Adagio Notturno – Moira Adriana Pulino

Adagio Notturno

di Moira Adriana Pulino

Sono bendato, ma la stoffa è un po’ consumata e intravedo qualcosa: una stanza color tè, niente finestre, una porta nell’angolo in fondo con una minuscola graticola da cui sgocciola una luce giallognola. Non so se sia notte o giorno. Sento freddo, paura, o entrambe, perché sto tremando, nudo, le mani legate con una calza di nylon dietro la schiena. Potrei scioglierle, ma non muovo un muscolo, cercando invano di diventare invisibile. Puzzo di urina. La mia bocca è un deserto. Mi faccio piccolo, piccolo, cercando la vernice sbucciata della parete, per scomparire nel cemento. Improvvisamente avverto dei passi, quei passi. Il mio respiro diventa ansimare e subito dopo la porta inizia ad aprirsi, e a quel suono di ruggine comincio a gridare e gridare…

Mi sveglio, il cuore un tamburo. Lo sguardo muto sul mio letto morbido, banale, il corpo nudo ma pulito e giovane, privo di segni.
Ciò che resta del mio riposo se l’è divorato quel sogno: faccio la doccia ed esco a camminare. La notte sembra un paniere digiuno e profondo. Sono le due del mattino.

Cara Soledad, è colpa di Buenos Aires se mi piace camminare di notte, o alle prime luci del mattino. Qui spesso la gente non cammina, almeno non per piacere. Ma anche quando vaghiamo senza un preciso intento ci ritroviamo poi in luoghi ben precisi. Eccomi dunque nuovamente alla milonga. In ogni luogo del mondo, sai, c’è una milonga, anche se non si balla necessariamente il tango, per qualcuno è il liscio, per qualcun altro magari il rap. Luoghi in cui annebbiare la solitudine.
Lei è in pista, lunghe gambe in movimento. Stasera fa caldo, non porta le calze. Ma dei suoi giochetti con le calze mi sono stufato da un pezzo. O forse mi sono stancato solo della sua ottusità. È vero, qui si viene anche nell’anticipazione di qualche incontro, ma restano tutte in superficie, soddisfatte di essersi accaparrate l’argentino, il bravo ballerino, un ciondolo da portare in milonga. E poi? Nessuna, finora, mi ha mai guardato. Nessuna – di certo – mi ha visto. Alla fine ci sei sempre e solo tu, Soledad.
Brucio la mia notte in abbracci e traiettorie circolari. Qui si viene per dimenticare: un sogno, un dolore, la vita diurna. Anche quando si crede di venire per altro.
Quando la serata finisce, e l’incubo si è acquietato, riprendo a camminare. Qualcuno mi offre un passaggio, ma preferisco conversare con i miei piedi e con te, Soledad.
Fuori, la notte è ancora piena di vuoti. Seduto su uno scalino, un ragazzo che avrà la mia età si buca. Distolgo gli occhi per proteggere l’intimità della sua disgrazia, altro destino possibile. Il viso di Rubén, occhi socchiusi dal fumo di una canna, si presenta come un fantasma e gli sorrido, ricordando il mio primo tiro e la sua risata davanti alla mia tosse da principiante blu.
Il ricordo di Rubén mi riporta a quel tempo in cui sognavo ancora di lupi e tappeti volanti. A casa mio padre mi insegnava a giocare a scacchi, mentre la mamma canticchiava e cuciva sulla sua sedia a dondolo. La sua morte ci sorprese come una mossa imprevista e geniale, mentre l’assenza di quelle canzoncine leggermente stonate ci riempiva il cuore di silenzi ritmati. All’inizio accendevamo la radio, in cerca di un’eco della sua presenza. Ma infine abbiamo preferito i silenzi, che ci permettevano di rincontrare quei bisbigli musicali arrotolati a sorpresa sulla tazzina del tè, ricamati sulla scacchiera, o intrecciati sullo spazzolino da denti. Papà faceva del suo meglio, ma era a suo agio con me solo davanti ai pezzi, e quelle partite quasi mute diventarono le nostre conversazioni.
Ci ha salvati la mamma di Rubén. Forse anche lei, rimasta sola, cercava un’ancora. e papà non era poi così vecchio, anche se a me sembrava antico. Fatto sta che morta la mamma è spuntato fuori un fratello. Rubén aveva due anni più di me, e sembrava sapere sempre cosa fare. Non aveva mai paura, lui. Mi trascinava in giro per il quartiere e nelle sue scorribande, alle quali assistevo come un piccolo giornalista muto.
È stato Rubén ad impedirti di rapirmi, Soledad, regalandomi un’infanzia quasi solare. Tessevamo sogni e bravate sotto l’uva fragola di Don Rodrigo, che ci lasciava andare e venire dal suo giardino a piacere. Era zoppo, e riguardo alla sua gamba aveva centinaia di versioni, ma la nostra preferita era quella impossibile in cui aveva partecipato alla Conquista del Deserto contro gli indiani. Quando raccontava questa variante, lo circondavamo ballando a mo’ di tribù lanciando urla secondo noi terrificanti, pregustandoci la sua disfatta. Dopodichè, prigioniero, aguzzini e gamba azzoppata facevamo la pace con una bella merenda.
Ora tutto ciò mi sembra un bel sogno, Soledad. Non come i sogni strani che ho sempre fatto, sin da piccolo, e che non ho mai raccontato a nessuno, neanche alla mamma. A scuola mi sono appassionato alle vicende di uomini che somigliavano a quelli delle mie visioni: prigionieri, guerrieri, uomini che soffrivano. Rubén, a cui la Storia non piaceva, non capiva perché mi ostinassi in ciò che chiamava la mia fissazione morbosa per il passato. A lui interessava il presente e, forse, il futuro. Lui, che non ha più né l’uno né l’altro.
Ieri, per sfuggirti, ti ho incontrato da Adrián e Martina. Abbiamo bevuto insieme qualche mate, passando la bombilla di bocca in bocca e dilettandoci in quel rituale arcaico di amarognola fratellanza. Essere argentini significa essere spontanei, innamorati dell’amicizia e della solidarietà; e temere la tortura, il sopruso legalizzato, la violenza, detestando la furbizia annidata in agguato ad ogni angolo del quotidiano. Come Adrián, molti si sentono costretti, rieducati: hanno imparato ad arrivare in orario, a non fare battute ironiche – puntualmente fraintese, a parlare un po’ più piano, a non toccare gli altri, a non fare domande “invadenti”. Ma nella lontananza hanno minimizzato fino all’invisibilità tutti i difetti peggiori dell’amante. No, non ho pazienza con chi lamenta la lontananza. Se ti sento vicina, Soledad, non è perché sono lontano dal mio paese.
Certo, qui prima di essere invitati a casa a pranzo da qualcuno può passare un secolo, ma cosa ci impedisce di importare le nostre abitudini migliori? Sorprendere con un abbraccio, fare domande spontanee e maledettamente invadenti, crepare e colmare di graffiti il muro dell’“educazione”, dispensare metodicamente pillole di ironia! Ecco, Soledad, se mettessi su un bell’mport-Export di usi e costumi presto ti ritroveresti con te stessa.
La notte accompagna i miei passi e nel suo respiro lento un cane si avvicina a passo d’ombra per annusarmi. Forse avverte la tua presenza, o forse sono solo olfattivamente poco interessante, perché si allontana quasi subito. Poco più in là un vecchio rimesta nel cassonetto della spazzatura, mentre nel portone a fianco due ragazzi si baciano. Di notte, come nei sogni, mi sembra che tutti i paesi si somiglino.
Ho i piedi stanchi, dal ballo, dalla lunga camminata, e dai pensieri che li incalzano. Tre amici mi passano accanto scherzando e mi guardo indietro, nel tempo in cui gli somigliavo. La memoria, che sentiamo così intimamente nostra, non è che un paese straniero che ogni tanto ci ospita. Il mio paese è fatto di canzoncine stonate, di scacchi, di uva profumata, e di te. Ma anche del vento che mi porta la notte: uomini che hanno preso una nave stringendo con lo spago una valigia e la speranza; uomini tenuti prigionieri e torturati solo per la prepotenza di un loro simile; uomini che hanno fatto guerre senza sapere il perché, gli occhi sul fronte e il cuore a casa; donne che aspettano ogni giorno che qualcuno ritorni. E quelli più recenti: il cuore sfaldato di mio padre quando il governo ha deciso di tenersi i suoi risparmi, la morte assurda di Rubén che non ha voluto dare le sue scarpe da ginnastica nuove a qualcuno che aveva una pistola e nulla da perdere.
La città comincia a risvegliarsi, i lampioni si affievoliscono. Un profumo di pane mi accarezza, quasi cercasse di confortarmi. Ma tu ti stringi forte a me, Soledad, e in quell’aroma ritrovo le merende di Don Ramón, e i biscotti preparati tanto tempo fa dalle mani prive di cattiveria di mia madre.
Per fortuna non sono come quel povero diavolo a cui Borges ha imposto di ricordare ogni cosa sin dal momento della nascita, e forse anche prima. Un fardello immenso e insopportabile. Io soffro solamente di alcuni ricordi e di nostalgia altrui. Forse perché i miei sogni mi portano in tanti luoghi, Soledad, e non sono mai del tutto a casa. O forse perché faccio parte della risacca di immigranti, portati dal cielo invece che dal mare a scoprire le meraviglie dei luoghi che decantavano i nostri nonni. Per trovare che anche la loro, di memoria, era piena di buchi.
Sono tante le notti in cui mi sveglio sudato e tremante, la pelle zuppa di visioni lontane. È una piccola sofferenza anche questa, ma talvolta mi domando: se tutti sognassero ogni tanto di essere qualcun altro, qualcun “altrove”, subendo un’ingiustizia, facendo l’amore o pregando un altro Dio, non saremmo allora tutti, i viaggiatori della notte, finalmente cittadini del mondo? Se tutti avessero un pizzico di nostalgia altrui forse saresti tu ad essere dimenticata, Soledad.
Colazione all’alba. Piccolo esercizio di similitudine su una strada sempre in corsa e in un bar così diverso dal vecchio “Britannico” a Buenos Aires come un elefante da un topo. Di rimpetto, il giornalaio dispiega il suo regno di carta, posizionando sul fianco sinistro le riviste di viaggio, geografie patinate lontane dall’immagine polverosa dei ricordi. È vero, mi manca talvolta l’orizzonte finito e vuoto dei marciapiedi lavati di primo mattino, o scarabocchiati per gioco dai bambini, sul quale sfiderei volentieri il mio equilibrio. Ma se inseguissi quei pomeriggi passati sotto l’uva fragola so che non li troverei più dove li ho lasciati, cercassi anche cento volte. Hai ragione, Soledad, non si può tornare a casa, e va bene così.
La geografia della memoria non è che una rotta dalle coordinate imperfette, un disegno che si può solo guardare: la finestra chiusa di Peter Pan. Che pure sapeva volare.