Fai la brava – Giovanna Tomai

Fai la brava

di Giovanna Tomai

Quella tosse, secca e impertinente, quando la senti, ti turba non poco. Ti ricorda quelle sere d’estate quando con la compagnia di turno rientravi tardi, così tardi da far imbestialire tua madre, pronta con il suo bagaglio di bigottismo a caricare d’angoscia quella faccia d’angelo che, seppur bella e diafana, così tanto angelo non era. Era in quei momenti che ascoltavi quel suono distante, che s’affannava sempre più e ti rincorreva nei corridoi della casa buia pesta, cercando durevoli spiegazioni a quell’avventatezza che si protraeva senza senso.
– Torna dentro, sciagurata! – ti urlavano contro, con il fiato pesante di chi quelle cose le ha conservate per anni nei dedali sinuosi della mente.
Ancora oggi, quando ascolti quella tosse che si insinua nelle pieghe della tua
memoria, avverti un guizzo al cuore, come fosse puntura di ago sulla pelle screpolata dal sole.
– Ma com’è successo? Così all’improvviso… –
Le donne raccolte nei capelli ingrigiti, sulle sedie impagliate, come figurini a un concorso di bellezza, si fanno forza con la cantilena di preghiere, con la prefica in testa. Lauretta si chiama, la nana più pagata del paese. Nei tuoi ricordi sembrava una bambola parlante quando camminava con quell’andatura sbilenca, per quante volte l’hai osservata ai funerali degli altri. Ora è lì, a quello di tua madre.
– Non permettere a nessuno di prenderti in giro, anche se sei nel torto nega sempre, e non ti confidare con nessuna amica, così non potranno tradirti. Poi fatti bella anche in casa, tieni sempre il rossetto su quelle labbra morbide – sentenziava.
Queste le parole che più ricordi, insieme agli abbracci prima del sonno e alle coperte rimboccate prima di sciogliersi nel sopore della notte.
Ora è lì, immobile. Come fa a essere così ferma, lei, che si è mossa sempre troppo?
– Ciao Rita – è un volto che non riconosci. E pensi a quel nome, che non ti è mai piaciuto, sintetico e disadorno.
La Santa degli Impossibili. Come lei hai fatto miracoli.
Hai viaggiato nel traffico sotto la pioggia assillante di una deprimente giornata di settembre. Invece è mite nella tua terra brulla e disadorna, piana come un panetto di DAS modellato dalle manine istruite di un fanciullo.
Hai il viso segnato. Una donna smarrita, spaiata.
– Dobbiamo andare da Mimì l’avvocato, ti ricordi? –
– Babbo, la mamma è morta, finita ieri da un ictus. Non me ne frega niente dei tuoi traffici, lasciami in pace adesso –
– E’ necessario Rita, te l’avevo già anticipato, quanto tempo ti fermi? –
– Ho detto di lasciarmi in pace! –
Rita non si risponde così al babbo, fai la brava.
In fondo anche lui è spaurito. Per chi comprerà adesso pomodori e cetrioli? Con chi discuterà per i calamari e la bietola del giorno prima?
Lo sai anche tu e lo abbracci forte, lui tossisce, eccolo lì. Chiuso e risolto nella sua finzione. E’ lui che te l’ha trasmessa, lo sai.
Quante volte li hai sentiti bisticciare nella pace della notte, tu eri nella tua camera azzurra, al suo interno ti sembrava navigare quando ci entravi, e da lì hai imparato a stare a galla nella vita.
– Dimmi con chi li usi, almeno, dimmelo! –
– Smettila, la bambina ci sente –
E invece di preservare la loro fedeltà custodivano te dalle probabili complicazioni.
– Deve essere la più brava e da grande diventerà una persona rispettabile –
Un brutto sogno, sotto la coperta che ti riscalda, quella con la spina che va a corrente.
– Quanto tempo ti fermi, Rita? –
– Non lo so zia, almeno una settimana, non di più. Parigi mi aspetta per la fiera e poi a Milano devo chiudere i lavori in azienda –
– Vieni a casa. Ti ho preparato le pizzelle con la rucola. Da quanto tempo non le mangi? –
– No, grazie non ce la faccio, solo una doccia e vado a dormire –
E invece non dormi. Resti lì impalata in mezzo alla gente che si alterna e ti bacia sulle guance. Per fortuna non hai sentito le grida quando sono accorsi. L’hanno trovata riversa in terra, un rivolo di sangue dalla bocca.
Un commiato all’una e all’altra comare, soffi di labbra dispensati sulle gote rugose della gente di campagna e poi via nell’aria afosa del tardo pomeriggio. Un tramonto amaranto si staglia in lontananza e un ulivo piantato nel centro della piazzetta gioca alle ombre cinesi. Quella è stata la casa che tu hai sempre sentito, anche se la vera dimora doveva essere quella con i tuoi bambini, al Nord.
La chiave nella toppa riproduce quel suono abituale che tante volte hai udito, ti sembra di sentire in lontananza perfino il verso del merlo indiano che accompagnava i tuoi lunghi pomeriggi di studio.
Tuo padre rientra tardi questa sera, come tutte le altre che ricordi quando lo aspettavi, da bambina, con la tavola da tempo apparecchiata e lui odoroso di tabacco e menta fresca, con il profilo imponente e la pelle scura.
E’ tutto immobile, i ninnoli hanno sempre ingombrato la casa. Il gioco del silenzio, come all’asilo.
– Sì, pronto – il trillo del telefono ti fa sobbalzare. Non c’è nessuna voce.
Riagganci.
Conti i passi sui mattoni di marmo rosa chiaro, come con i tuoi cuginetti per giungere in camera, chi prima arriva guadagna la postazione di leader e può decidere chi conduce il gioco, pronti via!
Adesso sei da sola ma ci sei abituata, è cosa che ti riguarda.
Sfiancata dalla fatica ti rovesci sul letto, c’è sempre quel panno rosa fucsia che lo copre, con tutte le roselline all’uncinetto, attaccate una per una dalle mani sapienti della nonna Adelina, sembrano ancora odorare di fegatini cotti al forno e crocchette di patate fritte in padella. I sapori si sciolgono in bocca mentre ti adagi nel dormiveglia.
Un trillo diverso stavolta, non una chiamata, è un testo, un messaggio.
– Ho saputo solo adesso, mi dispiace, non sono lì con te ma è come se lo fossi, con la testa –
Già, con la testa. Quante volte hai sentito questa frase, l’ hai urlata nel vento a quelle nuvole che si tingevano di rosa dietro i vetri di città. Troppe volte scorticata per ritrovarci dei sensi. Non rispondi. Lasci il tuo pensiero slittare sotto le palpebre e ricacci via quelle righe salate.

ADELINA
La moglie del veterinario è conosciuta e rispettata in tutto il paese, che bella donna.
Lunghi capelli neri annodati in trecce, la retìna li protegge come una sottile ragnatela che imprigiona ma lascia respirare. Gli occhi verdi si posano severi sui numerosi figli. La sua voce cantilenante si perde nelle stanze della grande casa bianca con la vite arrampicata fino al tetto e i grappoli maturi e dolciastri che pendono a colorare le pareti.
– Le prendi queste due gallinelle per farci il brodo donna Adelina? –
Incoronata, la donnetta piccola e gobba che l’aiuta a riordinare la casa e a potare le rose del giardino, un cespuglio per ogni figlio nato.
– Grazie, ci faccio il brodo per domani sera. Giovanni rientra presto –
Ci faccio i tagliolini e aggiungo pure due polpettine di carne macinata –
L’unica donna che guida in paese, che vergogna!
– Non bisogna guidare la bicicletta, roba da uomini! – le insegnavano le malelingue.
– Mio marito me la lascia guidare e io ne approfitto –
E di suo marito ha abusato lei, rendendolo schiavo di quella bellezza che rapisce ma in cambio solo doni d’amore e fedeltà. Qualche briciolo di poesia nelle sere d’autunno, di fianco alla stufa con la legna crepitante. A osservare le sue mani larghe e paffute con gli strumenti del lavoro, il tosapecore, quella specie di forbice che apre le fauci verso il vello candido.

Ama il suo ardore e la precisione con la quale impartisce il chinino a tutti i suoi figlioli, Matteo e Celestina in primis, così biondi e gracili, quasi albini. Ma ce n’è anche per Rosa, Anna, Lelio, Michele e Rocco.
Ciò che le resta dopo tanti anni sono quelle mani legnose che incrociano giri di uncinetto, e maglia bassa e maglia alta, poi la coperta finisce e se ne comincia un’altra.

ROSA
Capelli ricciuti su quella testa matta, occhi azzurro metallico e labbra sottili che si increspano come il mare d’inverno. E’ donna fatta ormai e nessuno la vuole, un tronco non levigato, un sasso di mare abbandonato in riva e mai addolcito dalle onde.
– Donna Adelina, si deve sposare, è ormai in età da marito! –
– E che ci posso fare Incoronata, starà qua a guardare la casa e a occuparsi di me –
Invece arriva Armando per posta, su quelle foto spedite da Piacenza.
– Glielo facciamo conoscere a Rosa, vediamo cosa succede! –
Non le fa paura, in fondo è tenero, con quell’aria smarrita e la balbuzie importante, disegna come suoni quando le rivolge la parola.
Ma anche lui la fa disperare. Quando rientra a casa dal lavoro mangia un boccone e la lascia, per ritrovare gli amici in osteria.
– Stai qua tu, che mi vergogno a portarti con me, stupida terrona –
Lacrime piccanti le riempiono la giornata, riprende la valigia e torna al paese,
in mezzo ai rovi, povero fiore appassito.
Niente struscio sul corso principale, nè mandorle tostate e croccante di torrone.
– Fai la brava Rosa – bisogna sopportare, il matrimonio si erge sui compromessi.
Ma lei non ci sta. Resta appartata con quella solitudine che la traghetta alla malattia.
Un’ esplosione di croste sul corpo destinato a fiaccarsi sempre più, fino a dileguarsi.

ANNA
Simpatica e un gran maschiaccio, tira giù le trottole a scuola e vince spesso tra gli altri.
– Donna Adelina ma ‘sta figlia vostra, così inquieta e imprudente! Dovreste imparare a tenerla a bada, altrimenti a sedici anni vi scappa di casa! –
– Ma no, vedrete che poi si calma. Si calma la mia Anné –
Alle feste i fratelli devono sorvegliarla. E lì incontra il maestro Silvio.
Spessi occhiali da vista. Non bello, ma intellettuale e comunista.
Così affascinante nel giorno del suo matrimonio, con il vestito solenne e i riccioli bianchi a cascata, la parrucca di stoffa che adorna l’ovale perfetto.
Ciao Anné, la trottola dei giochi ti rimane in mano, non si gareggia più.

ROMANA
La più piccola di casa, un cerbiatto impaurito.
E’ lei l’unica prescelta per il collegio a Monteleone, nei monti distanti.
Si affaccia alla vita con le suore nell’orfanotrofio. La sera avverte il gelo delle
lenzuola ma le preghiere la scaldano. Dopo la scuola il refettorio da rigovernare, a turno con le grandi. Ma lei non si lamenta, in fondo è fortunata. L’unica prescelta della famiglia che porterà a casa un diploma da ragioniera.
Non le servirà per risolvere i conti della vita.
Le giornate trascorrono lente e l’unico lusso resta quello di intrecciare la paglia o l’uncinetto. Le sue mani diventano sapienti, le stesse che accoglieranno il corpo senza vita dell’ unico figlio travolto da un insulso incidente, quelle stesse che resteranno giunte nella preghiera di riscatto.
Ma quell’amore dov’era per te, Rita?
– Semplicemente un’invenzione cinematografica –
Perché è così improbabile per te amare gli altri?
Alla fine ci metti sempre una pietra sopra. E sbuffi, come l’oscuro vulcano dell’isola natìa di tuo padre, laggiù ai confini con l’Africa, dove il sole schianta le rocce e i cuori più aspri. Ti trascini l’intensa storia d’amore con il musicista, lui suonava la tromba, ritmi e musiche jazz ornavano le vostre giornate. Avevi riscoperto la forza dei colori, avevi sorpassato gli inutili inganni e gli orgogli, lui ti aveva plasmato in una pasta nuova, decorata di note e suoni. Eppure l’avevi lasciato andare per la sua strada, nel viaggio dove mai si approda, dove nessun luogo si tocca.
Anche il papà dei tuoi bambini, che ragazzo educato. Hai salutato anche lui.
Fai la brava, riprenditi il marito almeno.
– Basto a me stessa mamma, smettila di dirmi ancora cosa devo fare a quarant’anni suonati –
– Cosa dirà adesso la gente? Non ti vergogni? Fossi in te metterei la faccia sottoterra –
Eppure così pulita non eri stata mai, Rita, libera da ogni condizionamento, la tua luce non doveva più filtrare attraverso vetri appannati, adesso zampillava autonoma dentro te, disegnava circoli e girandole variopinte.
Una donna assolta persino da sua madre, adesso.
Il viaggio di ritorno è stato acqua e sale, ti sei fermata sulla costa marchigiana, hai respirato a lungo le grida laceranti dei bianchi uccelli di mare.
Adagiata sulla spiaggia hai fiutato l’odore di speranza che si prende gioco di te.
Eppure ti solletica, lo vuoi imbrigliare e mescolare al tuo.
Fai la brava.