente. E dalla sua vita veniva il suono di un urto: era un coltello piccolo. Era tutto nero ma scintillava. Forse prima non lo avevo notato per colpa del suo vestito marrone. Sul fodero del coltello c’era scritto qualcosa in tibetano, come tanti piccoli insetti.
“Posso continuare? E’ questa la strada?”. Non gli ho chiesto se mi poteva fare da guida, anche perchè il suo coltello mi faceva una grande paura.
Al contrario, lui mi ha risposto:
“Andiamo insieme, anch’io vado nella stessa direzione…” Ha tirato la cavezza e ha cominciato a camminare davanti a me.
Non mi aveva ancora dato il tempo per rispondergli e già mi aveva lasciato alcuni metri indietro. Sentivo quel rumore confuso sia del campanello che del suo coltello che urtava il bollitore. Non sarà mica un bandito? Non ero più sicura se dio mi voleva aiutare o mi voleva mettere in una situazione disastrosa. Mi ricordavo che due giorni fa avevo un compagno che voleva fare il viaggio con me. Ma quando lui mi ha detto che aveva perso la testa per me, avevo risposto subito e freddamente: “Io no”. E adesso, forse il dio mi ha punito.

Lui camminava come fosse un vento violento, il suo bastone lasciava una traccia sottile sulla terra bagnata. Era questo filo che volava e mi guidava.
Lui cominciò anche a cantare:
“ Voglio salir al cumulo di pietre
e tagliarle come fossero le carote bianche
non voglio lasciarne neanche una,
se lascio una meta’,
che buon uomo sono?” .

Mi ero stupita che la sua voce non fosse sottile come gli altri ragazzi della sua età. Stranamente era profonda. E mi sono anche stupita che riuscisse a cantare in questo posto in cui mi si era già strozzato il respiro, potevo solo camminare senza alzare la testa. Immaginavo che così mi faceva respirare un po’ meglio. Il mio cuore era un tamburo che si mischiava col suo canto, il mio corpo non era più sotto il comando della testa. La sua ribellione avveniva sempre nel momento in cui non ci voleva.

“Ohi! Che cosa stai facendo? …anche il mio vecchio cavallo cammina più veloce di te!” mi sorrideva ma senza fermarsi neanche un passo.

Ho guardato il mio orologio, non era passata nemmeno un’ora, mi sembrava di aver camminato cinquanta ore senza pausa. La montagna davanti a me era ancora enorme da conquistare. E si vedevano gli yak muoversi di qua e di là, senza fatica. Ho notato che quando loro corrono, le loro code sono diritte verso il cielo, e i loro peli volano nel vento, sembrano tante bandiere nere. Questa scena mi faceva una grande simpatia.

Dopo la strada in salita, cominciava una discesa, tagliata da piccoli fossati. I sassi e le pozzanghere sulla terra mi facevano scivolare. Camminavo pian piano per non cadere sulle cacche. All’improvviso, avevo pensato perché non mi faceva salire sul suo cavallo, magari arrivavamo anche prima. Ma mi vergognavo a chiederlo. In quel momento, lui cominciò a rallentare e mi urlò: “Si deve riposare un po’ il cavallo!” e poi si allontanò da me, fermandosi di fronte a un albero.
“Ohi…Stiamo arrivando, giusto?”. La mia voce sembrava bloccata dentro un sacchetto, non ero sicura se lui mi avesse sentito, perché la sua faccia era girata verso l’albero.
Volevo camminare un po’ più vicino per fargli udire meglio, invece si sentiva un rumore strano. Ho guardato verso il basso, una corrente di vapore era salita su: stava pisciando davanti a me! Ero scioccata e non mi ricordavo più che cosa dovevo chiedergli. Stavo ferma come una scultura, mentre lui dopo aver finito, camminava verso di me tranquillamente.

Quando arrivò davanti a me, impugnò il coltello con una mano e con altra cercò qualcosa nella tasca del suo cappotto. Sentii un filo di freddo che stava salendo sulla mia schiena, e il tamburo dentro il mio petto usciva quasi fuori. Tirò fuori una bustina di plastica ma non si vedeva che cosa ci fosse dentro. Ho smesso di respirare per aspettare che cosa volesse fare. Aprì pian piano le tre bustine: era carne cotta. Ne tagliò abilmente un pezzettino con suo coltello e me la porse e disse con tono autoritario: “Tieni, e mangia!”.
Le mie gambe si sciolsero un po’, ma la mia gola restò secca come se un fuoco mi bruciasse. Forse mi ero sforzata troppo per scappare, e pensai che sarebbe stato ovviamente tutto inutile. Lui mi guardò intensamente, e non gli potei dire di no.
La mangiai. Meno male, era buona.
“E’ carne di yak” disse.
“Yak?! Dici quelli al pascolo?” risposi mentre quelle “bandiere nere” stavano girando proprio davanti ai miei occhi. Non ho mai mangiato la carne quando ero così vicino a quegli animali.
“Sì ti fa bene adesso” mi disse senza dubbi. Dopo aver messo a posto la bustina, venne di fronte a me, faccia a faccia. E che cosa voleva adesso? Mancavano solo cinque centimetri della mia faccia, lui si abbassò e cominciò ad allacciarmi le scarpe. ” Non ti hanno insegnato come devi fare i nodi delle scarpe?…ok!a posto! adesso non puoi essere piu lenta del mio cavallo!”.

Non vedevo la differenza fra i nodi che avevo fatto io e i suoi. Non credevo che alla fine sarei riuscita a superare il suo cavallo, ma la differenza era che avevo cominciato a camminare senza fermarmi ogni cinque minuti.

Abbiamo camminato ben tre ore, eravamo finalmente arrivati al pascolo Ronglong dove c’era l’unica tenda per alloggiare. Intorno era tutto scuro come un wok cinese. Con la pioggia mi avevano detto che non dovevo provare a andare su per vedere il mare di perla.

L’indomani camminai metà della giornata per raggiungere il mare di perla. L’unico posto che avessi mai visto che era più bello dal vivo che in foto. Mi sdraiai sulla spiaggia bianca guardando il cielo senza un filo di nuvole: avevo finalmente raggiunto i 5600 metri. Non c’era nessuno, solo un pesce nero stava nuotando silenziosamente dentro l’acqua blu. Ero da sola ma non completamente, perché mi ricordavo la sua canzone:
‘de xiang de da, lo…lo…
questo anno devo andar lontano,
prossimo anno in questo momento, attraversando tutte queste foglie rosse sulla montagna
mi vedrai di nuovo’

Non so se potrò vederlo di nuovo, pero’ mi sono ricordata di lui perche’ i nodi che ha fatto alle mie scarpe non si sono mai slacciati.