Presentazione di Daniele Barbieri

“Razza umana”
di Daniele Barbieri*

C’è una frase di Luigi Pirandello che amo molto e che tengo presente sia nel mio lavoro sia quando mi capita di dare consigli di scrittura. La trovate nel «Berretto a sonagli». Più o meno questo è il passaggio: «Deve sapere signora che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. La seria, la civile, la pazza. (…) Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro come tanti cani arrabbiati. Non si può (…) Che faccio allora?
Dò una giratina alla corda civile e vado avanti sorridente con la mano protesa (…). Ma può venire il momento che le acque si intorbidano.
Allora io cerco di girare la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni (…) Che poi se non mi riesce in nessun modo sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio».
Pirandello non si riferisce allo scrivere ma io credo che funzioni anche sulla necessità (nella letteratura come nel giornalismo) di lasciare spazio alla serietà, alle relazioni tranquille (con quel tanto di ipocrisia quotidiana) ma ogni tanto anche alla pazzia magari sapendo che si può “pazziare” senza per questo diventare violenti, semplicemente mettendo il mondo sottosopra.
Non posso in queste poche righe usare la corda “pazza” perché già in abbondanza ne ho dispensato durante il laboratorio. Sul registro della corda “seria” – cioè il tema di questo laboratorio, lo scrivere – molto hanno detto Christiana e Fulvio. C’è forse solo il piccolo rammarico di non avere avuto abbastanza tempo per aiutare alcune persone che – pressate dalla vita quotidiana e/o da certe timidezze, inesperienze, magari anche incertezze linguistiche quando l’italiano non era la lingua madre – hanno mostrato grandi potenzialità ma ancora senza il pieno controllo della scrittura o della sintesi.
Per restare fedele allo schema di Pirandello, mi resta dunque la orda “civile” e mi pare che torni utile dare «una giratina» anche per il complesso periodo storico che l’Italia sta attraversando. Non c’è dubbio che l’iniziativa – fortemente voluta dalle istituzioni – di un laboratorio interculturale vada controcorrente rispetto a certe paure dilaganti (a mio parere spesso strumentalizzate e fuori luogo). Un incontro fra culture, origini, esperienze diverse sempre è positivo, su qualunque terreno avvenga. Ancor più nella scrittura visto che si cerca una comunicazione profonda, ci si racconta (pur se si usa il fantastico o tecniche estranianti comunque si rivela qualcosa di sé) e ci si incammina alla ricerca della bellezza.
Si racconta che, in anni cupi, un signore in fuga dalla Germania nazista, finalmente arrivato alla dogana degli Stati Uniti, abbia ricevuto un modulo da riempire e abbia letto, con una certa sorpresa, che avrebbe dovuto scrivere qualcosa anche alla voce «razza». Non è dato sapere se
di getto o dopo averci pensato, quel tipo scrisse l’unica risposta possibile: «razza umana». Si chiamava Albert Einstein e, in altra occasione, spiegò che «è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio».
Sono uno smemorato e non sempre prendo appunti; dunque qualche volta durante il laboratorio ho dimenticato se il testo che stavo leggendo aveva il passaporto dell’Unione europea oppure no. Però molte volte mi è tornata in mente la definizione «razza umana» perché mi è sembrato che in quasi tutte le persone si avvertisse l’urgenza di tradire le identità fisse (statiche, ammuffite, limitanti) e le patrie (con il loro pesante carico di aggressività verso “i barbari”) per ridefinirsi – anche nella scrittura – dentro una più grande “nazione” e “razza”, quella umana, l’unica alla quale tutte e tutti apparteniamo.

*giornalista e tutor del laboratorio di scrittura creativa interculturale