Andreij – Vincenza Poliandri

Andreij

di Vincenza Poliandri

Ti vedo avanzare fra la gente, sicuro, quasi spavaldo, con le mani in tasca, il passo deciso e venirmi incontro con un sorriso ingannevole. Ora lo so perché sorridi ma all’inizio quando ti vedevo così mi innervosivo.
Porti il maglione blu che preferisci, te l’ho visto nei momenti più belli. É un po’ logoro, lo indossi spesso. Hai una vita molto felice. Forse è anche per questo che mi sorridi. E ora so perché. Non ti sei fatto neanche la barba, un trucchetto che non dimentichi mai. Sai bene che il bianco candido dei tuoi denti diventa irresistibile con la barba così, anche se comincia ad argentarsi e non ha più quel nero quasi blu di un tempo.
Le tue braccia si aprono per stringermi molto prima che finisca lo spazio che ci separa. E così, per un secondo, ti posso ammirare incantata mentre voli come una colomba sugli Champs – Élysée, con le ali distese. Né neve, né gelo, né freddo ma una primavera senza fine accoglie le anime amate dagli dèi nei Campi Elisi, mentre qui a Parigi un sole ghiacciato accompagna il nostro incontro.
Tre baci. Le prime volte ero imbarazzata, fra la vergogna e il riso. Mi ritraevo dopo il secondo perché per me già uno bastava, due solo per affetto ma tre, non si era mai visto. Quante volte sei rimasto col terzo sospeso nel nulla? Chissà se hai mai pensato di cambiare le tue abitudini? Conoscendoti credo di no. Sei fiero e orgoglioso della tua terra, della tua religione e sicuramente avrai sorriso e spiegato con pazienza. Trovi sempre il lato positivo nelle cose che accadono.
“Caro Nikolaj, quanto tempo è passato…” ti dicono i miei occhi e il silenzio delle mie labbra fa eco alla voce del cuore.
“Maria, quanto tempo è passato…” e il suono della tua voce è un tintinnio di perle sul vetro, prezioso e cristallino. “Mia cara amica, sediamoci per un caffè. Devo parlarti: Andreij è stato liberato.”.
Andreij, solo sentire il suo nome mi fa vacillare. Mai un attimo in tutti questi lunghi anni è passato senza il suo pensiero al mio fianco, il suo volto accanto al mio, il suo respiro sul mio cuscino.
Le mie gambe diventano subito stanche e inciampo. Hanno dovuto sostenere il peso immenso di una colpa inutile e ora, leggere, non sanno più camminare. Nikolaj se ne accorge e mi porge il braccio, mi appoggio a lui come all’angelo del giudizio, con il peso del mio corpo fattosi roccia.
Andreij è mio marito. Quando siamo fuggiti per venire in Francia lo hanno fermato e da allora non l’ho più rivisto, non ho più potuto specchiare i miei occhi nei suoi nerissimi, non ho più potuto stringerlo fra le mani, fra le braccia, fra le gambe.
Certe notti d’estate ho le mani gonfie e la fede mi stringe. Mi compiaccio di questo dolore, mi dice che Andreij è ancora vivo. Amo pensare che il suo pensiero è il mio.
Le notizie sono sempre rare, troppo. Se non fosse per la pazienza e la tenacia di Nikolaj sarei già impazzita.
Certe notti d’inverno ho le mani gelate e la fede mi esce. Allora penso che Andreij è morto e cerco nel mio caro amico un appiglio, una speranza, una notizia. Non ero pronta a quella di oggi.
I tavoli fuori dal bar sono vuoti. Trame di trine incorniciano i vetri e nascondono appena il brulichio di volti all’interno. Nikolaj apre la porta e un lieve tintinnio preannuncia il nostro ingresso ma nessuno lo ascolta. Ci sono luoghi in cui ogni gesto ha un pubblico indiscreto ed altri dove puoi sparire all’improvviso senza clamore. Preferisco questi ultimi, vorrei sempre essere invisibile e non dover vivere in un Paese straniero, dove tutti chiedono, guardano, pretendono, si indispettiscono. Non è facile, hai sempre paura di sbagliare una parola, un accento. Nessuna clemenza, non un sorriso, se sei fortunata non infieriscono ma pochi trattengono il disprezzo.
Appena arrivata è stata dura, l’unica speranza era la strada, insieme a volti di donne troppo truccate, a gonne troppo corte, a calze smagliate, a sguardi lascivi. Mi è andata bene, la padrona di casa non è buona ma è giusta e così ho mantenuto la mia dignità.
Ci sediamo a un tavolo vicino al bancone. File di pasticcini mi guardano come mille soldatini, colorati e immobili. Il cameriere sorride e comincia a parlare velocissimo. Tutti qui parlano troppo in fretta, parole come lucci in un fiume che fuggono, senza lasciare traccia. All’inizio pensavo lo facessero apposta perché io non potessi capire, poi ho imparato alcune parole, poi delle altre. Ora riesco a seguirli ma con fatica e sono ancora convinta che è la loro lingua ad essere troppo rapida e non io che sono lenta.
Nikolaj invece capisce tutto, sente tutto, osserva ogni cosa, i gesti, i movimenti. Fa parte del suo lavoro. Deve essere sempre attento per cogliere ogni occasione, un tentennamento, un’esitazione. Solo così può aiutare quelli come me, quelli come Andreij.
“Cosa prendi? Un caffè?”. Annuisco, nascondendo l’ansia dietro un sorriso bugiardo. “Ti prego Nikolaj, dimmi dove si trova. Come sta?”
“Ora è in un centro per migranti, nel sud Italia. Se riusciamo a fargli riconoscere lo stato di rifugiato politico sarà più semplice farlo arrivare in Francia. E’ solo questione di tempo, so che hai aspettato molto ma devi avere fiducia in me, non mollare ora.”
Due gocce calde escono dai miei occhi, non me ne sono neanche accorta ma mi sconvolgono. Non ho mai pianto in questi anni e ora che, potrei inondare il bar, due sole piccole gocce, calde e salate scivolano sulle mie labbra.
E la mente vola: devo comprarmi un vestito nuovo e voglio un rossetto. Quel copriletto scolorito e sdrucito voglio buttarlo. Ne prenderò uno rosso, con delle rose. La mia stanza è piccola ma pulita e ordinata, non sarà difficile renderla graziosa. Poi vedremo, qualche soldo sono riuscita a metterlo da parte. Se Andreij lo desidera potremo prendere un piccolo appartamento, magari a Montmartre. Poi anche lui cercherà un lavoro, onesto, basta con i colpi di testa. E un bambino? Sarebbe meraviglioso avere un bambino, farlo andare a scuola insieme ai bimbi francesi, ben vestito e pettinato. Sono a credito con la vita, è ora di riscuotere.
Bevo il cafè, con un sorriso sincero. Usciamo, abbraccio Nikolaj, lo bacio tre volte, stringendolo forte. Non fa più freddo a Parigi e la primavera non è lontana.