Assaggi di futuro – Stefania Fontanelli

Assaggi di futuro

di Stefania Fontanelli

La scatola è precipitata mentre tentavo di mettere ordine sullo scaffale più alto. Una spolverata fino a metà cerco di darla ogni settimana, ma al riordino completo della libreria mi dedico solo una volta all’anno. Inevitabile che le scartoffie meno in uso siano relegate ad altezza soffitto. Questa volta una mossa maldestra mi ha tradito e per poco non sono franata a terra insieme alla valanga di carta. Sono rimasta qualche minuto in cima allo scaleo a contemplare il disegno creato da cartoline e foto sparse sul pavimento. Quando sono scesa ero decisa a rimettere via tutto senza stare a guardare. Ci ero quasi riuscita, quando ho notato una cartolina che sbucava da sotto il divano.
La foto di una festa di compleanno, data 13 marzo 1967: sei bambine e una donna adulta con un cappellino di carta in testa. Al centro dell’immagine c’è la festeggiata, con un abitino dai colori pastello e scarpe di pelle lucida, porta gli occhiali, piccoli e tondi. Accanto ci sono io, che la tengo per mano. Il ricordo mi fa entrare direttamente nella scena, abbattendo ogni vincolo di spazio e tempo, come attraverso uno specchio magico.
“Adesso si preparano la 1 e la 3, pronti via!” una corsa e sono lì a fronteggiarmi con Christina, la mano protesa verso il fazzoletto che sua zia tiene in mano. Uno scatto e lei è già partita. Riprendo fiato e alzo le mani in segno di resa “Ok, avete vinto voi”. I giochi si sono susseguiti uno dietro l’altro, animati da zia Natasha, che ci ha guidato senza sosta dalla caccia al tesoro a ruba bandiera. L’entusiasmo si legge sulle nostre facce sorprese e divertite. Il coinvolgimento di un adulto nei nostri giochi è un’esperienza nuova per noi, di solito alle feste ci diamo appena il tempo di ingoiare un boccone di torta con i grandi e poi scappiamo in cortile, nessuno ci bada più fino al momento dei saluti. Queste però sono persone speciali.
Un pomeriggio, qualche mese fa, ho deciso di spingermi fino alla casa di là dalla vigna, dove è venuta ad abitare la nuova famiglia. A mettere in moto la mia curiosità è stata la bambina, intravista più volte attraverso la staccionata di cemento che circonda la casa. Ha un’aria esotica, diversa da tutti i compagni di giochi del vicinato. Magra, un viso rotondo dai lineamenti minuti, la pelle ambrata; di lei mi affascinano i capelli lisci e nerissimi, con una grande frangia fino alle sopracciglia. Sono quello che sogno da sempre: i miei sono ricci, ribelli e intricati.
“Come ti chiami?” mi è costato un certo sforzo fare la prima mossa, ma poi ho goduto del vantaggio fissandola dritto dall’altra parte del cancello. Lei è rimasta lì senza dire niente, imbambolata, con le gambe incrociate e lo sguardo basso. Ho dovuto aspettare un po’ prima di sentirle mormorare il suo nome. Ha un modo di parlare inusuale, una cantilena dall’accento curioso, dove le parole sono disposte in modo bizzarro. Le ho chiesto se potevo entrare nel cortile, ci ha pensato un attimo e poi ha annuito. Christina, viene da lontano: Helena, la madre, è americana e Victor, il padre, è indiano; lei è nata a Bombay.
“Bambine venite a mangiare”, una voce ci chiama in casa e noi, sudate e stanche rispondiamo subito all’invito. La sala è addobbata con palloncini e il tavolo della cucina è imbandito di cibi mai visti: vassoi di chapati e frittelle di banane si alternano a pile di triangoli di pane. Che buffi, sono infilzati da uno stecchino infiocchettato e farciti di formaggio, prosciutto e insalata. Maxi bottiglie di Coca-cola ci attirano come calamite. Una volta sono rimasta a cena da Christina e mi sono piaciuti tantissimo i chapati e le salse chutney. In realtà non conoscevo nessuno di questi nomi e quando ho cercato di raccontare a mia madre cosa avevo mangiato le ho parlato di una focaccia sottilissima e friabile, saporita e piena di bolle da bucare con i denti, di strane marmellate dolci, ma anche un po’ salate e piccanti.
“Siediti qui” dice Helena con quel suo accento particolare e con la mano indica il pouf sul tappeto, al centro della sala. Non avevo mai visto una mamma come lei. Alta, formosa, con i capelli cotonati e il trucco deciso: anche quando sfaccenda per casa veste una tuta aderentissima e porta ciabattine col tacco a spillo, decorate da un batuffolo di piume rosa. Sedere sul pouf o ancor meglio a terra, fra tappeto e cuscini, è un’avventura per me. La stanza è piena di elefanti: sul raso degli arazzi, sugli scaffali della libreria, in rilievo sull’argento dei vassoi.
“Dai, dai venite su” Christina ci fa salire nella sua camera per mostrarci i libri che le ha spedito da Londra la zia Anahita, sorella del padre. Sono degli straordinari pop-up di Beatrix Potter, il nome suona così fiabesco che penso sia quello della signora Coniglia, la madre di Peter Rabbit.
A dispetto del primo incontro, l’intesa con Christina è cresciuta impetuosa e ha riempito le giornate infinite della nostra infanzia. Anche tra le nostre famiglie si è creata una consuetudine che è diventata presto amicizia. Abitiamo in una cittadina della costa toscana, le nostre case sono arretrate rispetto alla spiaggia, in una vasta pianura con le colline e le montagne a fare da sfondo. Godiamo del privilegio di avere molta libertà e ogni pomeriggio scorrazziamo in quello spazio, illimitato ai nostri occhi, fatto di campi, vigne, fossi e viottoli sterrati. Gli unici pericoli da cui dobbiamo guardarci sono gli animali delle case coloniche, anch’essi talmente abituati a dominare il territorio da rivendicarlo come esclusivo. Capita spesso di dovere fuggire a gambe levate da un gallo stizzito, da un’oca risentita o da un cane pastore al lavoro col suo gregge.
“Come on, come on” mamma e zia ci incoraggiano a prendere un altro sandwich, sottolineando l’esortazione con una fragorosa risata. L’inglese è la lingua di famiglia, ma tutti sanno esprimersi in italiano, anche se spesso si interrompono nel mezzo di una frase: “come si disce? Teapot…?” intonando l’accento straniero alla cantilena toscana. Tutti tranne Lili, la nonna, troppo anziana ormai per fare lo sforzo di imparare una nuova lingua o forse troppo timida per esporsi. Anche per lei il trucco è irrinunciabile, nonostante l’età e nonostante non esca quasi mai. Mi sorride sempre, con le guance scavate accese di rosa e le labbra sottili dipinte. Ha un’aria fragile, diafana, un timbro di voce flebile. Eppure la sua vita è stata ricca di eventi e scelte indipendenti. Lili è di San Francisco e col marito, che navigava, ha girato il mondo. Le due figlie, Helena e Natasha, sono nate a Leopoli, poi la famiglia ha vissuto a lungo in India. In seguito, morto il coniuge, Lili si è risposata con Pablo, un marinaio collega del marito, di almeno quindici anni più giovane di lei. Quando Pablo ha deciso di tornare alla terra di origine, per continuare a lavorare come capitano di uno yacht, tutti l’hanno seguito.
Il suono di una risata riecheggia dal piano terra: Victor è rientrato dal lavoro e scambia delle battute con sua moglie. Fisicamente i genitori della mia amica non possono essere più diversi e Christina somiglia al padre, piccolo e scuro, con una faccia tonda che cattura subito la simpatia. Fa il fotografo e lavora in un negozio del centro, la maggior parte del tempo lo passa dietro il bancone a vendere rullini, ma qualche volta esce per un servizio a un matrimonio o un battesimo. “Daddy” la mia amica si è precipitata giù dalle scale e io la seguo a ruota.
Si è fatto tardi, la zia carica tutte in auto tranne me, che abito a pochi metri. Natasha è alta e asciutta, senza neanche una delle curve che la sorella ostenta, veste sportivo e ha i capelli corti. E’ la manager del gruppo familiare, si fa carico di ogni incombenza organizzativa ed è sempre indaffarata. Forse per questo non si è sposata o ha altri segreti.
Nel giro di pochi anni, dopo la morte di Lili, i destini della famiglia si sono divisi. Christina e i suoi genitori si sono trasferiti in un’altra città, Pablo e Natasha sono andati a vivere insieme nelle isole Baleari.
Due estati dopo è arrivata una cartolina: l’invito di passare una giornata tutti insieme sullo yacht con cui Pablo stava facendo una crociera nel Mediterraneo. Mentre i proprietari visitavano Firenze, la barca era rimasta tre giorni ancorata nella darsena. Poi ci siamo persi, definitivamente.
Alzo lo sguardo verso la porta finestra. Chissà da quanto tempo il gatto sta cercando di attrarre la mia attenzione: si è stirato per tutta la sua lunghezza e continua a zampettare sul vetro. Mentre mi accingo a riprendere le faccende, penso che l’incontro con la famiglia di Christina è stata la prima occasione di affacciarmi a mondi che non avevo avuto ancora il tempo di conoscere, neppure sulla carta geografica.
Prima di riporre la scatola, mi soffermo ancora un instante a osservare la foto e provo a decifrare il mio sguardo di bambina, giocando a scoprire i segni che anticipano il futuro. Al setaccio della memoria i sapori, gli odori, i suoni di quella festa restano come assaggi dei sogni e delle curiosità che ho potuto gustare nella vita.