Residence Acacia – Cecilia Ghidotti

RESIDENCE ACACIA di Cecilia Ghidotti

«Ciao bambina. Perchè le scale della vostra casa non hanno la moquette come quelle di casa mia?» chiesi, a mò di benvenuto.
«Mamma!perchè le nostre scale non hanno la moquette?» fece eco lei
Chiunque si trovi a spingere il cancellino del Residence Acacia sostiene che sembra di entrare in un villaggio turistico. Il Residence Acacia, progettato parecchi anni prima che gli imprenditori locali partissero alla conquista della Dacia da un architetto dell’Europa dell’Est di cui si è smarrito il nome, è un capolavoro di spazi verdi, palazzine senza recinzioni e piscina condominiale. Un eroico avamposto di resistenza alla briantizzazione selvaggia – balcanizzazione all’acqua di rose – del paesaggio urbano:giardini senza di nani, niente cartelli che avvertono di prestare attenzione a cane e padrone. Solo alcuni condomini sono consapevoli di abitare un insediamento progressista e si sforzano di non farlo sapere agli altri che, altrimenti, si attiverebbero per cambiare il regolamento condominiale. Ci sono stati alcuni tentativi: sui tetti sono spuntati abbaini,vasi fintoetruschi sono fioriti nei giardini e una panchina del Bricocenter dalla lontana ispirazione liberty ha trovato asilo a lato del vialetto.
«La moquette arriva la prossima settimana!» strillò la madre dal piano di sopra. Non era vero, non l’avrebbero mai messa.
Intervenne Michela «Come ti chiami?»
«Jessica Fiera Camossi».
Due cognomi. Sgranammo gli occhi.
«E lei?» aggiusi
«Viola, è mia sorella»
Insistetti «E di cognome?»
«Agata, non sai che, se sono sorelle, si chiamano uguale?» tagliò corto Michela.
Non mi convinceva: non avevo visto nessun papà e avevano due cognomi ciascuna.
Le mamme del Residence Acacia si dividevano allora in due categorie:magre e ciccione. Un’ulteriore demarcazione separava le casalinghe-ciccione dalle lavoratrici-magre. La mia apparteneva alla seconda , quella di Michela alla prima. La mamma di Marta aveva due grossi polpacci retaggio, dicevano, di un passato da ballerina classica. La signora Natale, madre di Giovanni, era enorme e il figlio, che ci perseguitava, ricordava un panettone ben farcito di canditi.
La mamma di Jessica e Viola fece saltare ogni categoria interpretativa: sembrava una rock star. Quando scese dal camioncino dei traslochi, le signore che spiavano dalle finestre si fecero audaci, pur di vedere meglio scostarono con decisione le tendine correndo il rischio di essere scoperte. Capelli ossigenati conditi da una robusta dose di ricrescita, jeans attillatissimi, gilet leopardato e stivale rosso con tacco da 12 cm, la nuova arrivata rivelò subito una strettissima parentela con Mirko, cantante dei Bee-Hive di cui si innamorava Licia nel cartone animato di bim bum bam. Tolto che era una femmina lei e Mirko erano uguali.
Nei primi tempi Jessica e Viola non si vedevano che il sabato e la domenica, nel resto della settimana abitavano dalla nonna di Milano per completare l’anno scolastico, mentre la madre sistemava la casa nuova.
«Ha messo le tende bordeaux alle finestre» diceva la signora Natale,
«Ci sono uomini che vanno e vengono» infieriva la mamma dai grossi polpacci. La tenda bordeaux esisteva ed era una sola, e anche l’uomo era un esemplare singolo:il Vanni. Il Vanni che ebbe la malaugurata idea di tagliarsi i capelli proprio appena arrivati, così da essere scambiato -contemporaneamente- per il legittimo consorte e per l’amante. L’equivoco venne chiarito, ma la signora rimaneva senza marito. O meglio, il Vanni si configurava come marito, ma non era certamente il padre delle bambine.
Viola aveva due anni meno di me, Jessica la mia età.
Volevo che fosse in classe con me. La mia scuola non era la stessa degli altri bambini della zona e sognavo il giorno in cui una bambina del quartiere sarebbe venuta a scuola con me.
«Jessica, hanno già deciso dove mandarti a scuola?»la tartassavo.
«In una bella» rispondeva lei «mia mamma ha detto che la posso scegliere io»
«Dove vado io è un po’ lontano ma il pomeriggio si resta a scuola, il sabato si può dormire tutta la mattina,ti piace?Adesso vai a scuola solo la mattina o anche il pomeriggio?»
Jessica era evasiva, a volte raccontava che andava a scuola la mattina, a volte il pomeriggio, a volte entrambi. Jessica e Viola avevano erano magre con la carnagione e i capelli scurissimi. Andavano a fare merenda dovunque le invitassero, senza chiedere il permesso prima alla mamma, non dicevano mai «grazie», «prego», «per favore». Facevano giochi da maschi e non aiutavano a rimettere a posto le Barbie. Sapevano fare la ruota, la spaccata, la rondata e la verticale. Si annoiavano alla svelta dei nostri giochi, di Milano non parlavano tanto. Toccavano cani e gatti e poi non si lavavano le mani, chissà quante malattie si prendono, commentavano a mezza voce le mamme.
Nel Residence Acacia vigeva un complicato sistema di divieti trasversali non scritti che regolamentava: aree e orari di gioco, modalità di fruizione della piscina (con o senza accompagnamento di un adulto), possibilità di uscire all’esterno del perimetro del residence o di scendere nelle cantine e nel vialetto delle macchine. Jessica andava dove voleva, si infiltrava tra i bambini più grandi che non solo la scacciavano ma la seguivano, Giovanni Natale la faceva salire in casa sua per giocare ai videogiochi e le regalava gelati che lei abbandonava, mezzi sciolti, dietro i cespugli.
Quando già abitavano al Residence Acacia da tempo, Jessica ricevette in regalo un costume da bagno giallo da una qualche parente che doveva aver dimenticato l’età precisa della nipote. Io avevo imparato a non comprare mai costumi di colore chiaro perchè sono trasparenti. A Jessica, sua madre coi capelli ossigenati, non doveva aver detto niente. Quando uscì dall’acqua col costume bagnato tutta la piscina si voltò a guardarla. Giovanni Natale quindicenne butto lì una battuta pesante, una madre magra gli intimò di far silenzio e le passò in fretta il salviettone. Il giorno dopo Jessica si ripresentò con lo stesso costume. La mamma di Marta, la signora dai polpacci grossi che un febbraio di tre anni dopo si sarebbe buttata nel fiume, disse a denti stretti che non si poteva tollerare che una ragazzina se ne andasse in giro così, anche se era in piscina e faceva caldo. Aggiunse anche che era un chiaro anticipo dell’età puberale e capiva che in quella famiglia non avevano molto tempo per starle dietro, ma era il caso che qualcuno andasse a parlare con la madre.
Una domenica pomeriggio di prima che il trasloco fosse definitivo Jessica arrivò dicendo che era andata a vedere la sua nuova scuola, ed era la mia perchè ci sarebbe andata di pomeriggio e si faceva inglese.
La presi per un polso e la trascinai con me.
«Michela!»
Dopo un po’ che la chiamavo si affacciò alla finestra della cucina
«Che vuoi Agata?Sto guardando la televisione»
«Jessica ha detto che verrà a scuola a con me,anche se è più lontana»
Michela rimase zitta, avevamo passato pomeriggi interi litigando sulle nostre scuole e io non ero mai riuscita a controbattere quando mi chiedeva:se la tua scuola è così bella perchè non ci vanno tutti i bambini del paese?
Avevamo deciso che sarebbe stata la scelta di Jessica a stabilire una volta per tutte qual era la scuola migliore.
«E Viola, a quale scuola andrà?» chiese cauta Michela
Jessica si stava stufando «Dove scelgo io, lei è piccola».
Mentre gongolavo Michela si riprese e disse che non ci credeva che Jessica veniva a scuola insieme a me perchè era troppo lontana e i suoi genitori, anzi, la sua mamma che già, poverina, faceva tanta fatica a stare dietro a loro e al lavoro senza nessuno che l’aiutava solo con quel Vanni che andava avanti e indietro col camion, non poteva portarla a scuola in macchina tutti i giorni.
Risposi che non mi interessava, l’importante era che Jessica veniva con me, che ce la poteva portare mio papà. Punto e basta.
Michela mi chiese se credevo a Jessica o, casomai, non aveva detto una bugia, ad esempio se davvero era andata a iscriversi alla mia scuola e quando, se non l’avevo incontrata. Le ridissi che non avrei comunque potuto incontrarla perchè io ero in classe la mattina e il pomeriggio.
Michela disse che Jessica era solo una bambina nuova e non le interessava per niente di quello che faceva e che comunque era bugiarda. Io risposi che lei aveva i pregiudizi e non bisogna avere i pregiudizi nei confronti dei bambini nuovi.
Non rispose subito, poi si decise:« guarda che mia mamma si è già messa d’accordo con la sua e quella di Marta per fare i turni per portarci a scuola l’anno prossimo».
Rimasi zitta e Michela ne approfittò per incalzare:«chiedile di che colore è la tua scuola se l’ha vista davvero!»
Jessica rispose con noncuranza «viola», la mia scuola era grigia.
Sulla porta di affacciò la madre Michela e ci chiese se volevamo pane e marmellata.
Jessica accettò al volo, io dissi che dovevo andare a chiedere a casa ma non era vero, il permesso per mangiare pane e marmellata da Michela ce l’avevo sempre, ero proprio io che non volevo mangiare lì, con Jessica e Michela, che sapevano già tutto da prima.