Giornate speciali – Rosella Fioretti

Giornate speciali

di Rosella Fioretti

Quella mattina sarebbe successo qualcosa, lo sentivo.
Senza falsa modestia, credo di avere un particolare talento nel riconoscere le giornate speciali. E se è vero che a tutti è stato concesso un dono, allora a me è stato dato quello di saper leggere gli indizi del destino a breve termine. Lo intuisco dalla forma che al mattino rimane impressa sul mio cuscino, o dall’espressione che hanno i fiori sul davanzale della cucina; dal profilo insolito di una nuvola, o magari dal tipo di luce che arriva dalla finestra.
Ebbene, quella mattina alle nove, il telefono squillò, e già in quel suono avvertii un che di speciale.
– Venite – disse la voce dall’altra parte – ci sono novità – .
Poche parole soltanto, abbassai la cornetta, chiusi gli occhi e trattenni il fiato. Subito dopo, arrivarono le formiche. Un’incontrollabile sensazione di solletico in pancia, come se il mio stomaco avesse aperto le porte a una simpatica colonia di insetti. E il nuovo rifugio era di loro gradimento: anzi, a giudicare da quanto mi si agitavano dentro, quelle formiche dovevano essere impegnate in una vera e propria festa di inaugurazione. Chiamai Paolo che era in ufficio e avvertii al lavoro che avrei fatto un po’ tardi. Ero già vestita, mi mancavano solo le scarpe e, per poco, non ne misi una diversa dall’altra. Salii sul primo autobus e rimasi in piedi per tutto il tempo. Il mio cuore andava al ritmo dei fuochi a ferragosto, strano che per gli altri continuasse ad essere inverno. Alla fermata, Paolo era già lì che mi aspettava; insieme proseguimmo il cammino. Conoscevamo bene la strada: l’avevamo percorsa già tante volte, sperando sempre che fosse l’ultima. E forse quella lo sarebbe stata davvero.
La ragazza, dietro la scrivania, ci accolse con un sorriso caldo e promettente.
– Desideravo dirvelo di persona – fece lei – ecco perché vi ho chiesto di venire – .
Il sorriso le si accentuò. Io ero decisa a mantenere la calma, ma non avendo alcuna esperienza in fatto di tecniche yoga, non trovai niente di meglio che fissare le labbra della ragazza e, mentre lei parlava, immaginai che fossero ali di farfalla. Incredibile, funzionò davvero. Ascoltai le sue parole fino alla fine, non svenni né diedi di matto. Dentro, però, le formiche non c’erano più, scacciate da un intero branco di elefanti che scorazzavano liberi e felici. Insomma, barrivano i giganti, ce l’avevamo fatta: finalmente potevamo partire e il viaggio di ritorno l’avremmo fatto in tre.
Quel giorno io e Paolo non tornammo al lavoro. Prenotammo i biglietti aerei e passammo il resto della giornata a festeggiare. La notte non dormii affatto; trascorsi la maggior parte del tempo a pensare in silenzio, con un sorriso da ebete in faccia, seduta per terra al centro della stanza di Alyssa.
Ma quella non fu l’unica giornata speciale che io ricordi in tutta questa faccenda, e forse neanche la più importante in assoluto. Ce n’erano state altre in passato, per esempio quella in cui vidi Alyssa per la prima volta.
Ricordo che era d’estate e al mattino la luce mi svegliò molto presto. Eppure ero sicura di aver abbassato la tapparella con cura, come faccio sempre prima di andare a dormire. Allora mi venne in mente che il sole doveva essersi sciolto e, in forma di liquido, doveva aver allagato ogni angolo della casa, penetrando attraverso le più piccole fessure. La Terra, di sicuro, non esisteva più, sommersa dall’acqua color zafferano, e io mi sentivo come un pesce nato senza branchie che annaspa in superficie cercando di rimanere a galla. Fortunatamente non dovetti attendere molto; e ciò che trovai, nel bizzarro mare di quel giorno, fu ben più di una ciambella trasparente a cui aggrapparmi.
La ragazza dietro la scrivania ci accolse con un fare cortese. Poi, senza tante spiegazioni, mi allungò un’anonima busta sottile.
– Apra – mi disse con un sorriso di attesa. E io lo feci con l’attenzione e la cura con cui si maneggia il vetro soffiato. Avevo ragione, perché dentro quella busta c’era lei, Alyssa.
Non conoscevo nulla, neppure il suo nome, e non so spiegare cosa provai quando la vidi impressa su quella foto; dovrei chiamare a raccolta tutti gli animali del pianeta e chiedere loro di parlare nello stesso preciso istante, ognuno nella propria lingua, forse allora riuscirei a descrivere almeno in parte lo stravagante trambusto dei miei pensieri.
La prima cosa che mi colpì furono gli occhi, grandi e silenziosi. Avevano quattro anni e un’espressione assorta, come se la loro esistenza fosse già piena di ricordi ingombranti. Alle loro spalle, una parete alta e grigia cancellava l’orizzonte ritagliando uno stretto rettangolo di cielo incolore. Strinsi fra le mani quello sguardo di carta e, una volta a casa, piansi a lungo, come fanno le donne che in ospedale vedono per la prima volta il loro bambino.
Forse sarà stato per il bianco e nero della foto, o magari per la mia vecchia maestra delle elementari che aveva un debole per le penne colorate; a ogni modo, quello che feci subito dopo fu comprare una serie di barattoli di vernice e, con quelli, dipingere le pareti della stanza di Alyssa. Non conoscendo il suo colore preferito, tanto valeva usarli tutti; così, in poco tempo, realizzai una vera opera d’arte degna del Moma di New York.
Il giorno in cui Alyssa mise piede in quella stanza fu, per me, come sostenere un esame. Lei studiò i disegni delle pareti in silenzio, scrutò ogni angolo che le si apriva davanti, dal pavimento al soffitto; poi, all’improvviso, si voltò verso di me e sorrise. Ma prima che potessi abbracciarla, scappò e si mise a correre veloce da un capo all’altro della casa gridando piena di euforia, e io dietro di lei, come due scimmie urlatrici fra gli alberi della foresta di Ometepe.
E’ incredibile come ancora oggi i ricordi si aggirino liberi nella mia mente; saltano fuori come le forme pop-up di un libro per bambini. Non sono arrivata neanche a metà dell’opera e avrei tante altre pagine da raccontare. Ma ormai sono le cinque del mattino, la sveglia ha appena suonato e il mio naturale talento mi dice che anche questa sarà una giornata davvero speciale.
Mi alzo e preparo un caffè. Fuori fa buio e il cielo è ancora scuro. C’è silenzio nell’aria e una specie di energia che lascia indovinare il prossimo chiarore del giorno. Inspiro l’aroma del caffè e lo bevo lentamente. La porta della stanza di Alyssa è aperta. Entro in punta di piedi e siedo per terra. Mi guardo indietro e penso a come il tempo sia trascorso rapidamente, quasi quanto il battito d’ali di un colibrì. In mano ho l’ultima cartolina che mi ha spedito. Accarezzo il francobollo e annuso l’odore della colla e della carta spessa. E’ partita da quasi un anno ormai e con sottili tratti di inchiostro mi racconta che tutto procede bene. C’è sempre molto da fare laggiù, ma il sorriso e l’affetto dei bambini del suo vecchio orfanotrofio la ripagano di ogni fatica; dice che è un po’ come devono sentirsi le tartarughe marine quando, appena nate, percorrono una lunga distesa di spiaggia cocente e raggiungono finalmente le onde fresche dell’Oceano.
Guardo l’orologio. L’aereo decolla fra circa tre ore e la mia valigia è già pronta. Sono di nuovo in partenza, ancora una volta vado a incontrare mia figlia. Il mio stomaco è pieno di formiche e sento che presto arriveranno anche gli elefanti.