Baciami davanti a tutta l’Africa – Francesca Biagini

Baciami davanti a tutta l’Africa

di Francesca Biagini

Mi hai placcato i sensi, mi hai guardato e inciampando nella provocazione, nella timidezza e nel coraggio mi hai detto: “Baciami davanti a tutta l’Africa”
Ti sto baciando, dimmi che lo senti e che anche tu, come me, stai lottando con il pudore che nei nostri corpi si scompone disordinatamente.
Anticipo i tuoi gesti, posiziono il secchio e apro la cisterna dell’acqua mentre nel tuo sguardo leggo esattamente il quadro dipinto alle mie spalle.
Potrei dire di cosa stanno parlando le donne sotto l’albero: saranno cinque o forse sei a godere dell’ombra secca del sacro oseki, a infilare perline con sincopatica eleganza, spogliandomi nuda con le loro affilate critiche, in attesa di domani.
Domani è il giorno: il giorno in cui io, la blasfema peccatrice, baratterò la mia, la nostra colpa con la vita.
Anche gli uomini, quelli là vicino al recinto, mi guardano male e lo so perché sento la vergogna che mi impedisce di voltarmi e confrontarmi con i loro visi; uomini che si preparano al gran giorno ornandosi i lobi delle orecchie con pezzi d’avorio, in sottofondo un coro afono accompagna mani esperte che colorano loro le teste con il rosso della terra.
E mentre vedo tutto questo con lo sguardo rivolto a piccole dune di sabbia appisolate come pachidermi al sole, di nuovo tu mi dici: “Baciami davanti a tutta l’Africa”
Rispondo con un sorriso, ma abbasso immediatamente lo sguardo, aspetto che il mio secchio sia pieno d’acqua e prendo il tuo ancora vuoto per poterti sfiorare la mano; perché mi chiedi di sfidare ogni rumore e ogni colore con cui ho vissuto fino ad oggi? Riesco solo a guardarmi i piedi, ma con la mente tu mi hai già spogliata sulla riva del Tana.
Con il secchio sulla testa, torno nella mia casa, la prima a sinistra, quella destinata alla seconda moglie, la tua enkang invece è là vicino al recinto dei vitelli.
Ci separano tre oseki, una cisterna d’acqua, un tavolo per il gioco del Boa abbandonato nella polvere, ci divide la colpa di aver intessuto un filo rosso di passione tra le nostre gambe, la vergogna di averti desiderato e poi baciato e poi amato più di ogni tribale del nostro popolo.

Domani morirò davanti al mio popolo.
“Non posso neanche guardarti negli occhi e lo sai, forse per questo vuoi i miei baci adesso?”
Mi rispose con una domanda: “ Ci sarai stanotte?”
È che semplicemente non esiste altro luogo in cui esserci se non nuda sotto di te.
Già notte e io sono qua ad aspettarti abbracciata a un’ansia sconosciuta, giocando con il profilo della tua ombra che mi si avvicina e riconoscendo il ritmo dei tuoi fianchi che ondeggiano, ascolto il tuo odore, mi ricorda una spezia, non so quale.
Vorrei che le nostre braccia e le nostre lingue si intrecciassero come un baobab e insieme affondassimo le radici su questo fiume.
“Dorme la luna, dormono le stelle, dorme l’elefante con le gazzelle…sotto un baobab ribaltato dorme un bimbo un po’ assonnato” canticchio nella testa l’immagine di mia mamma con in braccio mio fratello. Vorrei cantarla a te, ma non posso che unirmi al silenzio aspettando che la tua voce vomiti il segreto che ti tormenta.
Così facciamo l’amore, ma stavolta non è come sempre.
Con calma e senza troppa convinzione ha già i vestiti addosso e legandoti le scarpe, infili tre parole come tre colpi di baionetta: “Aspetto un bambino”.
“Nooooo…Nooo…non è vero” non volevo fosse vero, non poteva esserlo, non doveva. Il sapere dell’esistenza di un’altra vita, mi provocò un istinto di morte. Volevo ucciderla, ma non avevo idea del come. Assurdo come iniziai a valutare ipotesi e soluzioni, lasciandola andare come se fosse un fantasma.
Potevo scappare, andare a casa, prendere le poche monete che avevo e salire su un treno per chissà quale altra città. Potevo immolarmi come la donna che aveva sfidato i diamanti dell’Africa amando un’altra donna.
Camminavo impazzita, non trovavo niente che rientrasse nella previsione dei miei pensieri, non sapevo se capire innanzitutto quando era successo, ma no, non aveva importanza, ora che farò? E lei dov’è adesso? Forse tutti del popolo lo sanno e stanno aspettando che torni al villaggio per riempirmi di pietre e usarmi come cerimonia dimostrativa della morte del peccato. Non posso tornare a casa.
Sento dei passi. Li riconosco.
Corro verso di te, ma anche il tempo mi tradisce.
Io abbracciata alle tue gambe, una corda intorno al tuo collo.