“Silenzio azzurro” – Marzia Cipriani

“Silenzio azzurro”

di Marzia Cipriani

Heimat: patria, Paese, casa paterna.
“Sapete ragazzi, in italiano non esiste una parola che racchiuda tutto ciò che riesce ad esprimere la parola Heimat…”. Ricordo i miei pensieri durante le lezioni di tedesco. Le montagne… soffocano; tagliando il cielo tolgono il respiro. Come posso chiamare Heimat un luogo in cui non si vedono i tramonti? Sarà perché gli italiani non riescono ad afferrare il concetto. O forse Qualcuno lassù sbagliò e mi fece nascere nell’Heimat di qualcun altro.
Il cortile della scuola era un campo di battaglia in cui si doveva abbattere il nemico a mitragliate di palle di neve. Insieme a quelle volavano gli insulti: “Walscher Fock!”, “Crucchi di merda!”.
Fabian mi prestava i suoi guanti sapendo benissimo che aiutando me si alleava con il nemico.
Ricordo l’odio che veniva tramandato da generazione a generazione, come un prezioso tesoro che fra i monti era nato e che lì doveva continuare a crescere.
Ho ancora davanti a me gli occhi di Fabian quando mi guardò scappare per la prima volta. Erano gli occhi tristi di un alleato tradito. Occhi azzurro-rassegnazione . Partivo e tornavo continuamente, i suoi occhi offesi erano alla stazione a ogni partenza e ad ogni ritorno. Lui non capiva ma non chiedeva spiegazioni, io non avrei saputo dargliele; non ci provavo neanche.
Gli raccontavo del mare, degli orizzonti, di antiche mura che di notte brillavano arancioni. Ridisegnavo per le sue orecchie le città che avevo visto e i suoi occhi azzurro-malizia mi chiedevano perché gli italiani andassero così orgogliosi delle loro famose torri mal costruite. Il mio orgoglio pensava che in termini di confine era un italiano anche lui. Ma quale orgoglio? Quali confini?
Quando le domande tornavano io ripartivo. Mi cercavo fra i dialetti, nei porti del Mare del Nord, sotto le torri…
Mi ritrovavo a volte crucca, a volte mafiosa-mangia spaghetti e poi tornavo fra i monti come Walsche.
Ricordo il giorno in cui capì che anche le mura tolgono il respiro tagliando il cielo. Era il giorno in cui le mie domande si arrestarono sui binari con il suono stridente dei freni del treno. I suoi occhi non erano più lì ad aspettare di veder scendere la mia valigia ammaccata.
Quel giorno pensai di aver perso l’unico treno che valeva la pena di essere preso. L’unico che mi avrebbe portato a casa. A casa dai suoi occhi azzurro-Heimat.