… i miei, i tuoi e di tutti gli altri – Rosa Manrique

… i miei, i tuoi e di tutti gli altri

di Rosa Manrique

Avevo temuto il peggio. Le condizione climatiche catastrofiche erano cessate. Niente pista ghiacciata in mezzo alla neve, niente pioggia, tutto sembrava sereno. Troppo. Cominciavo a sentire che il mio cervello ormai si era rimpicciolito. Avevo i piedi gonfi, mi facevano male gli occhi, lo stomaco, la schiena, il mio povero sedere non ce la faceva più. Mi sentivo male insomma. Davanti a me c’erano altri due peruviani e una famiglia, come si vede molto spesso oggi, formata da genitori di razze miste. Ormai c’è di tutto. Figli più meticci che mai.
Le file dei passaporti europei avanzavano velocemente mentre noi altri ci facevamo un culo così. Sono sicura che il ragazzo che controllava i nostri documenti se lo era fatto ancora più grosso. Si vedeva nervoso, chiese aiuto al compagno, ne arrivò un terzo, si scambiarono dubbi, commenti, così noi aspettammo il doppio del tempo; potevamo solo guardare, allarmati, senza capire, un po’ preoccupati, ripensando alla nostra situazione.
Mi ricordai una sera, quando un mio amico telefonò a casa per dirmi che si trovava in galera.
“Perché?” Chiesi con grande sorpresa.
“Perché non avevo il permesso di soggiorno” mi rispose lui con un tono di voce quasi divertito, tutto tranquillo. La mia perplessità fu più grande ancora perché ormai da vent’anni il mio amico era cittadino italiano.
“Ero in stazione quando un poliziotto mi ha chiesto se avevo il permesso di soggiorno” mi disse, “Io ho risposto di no, e mi hanno dato subito il benvenuto in Italia!”, rideva, “adesso sono in galera.”
Risi anch’io, mi sembrava così assurdo. Riflettendo un po’ era chiaro che per il mio amico non bastava avere la cittadinanza, poiché nero.
Un altro mio amico, il vicino di casa, ecuadoriano, vive, anche lui, da più di vent’anni in Italia, dice che ancora non si sente integrato. Imén, una mia compagna di lavoro nata e cresciuta in Italia, ha una famiglia tunisina, perciò è straniera. Mi sono stufata di ascoltare che siamo noi a doverci integrare. Ci sono troppe limitazioni.
È bello viaggiare, quando fai il turista è differente, non ti devi “integrare”, non devi preoccuparti di nascondere la tua diversità, la tua originalità, il turista è sempre benvenuto. Come cambiano le cose invece quando ti devi fermare. Ogni giorno sempre c’è qualcosa o qualcuno che ti fanno ricordare che sei straniero. Che la tua casa, i tuoi amici, la tua famiglia non sono lì. Perché l’esotico è bello da vedere nei safari, allo zoo, nei musei, nei documentari. Ma non a casa tua, la deturpano, la rendono pericolosa. Come puoi integrarti in un posto che rifiuta l’essere diverso? Io vorrei sentirmi a casa, ogni giorno: non è questo il segnale più forte di integrazione?
Aspettai per un momento in silenzio guardando i mille volti diversi, chiusi gli occhi e ripensai a tanti eventi che non dimenticherò mai, come quando ero sull’autobus in direzione del lavoro. I controllori salirono chiedendo i biglietti ai passeggeri, ma questa volta controllavano solo gli stranieri. A tale stranezza rispose uno con una bella tunica colorata, chiese che venissero controllati tutti i biglietti; i controllori si rifiutarono, ecco che iniziarono le proteste. L’autista si vide obbligato a intervenire per il troppo disordine. Per calmare la situazione, si cominciò a controllare tutti. Risultato: sette italiani senza biglietto. Addirittura i controllori volevano fermare l’autobus per farglielo comprare, che scandalo! E nuovamente iniziarono le proteste. Alla mia fermata scesi indignata da tale prova di discriminazione ma contenta di essere stata partecipe. Perché se l’Italia non la fanno gli italiani, l’Italia la facciamo noi.
A scuola mi avevano detto che le razze non esistono, che la razza viene usata spregevolmente solo per manifestare razzismo. “Ma se il razzismo c’è, le razze pure” avevo ascoltato altre volte. Chi se ne frega! Se non fosse perché gli spagnoli arrivarono in America io non sarei qui, e sono fiera di esserci.
Ripensai all’altro giorno, a quel momento che tornava come una maledizione da cui non si può fuggire: “Rosa, svegliati! Hai ricevuto una telefonata, ti vogliono nel tuo paese la prossima settimana. Sembra che ti hanno dato il lavoro che cercavi, quello che pensavi non avresti mai ottenuto!” Mi dissero. Io rimasi in silenzio di fronte a tale inatteso momento, paralizzata senza capire se mi ero svegliata o se dormivo ancora.
“Potrò tornare a casa” mi dissi, senza pronunciare parola.
Proprio ora che avevo trovato un lavoro qui. Che mi stavo facendo una strada, con molta fatica, certo… ma adesso?
E lui, Luca, l’Italia, aprì la porta nel buio con una indecifrabile fragilità e con sensuale tenerezza mi chiese “Te ne andrai?”
Sembrava che tutta la mia vita si fosse fermata lì, in quell’istante, una lotta continua tra il reale e l’ideale.
Alla fine i due peruviani vennero portati via, poi toccò a me. Ma passarono un paio di secondi perché mi movessi.
“Signorina” mi chiese il poliziotto “Ha i documenti?”
“Certo” risposi. Lui li prese cercando in ogni angolo del mio essere tutte le possibili tracce di falsità; mi guardò e facendo un cenno con la testa, mi disse: “Buon viaggio” “Grazie” risposi, e andai via senza perdere tempo, lasciandomi alle spalle mille sogni diversi…

Razza, quelle che in passato erano comunemente definite “razze” – come la bianca, la nera o l’asiatica – sono oggi definite “tipi umani”, “etnie” o “popolazioni”, a seconda dell’ambito sociologico, antropologico o genetico nel quale esse vengono considerate. I popoli ispanoamericani ricordano il 12 Ottobre come il giorno della razza, in memoria dell’arrivo degli spagnoli in America nel lontano 1492, la data commemora l’incontro tra popoli e l’inizio di una nuova identità prodotta da questa fusione (da Wikipedia, 03Feb. 2010).