Beslan – Raoul Lolli

Beslan

di Raoul Lolli

“Chi cazzo se ne frega se vengono da Beslan!” gracchia la voce del vicequestore dalla radiolina della volante, ferma davanti al cancello della scuola.
Per ogni frase che sento da un paio d’ore a questa parte, scruto le reazioni di mia figlia Giorgia. Ora, i suoi occhi castani sembrano lo zoom di una macchina fotografica (in effetti, il cronista e il fotografo di un quotidiano locale sono presenti con la loro attrezzatura). Da quando siamo arrivati qui, Giorgia non si è più staccata né dallo sportello dell’auto blu, né dalla mia mano. Non era mai successo. Di solito, me la lasciava dopo due passi. Fa la quarta elementare e ne è molto orgogliosa. Mi racconta sempre quello che succede in classe ed è per questo che mi ha costretto a restare qui con lei, invece di accompagnarla a casa come hanno fatto gli altri genitori. So che stavolta non riuscirò a metterla al riparo da scene che potrebbero turbarla. So che quel bambino asserragliato con la mamma dentro la biblioteca della scuola si chiama Beslan. So che Giorgia lo adora. So che lui non deve morire, e noi siamo qui per impedire che ciò avvenga.
Oltre a noi due, al cronista e al fotografo, al vicequestore e all’agente biondino della volante, ci sono una manciata di curiosi e Dolores, la bidella di origine cubana, seduta sul muretto. Stamattina, ha trovato il vetro d’ingresso rotto e i frammenti sparsi ovunque, così ha dato l’allarme.
Un quarto d’ora dopo il suo e il nostro arrivo (come al solito eravamo in perfetta puntualità anche per il pre-scuola), è giunta la volante del vicequestore a sirene spiegate. Quando ha spento il motore e il fumo della marmitta s’è dileguato, dalla finestra della biblioteca è spuntato il megafono della mamma di Beslan, che ha detto: “Abbiamo pistola e benzina. Se non date permesso soggiorno, noi bruciamo scuola”.
Il biondino l’ha messo in dubbio sottovoce, senza che lei lo sentisse.
Il vicequestore s’è attaccato alla radiolina e ha chiesto alla centralinista se risultano armi rubate di recente. Lei gli ha risposto di attendere qualche minuto.
La mamma di Beslan ha concluso: “Abbiamo mangiare e bere per tre giorni. Se non aiutate noi, finisce male”.
Dopo una ventina di minuti, la centralinista s’è rifatta viva attraverso la radiolina e ha riferito al vicequestore che la settimana precedente il proprietario del negozio sopra cui Beslan e la madre hanno affittato un appartamento, aveva denunciato il furto di due P38 e due caricatori.
Il vicequestore ha impugnato la radiolina con la maestria di un borseggiatore: “Affanculo, se non gli danno il permesso di soggiorno! Voglio il prefetto qui di fianco a me… Chiamatelo!”
La replica l’ha ricevuta seduta stante dalla centralinista: il prefetto si trova fuori, in missione.
Il vicequestore ha fatto una torsione verso la bidella, che sembra suscitare la sua attenzione, e ha sbottato a voce alta: “Questa è una fottuta missione! Se rinasco, faccio il politico”. I capelli corti e neri, i baffetti ispidi, il labbro superiore e la mano destra (talmente lunga che sembra infinita) tremavano come foglie. Trentacinque anni, quaranta al massimo, magro, slanciato e con una certa istintività di carattere.
Irina, la mamma di Beslan, ha qualche anno in meno di lui, e di me. È seria e schiva: l’ho incrociata un paio di volte al supermercato con suo figlio ma, sapendo che è vedova, ho avuto un po’ di remore ad attaccar bottone. Purtroppo, non c’era neanche Giorgia da sfruttare come esca. Era da sua mamma.
Quattro anni fa, quando io e Silvia ci siamo separati, l’affidamento condiviso è stata l’unica decisione presa di comune accordo: i primi quattro giorni della settimana a lei, dal giovedì sera al lunedì mattina a me. È lunedì oggi, e più tardi Silvia verrà a ritirare Giorgia. Probabilmente arriverà sull’una e tre quarti. Lavora come capo settore all’ufficio anagrafe. Non ci sarà bisogno di spiegarle niente, sarà già al corrente di tutto quanto sta accadendo. Indubbiamente, ora, sta pensando che io abbia portato Giorgia in azienda con me. Quando Silvia non ci troverà lì, sentirò squillare il mio cellulare. Mi troverà subito, non ho una collezione di telefonini scaricata nella denuncia dei redditi. Lei usa sempre la stessa espressione: “Ciao, crumiro. Dove hai messo il mio gioiello?”
Ho conquistato sul campo il titolo di crumiro della coppia: il crumiro, nel suo vocabolario, è chi non segue l’andazzo. Nel mio caso, significa pagare le tasse fino all’ultimo centesimo.
Per fortuna, la voce del vicequestore interrompe la mia autocommiserazione: “Accidenti! Una rogna così non m’era mai successa! Dove lo trovo un italiano che fa carte false per una morta di fame? Hanno voluto i controlli più severi? Che si arrangino…”
L’agente biondino sghignazza: “Lei, capo, potrebbe sposarla”.
Il vicequestore, single, lo guarda male, e il biondino ritorna subito nei ranghi.
Dolores s’è avvicinata: “Irina è bella signora, ma io non piace donne. Se no faccio matrimonio gay”.
Il vicequestore è intuitivo, oltre che uomo d’istinto, e le ha risposto: “Allora, deve accettare il mio invito a cena”.
“Prima, lei risolvere problema Beslan e di scuola” ha tenuto duro Dolores. “Difficile un altro lavoro per me”.
Lui ha abbassato gli occhi, come un capriolo ferito.
Il biondino, rigirandosi la fede all’anulare, mi ha fissato: “Io non posso, ma…”
Dolores l’ha anticipato: “Il signor Casadei…”
Giorgia mi ha stretto la mano e ha alzato gli occhi. Le ho sorriso.
Ho dato al vicequestore il numero di Silvia, che si è piegata di fronte alla sua real politik. In cambio, devo portargli a casa Giorgia, “quando abbiamo finito”: lei non si scomoda.

Il vicequestore non ha dovuto convincermi: “Lei è abituato a trattare con i dipendenti, io no… Ho solo dei sottoposti”.
Ora, stiamo entrando: io con una mano alzata come in un telefilm poliziesco, Giorgia che mi stringe l’altra, con la stessa tranquillità di chi si riappropria di un luogo familiare. Abbiamo deciso che sarà lei a spiegare a Beslan la mia proposta di matrimonio civile: sabato le mie carte e quelle di sua madre saranno pronte. Il problema è che Irina non sa ancora nulla dell’offerta. Dolores, che la conosce bene, le ha gridato, senza megafono, che noi due entravamo là, così nessuno avrebbe potuto torcere loro un capello. Oddio, non ha usato proprio le stesse parole: la sua padronanza dell’italiano non è delle migliori. Anche se siamo nei dintorni di una scuola, qui, per fortuna, non dobbiamo accertare le sue abilità linguistiche: questo non è un test di grammatica, ma di umanità.

Alla fine del primo quadrimestre Giorgia aveva otto in italiano, ma dieci in comportamento. Non so come l’abbia meritato, a casa (almeno con me) è un turbine, una tempesta. Si placa solo quando scrive nel suo diario. Non l’ho mai letto, ma lì dentro, forse, c’è scritto che, di nascosto da me e da sua madre, sta imparando anche il russo. Glielo sta insegnando Beslan, nei limiti di quello che possono fare due bambini di quell’età. Lo hanno usato un paio di volte, con naturalezza. Così, Beslan è riuscito a tradurre tutto a sua madre. Solo dopo una mia esplicita domanda lei ha alzato il palmo della mano e l’ha fermato. “No” ha risposto, trafiggendomi con i suoi occhi azzurri come la divisa della nostra nazionale olimpica. Si è alzata, ha preso le due pistole, ha tolto il caricatore e l’ha gettato nel cestino della biblioteca. Mi ha messo il megafono in mano. Ho aperto la finestra: “Abbassate le armi, usciamo!”
Irina ha afferrato la tanica di benzina e Beslan gli è andato dietro: ho sentito che stavano rovesciando la benzina dentro un water.
Ne ho approfittato per coprirmi le spalle: “Mi raccomando, Giorgia! Acqua in bocca con la mamma. Lei non deve sapere che sei venuta qui dentro con me”.
“Allora, devi dirlo anche alla bidella”. Mi ha sorriso.
Ho ripreso il megafono in mano: “Niente fotografie quando usciamo!”
Sono tranquillo, quasi felice: Irina non è già fidanzata. Non mi sarei tirato indietro lo stesso, ma non mi nascondo che sarebbe stata molto più dura.

Manca ancora un po’ al tramonto. Stiamo compiendo i primi passi. Giorgia ha dato la mano a Beslan e sono partiti, davanti a noi. Hanno entrambi un libro in mano: Beslan Il Piccolo Principe, Giorgia ha scelto il Diario di Anna Frank. Con sua mamma deve aver guardato la fiction televisiva.
Noi li seguiamo, arretrati di qualche passo: Irina dietro a Beslan con la sporta del mangiare, io dietro a Giorgia con il megafono abbassato.
Il vicequestore, l’agente biondino e Dolores ci stanno applaudendo.

Il cronista ci sta chiedendo di metterci in posa per una foto. Ci siamo tutti: noi quattro e loro tre. Domani, quando sfoglieremo il giornale, non si capirà perché sono a testa in su, ma un motivo c’è. Il cielo sembra una striscia tersa come il colore della bandiera russa. E nel momento in cui il fotografo scatta, sto pensando che finalmente il mondo va a rovescio. Forse, dopo oggi, non sarò più un crumiro, ma uno scioperato.