Presentazione di di Fulvio Pezzarossa

«Serve una parola nuova»
di Fulvio Pezzarossa*

I testi che qui si propongono, appartengono a una raccolta più ampia, di compatta e apprezzabile qualità, testimone di una varietà di approcci e di ispirazioni maturati lungo un’esperienza concreta di intercultura, proposta nell’annuale Laboratorio di scrittura creativa, attivo presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università degli Studi di Bologna, col sostegno dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna e la collaborazione dell’Associazione Eks&Tra.
Il percorso ideativo e la revisione dei lavori, sono stati resi possibili dalla generosa disponibilità dei due tutor, la nota scrittrice di origini brasiliane Christiana de Caldas Brito e il giornalista, specializzato su tematiche migratorie, studioso di narrativa di genere e uomo di teatro, Daniele Barbieri, i quali hanno guidato il ciclo di incontri con solerzia, attingendo a competenze e retroterra culturali distinti.
L’intento del progetto laboratoriale, che ha introdotto in Italia l’obiettivo di una mediazione simbolica fra le culture attraverso la creatività letteraria, si prefigge di elaborare un discorso teso a demistificare le costruzioni ossessive dell’immaginario sociale investito dal messaggio securitario dei media, e si offre come risorsa effettiva per l’integrazione sociale dei cittadini stranieri, coinvolti in un’operosità costruita fuori da ogni tratto distintivo e distanziale. Ben oltre i meritori intenti di una alfabetizzazione nell’ottica dell’italiano come L2, l’esperienza ha consentito alla ventina di allievi non di madrelingua, insieme a venti allievi italiani, di poter dimostrare il possesso disinvolto dello strumento espressivo, a supporto di processi integrativi che consentono riconosciuta cittadinanza sociale, ad alta valenza politica. Il corso attiva infatti una piccola comunità fortemente solidale, nella quale si sperimenta piena coesione sociale attraverso pratiche di conoscenza e formazione reciproca, mediata da docenti anch’essi diversificati nell’origine, e perciò costretti a ricorrere ad un tessuto comune e universale, com’è il territorio del letterario. La sua condivisione universale conferisce una patina di forte omogeneità a ciascun testo, indipendentemente dalle origini del proponente, e nel potenziare le disposizioni interculturali, radica una sensibilità profonda, la quale attraverso la conoscenza reciproca e lo scambio amicale pone barriere attive nello spazio del quotidiano al razzismo e alle discriminazioni.
L’invenzione narrativa anima non solo generici valori di solidarietà, incontro, tolleranza, parità, che si avvantaggiano della godibile varietà
degli spunti, nella gamma sempre originale delle ambientazioni, nel profilo sorprendente di personaggi per la gran parte animati da una sensibilità partecipe da parte degli autori, i quali incarnano nella finzione affabulatoria non convenzioni astratte, ma lo spessore sofferto, desiderato e vissuto di situazioni mai scontate, e che solo possono realizzarsi lungo una traiettoria dinamica di gesti, scambi, confronti, risorse gelosamente conservate quale stimolo a superare la loro più subdola o violenta negazione.
In una fase nella quale sono tramontate le grandi narrazioni ideologiche, capaci di assicurare coerenti riferimenti di senso all’individuo e agli spazi della sua vita, la frammentazione della vita quotidiana diventa facilmente manipolabile, generando di continuo varchi e fratture foriere di isolamento spaesato e solitudine sospettosa verso ogni più banale diversità. I racconti trovano perciò tratti unitari nella denuncia dell’ostilità pregiudiziale, e nell’esaltare il confronto e il colloquio quali risorse sempre disponibili a superare gli effetti di squilibri, diseguaglianze, e ostilità respirate col senso comune, dando vita a una sfaccettata contro-narrazione, che avversa il ritratto mediatico di situazioni episodiche, dove emergono esseri ritenuti alieni, non-persone. In tal senso il racconto di Margherita Molinazzi, Rattà, con l’energia straniante della fantascienza ammonisce a esprimere maggiore e convinta solidarietà, che sorregga una vera capacità di contatto verso esseri all’apparenza ripugnanti, dalle strane colorazioni epidermiche, transfughi da un ignoto mondo terrestre.
Le figure della migrazione balzano perciò ad ogni pagina in scena a reclamare un proprio spessore di sentimenti, emozioni, parole, perfettamente intellegibili se si ha il coraggio di collocarsi in dimensioni originali, attraverso strategie di immedesimazioni nei panni di figure altre. Il che comporta l’uscita dalle parti di comodo, nelle quali il contatto risulta sbilanciato e incompleto, come capita all’occidentale attratto da avventura esotiche, sotto le quali tuttavia il turista può incontrare insospettate sensibilità (Romina Rimondi, L’iguana tra i mondi), tra le quali il valore centrale dell’accoglienza, spontanea risposta amicale anche di fronte alla nostra assenza di parola, e nonostante l’evocazione di manifestazioni ostili del nostro paese (Francesco Torelli, Il faro di Emir). Nei suoi spazi comuni, si iscrive l’incontro con la diversità e il perturbante, dato che le necessità di sopravvivenza collocano nei luoghi urbani, configurati come desolati e perigliosi, una varia presenza umana, sulla quale si proietta un senso di desolazione e isolamento, così che persino la panchina, oggetto vocato alla socialità, diviene territorio simbolico sul quale calare divieti ed esclusioni, contrari ad ogni logica inclusiva. Tanto più rilevanti appaiono allora anche estemporanee avventure, nelle quali appena si afferma una “convergenza di sguardi”, un’“intimità modulata” da una breve convivenza (Simona Bisconti, Le panchine); e importanti divengono allora i movimenti di un nuovo flâneur, che superata la pura osservazione esterna, muta lo scetticismo nel proposito di “capire cosa passa nella testa delle persone, occorrerebbe entrarci” (Paolo Bassi, Un vero perdigiorno). Scatta un contatto profondo, che da una visione tutta distaccata, dove “non esistono storie”, è capace di rintracciarle e riviverle: questo consente non solo l’attribuzione di giusto spessore all’altro, ma anche lo speculare recupero di sé, attraverso l’esercizio di una disponibilità solidale ad ascoltare con l’umiltà degli atti quotidiani (Francesca Mezzadri, Ma che freddo fa).
Lo sguardo dei narratori stranieri, è connotato da una freddezza sospettosa, a esprimere il disagio verso un ambiente che nega disponibilità vera, che ribadisce ad ogni passo gerarchie e astruse collocazioni, e fa pesare il senso di pretestuose discriminazione verso esistenze fuori luogo (Rosa Manrique, …i miei, i tuoi e tutti gli altri), se nell’intera comunità non c’è lo sforzo di mettersi in discussione e costruire relazionalità nuove che prescindano dalla spenta routine burocratica che sforna infiniti assetti catalogatori, avversi alla vivace mobilità transitoria delle identità. Così la narrazione di Sunil Deepak, Mammolo e la Regina dei Cuori Sanguinanti, mette in discussione, con la forza dirompente dell’ironia e dell’inversione del senso comune, l’immaginario occidentale verso il mondo indiano. Puran, il suo mite migrante, trascinato fra i continenti da timidezza e fatalismo, si presenta povero e ignorante, ma rovescia la comoda figura del bambino bisognevole e lontano, che soddisfa l’ansia di riparazione di un senso di colpa; la sua presenza di anziano straniero solitario, sollecita uno scatto imprevisto di solidale amore senile, che si appiglia al racconto, alle storie e al libro, come risorse capaci di riempire il distacco persistente fra i mondi e le persone che concretamente li esprimono.
Immancabile spunta l’attenzione per l’infanzia, con l’ovvia disponibilità di personaggi dagli occhi ingenui ad aprire un’indagine sempre smaliziata e sincera sul mondo, capaci di svelare sfaccettature sedimentate dalla consuetudine adulta, anche se tali figure vengono caricate di compiti di transizione emotiva verso un futuro diverso e meno obbligato. Lo sguardo infantile può superare il traumatico svelamento di una condizione distintiva rispetto agli altri bambini: “Mi sono guardato le unghie; avevano una riga nera; quelle del mio compagno invece erano bianche”; ma fatica a elaborare gli esiti traumatici che la migrazione scarica sulla madre, affascinato da una figura assistenziale che rappresenta interferenza disorientante all’interno di una drammatica e incomprensibile condizione di marginalità (Nadia Curia, La luna nella bottiglia). Il tema del difficile equilibrio tra slancio solidale e rispetto della diversità, torna nella drammatica descrizione di Rosella Fioretti, Giornate speciali, dove la nostalgia di affetti filiali, tentati dallo slancio possessivo di una maternità sostitutiva, mette in crisi le controllate connessioni affidate ai “sottili tratti di inchiostro”.
In altre occasioni è invece proprio la presenza fisica a materializzare una svolta di fondo nelle disponibilità verso l’altro; nel racconto di Raoul Lolli, Beslan, sono i fanciulli, con la loro spontanea e complessa solidarietà anche discorsiva, a consentire la soluzione di fratture profonde tra gli adulti, stretti da perversioni burocratiche; affiora l’altro lato della cronaca, dove chiunque può mettersi in gioco contro ruoli stabiliti, attivando con un gesto spontaneo la complicità delle istituzioni, così che ciascuno trova soddisfazione e nuova dignità, se “finalmente il mondo va a rovescio”.
Particolarmente rilevante diviene allora nelle narrazioni la figura femminile, attraverso la quale si misura più immediatamente la distanza, l’estraneità, le subordinazioni di ruoli e funzioni, al di sotto di una pretesa proclamazione d’eguaglianza di genere e di libera realizzazione, che ancora deve percorrere lungo cammino, e comprendere scelte e identità modellate in altre culture. Seppure quei
costumi pretendano spietato sacrificio in una logica prevaricante di convenzioni soffocanti e di difficile comprensione (Francesca Biagini, baciami davanti a tutta l’Africa), tuttavia è ingenua la convinzione di poterle aggredire come alterità assoluta e sconvolgente. Infatti estraneità e amore interferiscono anche sull’orizzonte del nostro mondo, e la tolleranza che si realizza nella convivenza interetnica, non frena esplosioni improvvise di tensioni sopite e ostilità represse, imponendo di negoziare in continuo i cardini di una società che si complica nella sua ampiezza (Alessio Adamiano, Joi).
La parzialità di ogni assunto, risponde a una mobilità che attraversa territori e tempi, e la percezione della globalizzazione mette in circuito anche il pensiero all’interno di un sistema che assume la reciprocità come base per un’apertura scambievole e spontanea fra abitudini italiane e degli altri mondi, messe in circolo dalle risorse comunicative dell’attualità; anch’esse stanno al fondo di un dialogo apertamente evocato, e che sa manifestarsi in una decisa omogeneità degli esiti complessivi del lavoro di scrittura, dove la larghezza delle provenienze ha tuttavia saputo maturare una tonalità comune liberamente conquistata fra i partecipanti attraverso una comunanza di esperienze spesso transitate dalla pagina alla realtà.
Il rischio insito in questa tendenza alla condivisione, è la dispersione della vecchia identità, di sentimenti e credenze, e al più rimangano frammenti isolati, come nella narrazione di Ouissal Mejri, Lost in immigration, unica superstite è la simbolica “manina di Fatma”; nonostante tutto è sufficiente quel fragile ciondolo portafortuna, per trasmettere una memoria altrimenti volatile alla figlia, la quale “ricorderà la sua lingua materna, le sue origini, la sua cultura che si è spenta in me”. Il sottile crinale delle identità, che quasi si confondono entro un efficiente import-export di costumi, pervade il largo respiro della riflessione di Moira Pulino, Adagio notturni. Ricordi sbiaditi e brucianti costrizioni del presente, innervano una situazione di doppia assenza, di spaesamento qui e nell’altrove, mentre dallo spazio lontano della memoria arrivano frammenti di una tragedia che spazza parenti e vecchi amici, generando la disperazione degli argentini una “risacca di immigrati”, la vertiginosa coscienza di non essere “mai del tutto a casa”, quando anche si svelano falle illusorie nella indiretta memoria italiana, ereditata attraverso i sogni degli avi.
Unica soluzione per sfuggire a queste contraddittorie incertezze, che si generano anche nell’esubero di possibili riferimenti, è imparare ad essere cittadini del mondo, sforzandosi di partecipare dell’altrui e dell’altrove, vincendo l’attraente isolamento da un colloquio con sé stessi, facile ma di fatto isolante dal reale, come avviene con le confessioni intime affidate ad un quaderno solo personale, che parlano un “linguaggio vuoto che produce rumore senza comunicare” (Danny Labriola, Tra le cimase). Se realmente ci importa di ascoltare l’altro, senza prevaricare con le nostre categorie quali univoche risorse a leggere il mondo, di attivare un urgente dialogo fra le culture, sostituendo insomma estraneità o malintesa multiculturalità con una piena e praticata intercultura, che è categoria fondante del progetto del Laboratorio, si impone la pratica costante di quanto questi racconti hanno maturato: la ricerca di una “parola nuova”, lo sforzo riuscito di “inventare un nuovo alfabeto… rompere le categorie. Uscire dalle convenzioni, rovesciare punti e virgole” .

*professore di Sociologia della Letteratura, Dipartimento di Italianistica Università di Bologna, direttore scientifico del Laboratorio di scrittura creativa interculturale