Un attimo dopo – Loris Fabrizi

UN ATTIMO DOPO di Loris Fabrizi

Fine. Non c’è molto altro da dire: sei morto. Frase tipica: “Che ingenuo, pensa di darla a bere a me. Stiamo dialogando, figurati se sono morto”, Beh, in qualche modo dovevo pur informarti della tua condizione. Cosa ti aspettavi: una battaglia cosmica fra Dio e Satana per il possesso della tua anima? Ora chi è l’ingenuo? Ah, prima che tu me lo chieda: no, non è giusto, e, sì, tu avevi tutte le ragioni per rimanere in vita. Semplicemente la ragione non serve. I cimiteri sono pieni di gente che aveva ragione all’incrocio. Che ti devo dire, funziona così. L’unica ragione che conta qui è quella per cui sei morto. Che vuol dire “Non la so?”. Tu veramente non sai come hai fatto ad arrivare qui? Ti faccio un corso accelerato di brutalità esistenziale: nel corso della tua vita a un certo punto è accaduto qualcosa. Questo qualcosa ha fatto sì che fino a un istante prima c’eri e un istante dopo non c’eri più. Per cui se ti sforzi un attimo riusciamo a riempire la casella “qualcosa” sulla tua scheda e possiamo andarcene. Mica per niente, ma io odio la burocrazia e tu sei l’ultimo della giornata. Dove andiamo? Io a casa, tu dipende. Beh, dipende da quello che mi dici, dallo stato in cui eri quando sei spirato; insomma, da un po’ di cose. Aspetta, ti spiego: qui siamo nel luogo della verità. Non quella relativa che piace tanto alle vostre testoline egocentriche; quella assoluta. Non puoi non ricordarti, devi solo abituarti un attimo alla tua nuova situazione. Certo, potresti non voler dirmelo, ma presto o tardi lo scoprirei comunque e tu non ci faresti una gran bella figura. Per cui… dimmi. Su. Avanti. Mmm…
“elemento non collaborativo”. Guarda: l’ho scritto a margine. Mi tocca farti il terzo grado ora. Avanti, dimmi dov’eri prima. É ovvio, prima di morire. Sì, seduto in macchina, va bene, ma dov’eri. No! Non ti ho chiesto su quale cazzo di strada stavi andando a buttare la tua vita. Ti ho chiesto dov’eri tu, non dove si trovava il tuo corpo. La tua anima dov’era? Sulla strada del regno dei cieli o fra le cosce della tua amante? E la tua mente? A casa tua, da tua moglie o sulla scrivania del tuo ufficio, fra i piccoli impicci di bilancio che fai per arrotondare? La tua memoria? Era da tuo padre forse. No, lui l’hai dimenticato in un ospizio. Gran brutto affare sai: si può morire anche continuando a respirare. Non è il tuo caso, tu hai smesso. Di respirare intendo. Mentre la tua memoria e tutto il resto a seguito sono focalizzati, come sempre, su di te.
Ah beh, ritieniti pure “formalmente offeso” se ritieni. Guardati attorno, secondo te importa a qualcuno qui? Per il resto piacerebbe anche a me parlare con il mio superiore, ma l’aldilà è molto complicato e il grande capo ha troppo da fare. Che ti credi, mica ci siete solo voi. Come dici? No, non ci credo. Voi davvero credete ancora di essere gli unici abitanti dell’universo? Dal medioevo non vi siete proprio evoluti. Eh, ma me lo diceva sempre un mio vecchio amico. Eh? Ah, Angelo, si chiamava Angelo. Nome piuttosto comune da queste parti. Comunque Angelo me lo diceva sempre: “Dagli qualcosa di più di una noce di cocco e un bastone appuntito e si crederanno i prescelti”. Vedi cosa vi ha fatto l’intelligenza? Solo male. Che ci fate dico io, tanto poi basta una sciocchezza, che ne so un meteorite, che rischiate l’estinzione o comunque dovete ricominciare tutto da capo. No, no, ma che assurdità. Perché mai l’intelligenza dovrebbe essere un prerequisito per la salvezza eterna? Te lo dico io: l’intelligenza vi serve solo a trovare scuse poco credibili per condannarvi da soli. Prendi il tuo caso per esempio. Io li conosco quelli come te: siccome non avete voglia di fare le cose, dite che non siete capaci, che qualcosa ve lo impedisce e sopra ci ricamate delle patetiche giustificazioni, solo per commuovere gli altri. Ah, ma qui non funziona; i migliori sanno anche essere i peggiori: qui non si commuove nessuno. Qui la condanna, se condanna dev’essere, è senza attenuanti, non si fanno riduzioni di pena; è troppo tardi per la buona condotta. Pensi che definirsi “fallito”, incapace cronico, basti a giustificare tutto quello che si fa o non si fa? Certo l’intelligenza suggerirebbe questo. Sveglia! La tua arma migliore ti ha fregato di nuovo; perché non c’è cosa che faccia incazzare di più l’Altissimo. Ma come? Lui ti dà tutto quello che ti serve per essere felice, per riuscire, e tu hai il coraggio di definirti fallito? Cerchi forse rogna? Che ti credi, lo so che è più facile fuggire dalla magnanimità di dantesca memoria: ti svegli la mattina contro voglia, chissà come sorridi, ti guardi allo specchio e prima cosa che pensi è “Che cazzo ti sorridi? Sei un fallito”. Poi esci fuori, in un mondo fatto da altri falliti come te. “Finalmente a casa” ti dici. E invece sei talmente fallito che nella gara tra i falliti arrivi ultimo. Perché è una gara vero? Il più bravo vince il premio. Il più buono si salva. Il più lento va lontano, ma il più veloce arriva prima. Chi cazzo ve le ha messe in teste queste stronzate. Dì la verità, stavi facendo una gara quando ti sei impastato su quell’albero. Una gara contro il tempo. Dove andavi così di corsa? Da tua moglie, ma che bravo maritino. Ma tu non lavoravi a cinque minuti da casa? Che motivo c’era di correre così? Ops, non eri a lavoro. A tua moglie però avevi detto così. Eh, le donne: sempre colpa loro, vero? Fammi capire una cosa: quando hai detto “Sì, lo voglio” cosa ti è sfuggito esattamente del termine “per sempre”? O pensavi fosse solo una frase di rito? Tsk, non ci siamo amico mio, qui il tradimento non è visto affatto bene. Mi sa che la pagherai proprio tutta. Guarda è inutile che frigni. E certo che hai fatto un errore, e ora sono cazzi tuoi. Lo so che tutti commettiamo… commettete errori. Ma è di te che stiamo parlando ora, non degli altri. Non hai mai pensato, mai un solo istante in tutta la tua merdosa esistenza, a qualcuno che non fossi tu, e ci pensi ora che sei morto? Aspetta, ci dovrebbero essere nel plico del tuo dossier… Sì! Eccole, sono delle foto, tue. Ma guardalo questo frugoletto tutto ciccia e sorrisi. Sei tu appena nato: troppo piccolo per pensare agli altri. In quest’altra… sempre tu. Dai brufoli direi piena pubertà: troppo stupido per pensare agli altri. Ooohh mi commuovo sempre. Questa è del giorno delle tue nozze: troppo felice per pensare agli altri. Qui ci sei tu assediato dai tuoi tre telefoni cellulari: troppo occupato per pensare agli altri. Quest’imbecille con l’aria di sufficienza pressofusa sul volto sei tu, quando hai detto “non posso” a tuo fratello: troppo stronzo per pensare agli altri. Era ieri, quindi per il seguito non mi servono foto. Ti ho qui davanti: troppo tardi per pensare agli altri.
Sai che ti dico? Non me ne frega più niente della ragione per cui sei qui, so solo che te lo meriti. Fai talmente schifo che ti spedirò nel più fetido buco di culo dell’ultimo girone infernale. Cosa? Vuoi cambiare? E certo, ricordatene un po’ più tardi. Ora che ti ho condannato ci credo che vorresti essere un altro. Come? Non dire assurdità: se tu avessi pregato di cambiare vita in passato ce ne saremmo sicuramente accorti. Mmm… va bene, controllo sul terminale, ma solo per scrupolo. Cazzo è vero! Duecentottantatre richieste con oggetto “Cambio stile di vita”. Merda, avevi ragione. Boh, si vede che ci eravamo distratti.
Senti, facciamo una bella cosa: io, ecco… diciamo che mi sono perso la tua pratica, così tu te ne torni alla vita senza dare fastidio a nessuno. La faccenda dell’incidente d’auto rimane una cosa tra me e te. Io inoltre subito le tue preghiere e tu… beh… quando ti svegli pensi a rigare dritto e consideri gli ultimi dieci minuti come una sorta di prova generale. Ok? Beh… Sei vivo: non c’è molto altro da dire. Fine.