Spaesamenti – Milli Ruggiero

SPAESAMENTI di Milli Ruggiero

Itala sorseggia una limonata e osserva la via attraverso le vetrine scure di un bar, tamburellando il tavolino con la stecca dei suoi occhiali da sole.
Ai margini di quelle stradine del centro storico ci sono portici i cui colonnati, come dita fredde, racchiudono in un pugno le persone sul marciapiede, assieme a ben custodite esalazioni di smog, urina e lerciume mai raggiunte da pioggia o vento.
Itala è una turista in una situazione particolare, che non riesce ad apprezzare quella città ma nemmeno a decidersi ad andare a visitare la vicina Firenze per non sprecare del tutto le sue ferie.
Il motivo per il quale lei è ora in quella città, sono i suoi genitori. Si era aspettata, venendo qui, di percepire con chiarezza quello che la collegava in qualche modo a questo luogo, terra di origine di sua madre e di suo padre, invece mai come adesso è consapevole di essere così totalmente di un altro paese.
Il disagio aumenta quando, prendendo la banconota di resto presso la cassa del bar, questa le sfugge di mano e infila l’alto posacenere cilindrico posto a terra presso di lei: le due bariste dietro al bancone ridono piano mentre lei infila il braccio intero all’interno del posacenere, sentendosi seria in quel un frangente ridicolo solo perché non trova in italiano le parole ironiche adatte.
E mentre con la punta delle dita cerca la banconota tra tovaglioli di carta e mozziconi di sigarette, sente che partirà in anticipo e che questa città non separerà in lei nemmeno di poco l’immagine dei genitori da quella della casa in cui lei è nata e vive, in un sobborgo a moltissime miglia da lì.

Il rientro in quella casa del sobborgo, la casa di Itala, con il corridoio ora ingombro di borsoni, il pavimento di impiallacciato bianco, le due camere, la cucina dalla quale si accede al piccolo cortile asfaltato con lo stenditoio e le fioriere coperte da un telo di plastica. Oltre la recinzione spuntano le chiome di due alberi frequentemente percorsi da scoiattoli. Come in tutti gli appartamenti del quartiere, alle finestre sono stati installati cancelletti di ferro. Gli arredi e gli oggetti della casa occupano spazi casuali che prescindono dalla loro funzione più ovvia: sulle porte di bagno e cucina ci sono scaffali sovraccarichi di libri e dischi in vinile, un casco da parrucchiere con una poltroncina in similpelle viola è in un angolo della camera matrimoniale, una collezione di borsette è appesa a un attaccapanni in bagno e il nuovo grande letto di Itala si trova in sala, perché lei ancora non se la sente di dormire nella camera che era dei suoi, ma ne aveva abbastanza del minuscolo letto-divano della sala sul quale ha dormito sin da quando era piccola.
Itala si stende pesantemente sul letto senza accendere la luce, si slaccia il reggiseno e ascolta il consueto rombo di un aereo in atterraggio nel vicino aeroporto. Evoca la sensazione dei passeggeri che planano, come lei poco prima.
In quel momento il telefono cellulare di Itala intona il ritornello infantile che ha scelto come suoneria. Si alza malvolentieri e lo estrae dalla tasca del giaccone appeso nell’ingresso.
“Zia Ester, ciao, stai bene?” Itala preme la mano sull’orecchio libero, come fa da sempre quando cerca di concentrarsi per parlare al meglio al telefono la lingua dei genitori. Ester, la sorella di sua madre, le parla in modo difficilmente comprensibile; è sempre concitata quando telefona alla nipote lontana, che ha incontrato solo qualche volta da bambina.
“Ti spiego, zia: non sono venuta in Italia, non sono proprio partita, ho avuto problemi, non di salute, no, ma con le carte da fare per l’eredità della casa, sai. Capisci, zia, no?”
La telefonata fu breve, la zia non voleva mettere a disagio quella nipote orfana da poco che parlava così faticosamente l’italiano.

Ester è seduta sull’uscio del balcone, si volta verso l’interno della stanza per appoggiare il telefono ad un tavolino e apre il giornale che ha sulle ginocchia. Tra qualche minuto innaffierà le piante, specie quel ficus sistemato nell’angolo, così grande e impegnativo, invece l’agave no, chiede solo di essere ignorata per star bene.
Potrà leggere ancora per poco senza accendere la luce. Intorno a lei le altre finestre delle palazzine gemelle che racchiudono il cortile condominiale iniziano ad illuminarsi di luci artificiali. Inquadrate nei rettangoli bianchi aperti sulla facciata delle palazzine le persone compaiono, scompaiono, riappaiono e compiono azioni. A guardare le boscose colline oltre i tetti, l’intero condominio con le sue attività umane sembra collocato su un palcoscenico che ha una scenografia di sfondo sbagliata. I colli, infatti, sembrano apparentemente non urbanizzati, ad eccezione dell’imponente Memoriale delle Resistenze che emerge rosato tra la vegetazione del parco, e del Santuario della Velata, a costruzione circolare, in cima al colle maggiore.
Nel cortile condominiale un unico grande platano protende i rami verso i colli, come se tentasse di raggiungere i liberi boschi al di là del caseggiato.
Ester è rimasta lì tutta la vita, a differenza della sorella, senza superare tutti quei territori che la separano da altre terre che lei, come quel platano non riesce a vedere o intuire da lì, ma solo a sentirne il richiamo.
A volte, nel corso degli anni, ha fantasticato di prenotare un aereo e visitare la sorella. Adesso immagina come sarebbe andare a trovare quella nipote lontana, così, senza preavviso. Ester avrebbe suonato alla sua porta, Itala avrebbe aperto e l’avrebbe guardata senza riconoscerla con quegli occhi che Ester ricordava di colore antracite come le lavagne, come le rotaie.
“Non sei venuta quando ti aspettavo, allora ho deciso di venire io da te” le avrebbe detto Ester, sorridendo.
Nella testa di Itala quelle due frasi pronunciate dalla sconosciuta nella lingua dei suoi genitori si sarebbero inseguite in cerchio come le foglie del vicolo spinte dal vento: dove non era andata? dove era stata aspettata?
Ester avrebbe raccolto in una coda i capelli castani, chiuso la cerniera della sua giacca nera e sarebbe rimasta in attesa, come se non ci fosse stato altro da aggiungere.
Itala avrebbe cercato di identificarla inutilmente, pensando alle parole per chiedere. Prima che lei le avesse trovate Ester le avrebbe detto:
“Dai, entriamo”. Ester era una cinquantaseienne esile e le avrebbe sorriso con aria stanca, tenendo in mano una busta del Duty free shop e, per terra, un grande zaino con un’etichetta di bagaglio aereo: Itala, giovane e corpulenta, non l’avrebbe trovata pericolosa e si sarebbe scostata per lasciarla entrare in casa.
Ester si sarebbe fermata nell’ingresso per alcuni secondi come annusando l’aria, lo sguardo agli oggetti sulle scaffalature, all’asse da stiro poggiata contro il termosifone, al grande specchio in mosaico.
La ragazza, dopo aver chiuso la porta dietro di lei non sarebbe riuscita ad andare oltre, e le avrebbe detto gelida: “Scusa, mi fai passare?”.
Ester, assorta nei suoi pensieri, non l’avrebbe sentita. Allora Itala l’avrebbe sfiorata cercando di passarle di lato, e lei si sarebbe scossa e spostata bruscamente. Poi si sarebbe fatta riconoscere:
“Non immagini chi sono? Non mi riconosci almeno dalla voce? Sono tua zia Ester!” e, quasi timidamente, avrebbe aggiunto:
“Sono venuta apposta a bere con te una cioccolata calda che ci aiuti a sciogliere il freddo di alcuni incontri, vuoi?” Poi sarebbe entrata in cucina, avrebbe preso dalla sua busta di plastica un grosso barattolo blu di cacao in polvere e avrebbe iniziato a preparare cioccolata in tazza per due, con naturalezza, come se avesse sempre vissuto lì.