Semi – Francesca Veltre

SEMI di Francesca Veltre

Michele si era alzato presto quella mattina, in realtà era già sveglio da molte ore, più volte aveva dato uno sguardo alla parete di fronte cogliendo il preciso istante in cui il sole aveva bucato la tapparella. Dormiva da oltre tredici anni in un armadio letto.
Si era trasferito a Bologna quando aveva vent’anni, all’età in cui tutti i nati nella provincia desiderano vivere in una grande città, adesso ne aveva trentatrè e non aveva mai goduto del piacere di risvegliarsi altrove se non in quel corridoio di casa di zia Luciana. Ogni mattina alle sette tirava piano la porta d’ingresso, la chiudeva alle sue spalle con un discreto clack! Attento a non rompere il sonno fragile di zio Ettore che a quell’ora era appena rientrato nella fase rem.
Sul ballatoio del secondo piano rallentava il passo, osservava la posizione dello zerbino di casa Baldi e immaginava i piedi della ragazza trascinare e muovere il benvenuto scolorito all’ingresso. Lui in quella casa non era mai entrato e quell’invito ogni mattina lo faceva sentire codardo, infondo non ci aveva mai provato, non solo ad entrare, ma soltanto a rivolgere la parola a quella testa bionda e riccia che di tanto in tanto vedeva sbucare fuori e entrare dentro con borse, sacchetti, abiti stirati e amici.
Zio Ettore gli aveva trovato “il posto”, da quando lo avevano messo in malattia “tengo probblemi nella testa” era arrivata una telefonata a casa di Michele “Michè, lo sai guidare il muletto?”e lui, nel giro di una settimana si era ritrovato magazziniere a progetto nella ditta Zanottelli & f.lli sementi di Rastignano (BO).
Tra la campagna casertana e la campagna emiliana solo una cosa trovi uguale: la conformazione della terra, argillosa in superficie e fertile sotto il mezzo metro. Lo sapeva bene lui che aveva visto suo padre buttare il sangue a cavare pomodori a tonnellate. Per il resto a Michele quella terra del nord sembrava lo scenario di un brutto sogno, soprattutto in inverno, quando tutto ghiacciava e a causa della nebbia scomparivano gli orizzonti; in estate era bello invece andarsi a fumare una sigaretta in mezzo alle querce, al fresco, gli ricordava l’estate a Baia Domitia quando sua madre apparecchiava il cofano della Ritmo alle due in punto nella pineta oltre la statale. Se chiudeva gli occhi e si concentrava sulla frescura e sull’umido della pelle, poteva quasi sentire la risacca del mare.
Nella ditta Zanottelli & f.lli era l’unico operaio con patente per muletto, questo non bastava a dargli quella certezza del posto o certezza della pena, il suo contratto a progetto era stato rinnovato ventiquattro volte, ogni sei mesi e ogni quattro contratti era stato licenziato e riassunto. Ma al nord comunque le cose si fanno per bene, la busta paga era sempre puntuale, i contributi pagati, la malattia tutelata, mica come al suo paese che per tradizione una parte della retribuzione, se arrivava, era in nero. A parte gli impiegati amministrativi che incrociava alla mensa e che il più delle volte lo ignoravano, i suoi colleghi erano sette uomini, sette nani operosi, sette moschettieri coraggiosi, e avevano sette vite come i gatti. Attraverso le loro storie aveva viaggiato per il mondo, due infatti erano marocchini, due albanesi, uno era rumeno e gli altri due senegalesi, un po’ meno nani. Poi c’era Giovanni, addetto alle pulizie e all’apertura dei cancelli, non era proprio un operaio come loro, era una specie di custode delle chiavi ma loro lo sentivano parte del gruppo e godevano dei privilegi dati dal fatto di essergli amici.
Michele con loro ci stava bene, si fidava, lo facevano sentire importante, gli affidavano le richieste da portare in amministrazione: i permessi, i turni, gli infortuni, tutto passava dalle mani grandi e dalla voce ferma di Michè.
Quella mattina di traffico non ce n’era per niente, era una bella giornata, forse molta gente aveva tirato fuori biciclette, moto e motorini per inaugurare l’arrivo della bella stagione. Michele aveva pensato a questo per tutto il tragitto : “M’eggia fa’ ‘na moto” e se l’era immaginata per tutto il tempo, o meglio, si era immaginato alla guida di una bella Kawasaki ZX blu con telaio a doppio trave in alluminio anodizzato nero, tosta e robusta, proprio come lui. Non ci aveva mai pensato con tanta intensità, con una moto la sua vita sarebbe cambiata, avrebbe assunto un’aria più maschia, avrebbe cominciato a comprare riviste di moto, riviste di viaggi in moto, si sarebbe iscritto al club dei motociclisti, avrebbe partecipato a tutti i raduni, avrebbe indossato tute in pelle e stivali, avrebbe tagliato i capelli, avrebbe bevuto fiumi di birra, un giorno forse si sarebbe potuto iscrivere anche alla Parigi-Dakar e passando dal villaggio dei suoi amici avrebbe portato i loro saluti a tutto il Senegal.
Quando arrivò in ditta, il cancello era ancora chiuso, per un attimo pensò a Giovanni ancora in canottiera alle 7 e 25.
Il parcheggio era vuoto, Michele spense il motore dell’auto e infilò il naso nel cruscotto alla ricerca di un accendino, avrebbe inaugurato la stagione con una bella sigaretta fumata sotto le querce.
Era ripiombato nei suoi pensieri motociclistici, si sentiva come se avesse avuto una rivelazione quella mattina, doveva dare una scossa alla sua vita o in quell’armadio letto ci sarebbe morto di noia. Pensò che se una notte si fosse chiuso d’improvviso imprigionandolo e se le sue cinghie mantieni materasso si fossero animate di vita propria, immobilizzandolo e imbavagliandolo, quasi nessuno si sarebbe accorto della sua mancanza.
Quando riemerse dal cruscotto trovò una sorpresa.
Gianna la bionda, la sua vicina di casa, se ne stava in piedi di fianco alla sua macchina. In un attimo pensò che la sua fantasia con quella storia della moto stava correndo troppo, Gianna invece ebbe un sussulto, credeva di essere sola e che quell’auto fosse parcheggiata lì chissà da quanto tempo. Si spaventarono tutti e due, poi insieme si stupirono di riconoscersi e di essere reali.
Michele scese dall’auto: “Ciao, e tu che ci fai qua, …scusa, io sono Michele, abito nel tuo palazzo, un piano sopra di te, ti ho vista tante volte ma non ci siamo mai presentati”, subito si morse la lingua, aveva detto troppo, si era presentato male, aveva dimostrato di sapere con esattezza chi fosse, lei magari non lo aveva mai notato e adesso lui si vergognava, gli bollivano le orecchie, di sicuro erano diventate bordeaux, menomale che non aveva ancora tagliato i capelli.
“Ciao sono Gianna, piacere” lei gli porse la mano, una mano leggerissima come tutta la sua figura, “Lavori qui immagino… ma tu guarda la coincidenza, sì certo che mi ricordo di te, sei il nipote della signora Luciana”, Michele sorrise emozionato, quella creatura brillava al sole come un angelo, per lui era come ricoperta d’oro, non l’aveva mai vista così da vicino, gli toglieva il fiato, così rimase interdetto per qualche istante, senza parole, con la bocca semi spalancata e le orecchie rosse. A interrompere quell’incantesimo fu il motore dell’Ape car di Giovanni, “Ciao Michè dammi una mano, …buongiorno signorina”, Michele si risvegliò di colpo e in parte si sentì di dover ringraziare Giovanni per averlo cavato fuori da quello stato di ebetismo nel quale era piombato. “Sì, subito Giovà”, si sarebbe dato da fare subito, mostrando alla signorina la sua potenza fisica. Si tolse la giacca e si arrotolò le maniche della camicia, i suoi avambracci si gonfiarono facendo emergere le vene mentre sollevava i trenta chili di sacco che schiacciavano le ruote posteriori dell’Ape.
Ogni tre o quattro mesi, Giovanni portava un sacco di semi da trenta chili al signor Zanottelli in persona, glielo vendeva a quindici euro, o meglio, glielo rivendeva, quei semi infatti venivano proprio dai silos della ditta Zanottelli & f.lli.
Giovanni, con la massima pazienza e cura, ogni sera tornava a casa con le tasche piene di semi, le svuotava sul tavolo della sua cucina facendo attenzione a non perderne nemmeno uno e soddisfatto, li infilava nel solito anonimo sacco di juta. Tutti sapevano di questo traffico di semi, anche il signor Zanottelli, il quale come tutti fingeva ogni volta la sorpresa e acquistava i semi senza batter ciglio. Giovanni era ingenuo ed era convinto di vivere in un mondo di ingenui, così orgoglioso della sua trovata ostentava generosità offendo birra ai suoi compagni, questa attività gli dava la motivazione per non mancare mai al lavoro, non un giorno di malattia in vent’anni.
Quella giornata passò veloce, Michele ebbe modo di incontrare Gianna con lo sguardo, nella pausa pranzo, lei aveva attirato la curiosità delle sue colleghe che l’avevano assediata di attenzioni in quei quarantacinque minuti di libere chiacchiere.
Il trillo di fine turno arrivò puntuale alle cinque, gli operai attendevano nello spogliatoio l’arrivo di Giovanni e delle sue birre, Michele passò in fretta il cartellino nella marcatempo sbavando le ultime cifre sulla destra, era concentrato al pensiero di Gianna, doveva intercettarla e offrirle un passaggio prima di qualunque altra collega: erano vicini di casa e non esistevano ragioni per cui non avrebbe dovuto accettare la sua offerta. In autobus, Gianna, non ci sarebbe più andata.
Quel primo viaggio insieme fu bellissimo, una filata di sorrisi e di risate. Tra una battuta ed un’altra Michele pensava al suo futuro, alla sua moto, alla sua donna.
Avrebbe lasciato casa di zia Luciana, si sarebbe trasferito soltanto di un piano, la zia lo avrebbe compreso e sostenuto, avrebbero potuto continuare a vedersi ogni giorno, avrebbe potuto cucinare qualcosa per loro la sera, sarebbe scesa per le scale con i guanti da forno e una teglia bollente tra le mani, avrebbe raccomandato la ragazza alla sua famiglia, un giorno avrebbe potuto occuparsi dei loro figli.
Ogni tanto Michele tentava di tornare in sé e di dirsi lucidamente che stava correndo troppo con la fantasia, ma in un attimo si vedeva vestito da sposo varcare con Gianna la soglia della chiesa, e i mille semi di Giovanni rotolare nell’aria e sugli sposi felici.
Fu quella l’ultima immagine di Michele, qualcosa a metà tra l’immaginazione e la realtà, si voltò a destra e vide Gianna con gli occhi spalancati e i capelli al vento inondata da mille pezzetti di luce. Non si accorse di nulla. Erano i vetri dell’auto in frantumi. Non vide il camion girare su se stesso, non vide la curva, non sentì il tonfo ne lo stridore delle lamiere. Lo trovarono così, pochi istanti dopo, con un sorriso sereno dipinto sul volto.
Fu Gianna ad abbracciare zia Luciana sul pianerottolo, le portò le più tristi parole con la più grande dolcezza. Da quel pomeriggio zia Luciana si prese cura di una nuova nipote, scendeva spesso le scale con i guanti da forno e una teglia bollente tra le mani.