Il faro di Emir – Francesco Torelli

Il faro di Emir

di Francesco Torelli

Il bucato appena steso surfa tra le nubi increspate del cielo albanese. Gli occhi si lasciano cullare dal vento tra il blu del cielo e le onde del mare Adriatico: lo stesso. Una lunga passeggiata mi ha condotto fin quassú, ma raggiungere il faro di Durazzo non é stata solo una questione di maglietta bagnata e respiro pesante. La strada stretta e tortuosa, che sale il fianco della collina, all’improvviso si é nascosta dietro le maglie arrugginite di una rete elettrosaldata, quella che usano i muratori per impacchettare le case vecchie, che fungeva da cancello di una recinzione altrettanto improvvisata.
Deluso mi guardai attorno, di lí non vidi altro che il faro rinchiuso e la collina sulla quale poggiava. Cespugli di rovi secchi e assetati dalla polvere d’agosto ricoprivano tutto, o quasi. Unica via per la sommitá, quel vecchio cancello arrugginito.
Da questa parte il faro sembrava abbandonato e, forse, il cancello indicava proprio il divieto di proseguire oltre. Notai, peró, sulla recinzione, fissato con del fil di ferro, un campanaccio, come quelli che assordano le vacche al pascolo. Con la mano sinistra provai a scuoterlo, niente, ci misi piú energia, dopo qualche istante la porta di accesso al faro cigoló e si aprí. Emir uscí da quella porta minuscola e, senza sorpresa, venne verso di me con il sonno negli occhi e il pranzo nei passi: era l’una del pomeriggio.
Ero un estraneo ed avevo interrotto il suo riposo, ma lui non apparve sorpreso e neppure seccato, anzi, sembró quasi mi stesse aspettando. Aprí il cancello, mi fece cenno di entrare e solo allora mi disse: “Benvenuto”.
I miei schemi mentali, dettati da una cultura metropolitana che lascia poco spazio a parole di accoglienza, mi fecero tendere le orecchie, non ero sicuro di aver ben compreso quello che stava accadendo.
Ora, invece, seduto su questo sperone di roccia che domina la spiaggia di Durazzo, tutto mi é molto chiaro: sono stato accolto senza alcuna esitazione in questa casa albanese.
Forse Emir mi stava proprio aspettando, o meglio, aspettava qualcuno come me a cui raccontare la sua storia. Infatti non appena conosciuto il mio nome, ha iniziato, senza preavviso, il suo strano racconto:

«… due volte, ci siamo fatti beccare due volte. Di lá verso Italia era ancora buio e noi giá in mare. Non so se prima é arrivato il vomito o guardia di finanza, so solo che io ho vomitato su guardia di finanza …».

Le sue parole, in un Italiano incerto, mi colpiscono alla gola, ma la mente é altrove, guidata dagli occhi e trasportata dall’odore di salsedine. Sono ipnotizzato dai colori del bucato. Sento fresco, nelle narici, il profumo del sapone che la madre di Emir ha usato.

«… ci hanno riportato a Valona. Eravamo incazzati e tutti a chiedere i nostri soldi. Adriatik, lo scafista, …».
«Adriatik? Era il nome del gommone?» gli domando, convinto di non aver capito.
«No! Adriatik é nome dello scafista, era un mio amico, quindi io piú incazzato di altri. Lui ci ha detto di aspettare che poi ripartivamo …».
«Si chiamava come il mare che dovevate attraversare?» chiedo incredulo.
«No si chiamava, si chiama ancora. Siamo ripartiti dopo molto tempo, quasi era buio, ma non é cambiato, era notte quando la pattuglia ci ha lasciato ancora su costa albanese …».

Non riesco a vedere Emir con gli altri sulla costa a cercare di recuperare i soldi di un viaggio rimandato, tutte le mie immagini sono rapite da quell’arcobaleno appeso ad un filo.

«È stata dura perché i soldi buttati via, ed ora senza niente dovevo tornare a casa, qui …».

La madre di Emir ci porta del té su un vassoio di plastica colorata, i capelli, macchiati dagli anni, danzano insieme ai panni stesi. Ascolto il racconto, ma i miei sensi sono assorti in quel movimento.

«Mio padre morto cinque anni prima, ora io, il piú grande, devo mantenere la famiglia. Albania non ha lavoro …».

Sembra cosí facile lasciarsi trasportare dalle onde del mare, che fatico a credere alle parole del mio nuovo amico. Nessuno é padrone del vento, nessuno dovrebbe esserlo dell’acqua e neppure della terra. Chi erano quei finanzieri che hanno fermato lo scorrere della vita, non la loro, ma quella di uomini e donne in cerca di un filo sul quale stendere il proprio bucato.

«… Cosí ho deciso che lavorare in Italia, ma il mare non é unica via per andare di lá. Altro mio amico, non ricordo nome, aveva furgone e portava albanesi a Udine, tremila euro solo andata».

Ora, riesco a immaginarlo. Lo vedo nel cassone di un camioncino stanco, con altri, tutti in piedi cosí ce ne entrano di piú, stretti nei loro pensieri. Stanno percorrendo la stessa strada, in direzione opposta alla mia. Io, felice, guardo fuori dal finestrino, gli odori dei paesi che attraverso viaggiano con me, discreti e piacevoli …

«Abbiamo aspettato e passato il confine con la notte, due ore dopo, finalmente arrivati a Udine, in stazione …».

… loro sono sfiancati dal viaggio, dal buio che persiste nel camioncino. Gli odori che si portano da casa si sono mischiati e l’aria, li dentro, sa di fatica e di sogni lontani.

«… finalmente in Italia, ci siamo divisi ognuno su treno diverso e sparsi in giro per paese. Non ho piú visto loro, non so dove sono …»

Io viaggio per conoscere, per incontrare, per capire, per allontanarmi e per tornare. Loro viaggiano per sopravvivere e non sanno se torneranno.

«… ho girato, Milano, Napoli, Livorno, Ancona, due anni, ero clandestino. Quando polizia mi fermava io cambiavo cittá, lavoro c’era. Ultima volta che polizia mi ha beccato mi ha spedito a Valona, cosí io tornato qui, senza soldi perché vita in Italia molto cara. Peró sono felice perché qui mia famiglia.»

La strada é la stessa ma la direzione é opposta, e oggi i nostri percorsi si incrociano e, forse, é solo per caso che la mia direzione sia questa.