Racconto – Acai Lombardo Diop

RACCONTO di Acai Lombardo Diop

1.
«Aspettiamo la pioggia…Tanto io mi bagno sempre, ma ci sono abituato. Mia moglie massaggiandomi la testa sul suo ventre, mi diceva quanto ero bello col capello bagnato; allora ogni volta che pioveva uscivo e alzavo gli occhi al cielo. Non sentivo più la puzza né i rumori, ma mo è questo marciapiede il mio ventre e poi più nulla, mi perdo in questo velo, pallido di sole, e godo dei colori, degli odori e dei sapori, infatti io poi da mangiare lo trovo sempre. E si capisce che faremo tardi anche questa volta. Facciamo tutti tardi almeno una volta nella vita. Io ho fatto tardi…ma senza via d’uscita, difatti c’è chi ritarda per sempre, lo so con sicurezza, ma allora lì è tutto un altro discorso…una sciocchezza…».
Era la prima volta che lo vedevo. Stavo attraversando la piazza in una giornata di sole invernale, la sensazione era piacevole, un leggero benessere che si prova dopo molti giorni umidi e nebbiosi: la temperatura si abbassa, l’atmosfera si cristallizza e un po’ di luce e calore arrivano a fendere l’aria, come una lama calda nel ghiaccio.
Se ne stava lì, in piedi, fiero, immerso in un raggio di sole, come un attore illuminato dall’occhio di bue su un prestigioso palcoscenico; almeno questa è l’impressione che mi dava. Una strana figura da incontrare la domenica mattina, davanti ad una cattedrale. Inquietante e attraente, parlava, anzi rimava. Rallentai il passo, tenendomi da lui ad una distanza ravvicinata, per cercare di udire cosa dicesse, senza attirare la sua attenzione. Impossibile. Prima che, con vaga noncuranza, potessi afferrare il cellulare e fingere di essermi fermata per rispondere, stava già parlando a me, guardandomi fisso, con occhi magnetici e leggermente strabici, senza sbattere le palpebre, neanche una volta. «Io abito di là! Si sta bene, si chiacchiera, d’altronde poi si sa che la vita è un po’ come una zattera, ti da la base, ma non ti protegge dall’acqua e dalle onde, d’altronde… mia moglie le piaceva parlare, e diceva sempre che non c’è poi troppa differenza tra la terra ferma e il mare…», ridacchia compiaciuto e mi fissa in silenzio, per qualche secondo, prima di chiedermi, «dove andate di bello voi? Io di solito cammino. La gente va sempre in qualche bel posto, ma non quelli come noi, e neanche i carcerati del Don Orione. Vi aspetta qualche cosa di interessante? Io spero per voi di sì! Fate della vostra vita un’arte! Che quando la pioggia cade incessante è difficile pensar così, ecco io vado di lì…spero voi dall’altra parte». In quel momento sbatté le palpebre, sollevò la testa verso il cielo, la riabbassò e continuò a parlare guardando oltre le mie spalle, «il mare mi spaventa, soprattutto quando è mosso, sì perché è di quel colore blu, che non mi metterei mai quel blu addosso. Il suo boato mi sgomenta, la sua foga, la sua boria, come un’orda di guerrieri senza onore e senza gloria. Quel suo catturare cieco e risputar senza rispetto, e poi io ci affogo spesso come tutti i senzatetto. A me piacciono i colori caldi, tanto caldi come un forno, caldi come l’abbondanza, caldi a sciogliere la neve, mi ricordano le farfalle, vestite a festa per un giorno, che si godono l’esistenza, perché sanno quanto è breve. Ma l’acqua della pioggia mi rilassa perché mi scorre addosso scivolando, dal cielo arriva e mi trapassa, non sono io che va cercando; mi lava e mi ripulisce tutto, ma è la terra a cui ha puntato il dito, il giorno dopo io sono ancora libero e asciutto e intorno a me la terra ha partorito. Mia moglie mi diceva che l’acqua della pioggia mi dona… sua cugina una volta si è sposata con un ingegnere che lavorava tanto e lei a lavorar non era tanto buona allora lui le ha offerto un lavoro come sua segretaria, mia moglie le disse che è meglio essere indipendenti che la situazione si faceva seria non si sa mai nella vita, e che succede se lui si stufa e ti lascia in miseria? Ma lei era di quelle un po’ deboli sai» ecco rivolgersi di nuovo a me, «e hanno paura di restare da sole», ecco ancora quello sguardo intenso, gli occhi velati e sbiaditi come se soffrisse di cataratta, davano la sensazione di poter penetrare il cemento, di andare sempre al di là delle apparenze, mi facevano sentire nuda e inutile; «e allora lei accettò il compromesso fatale e in una volta sola, lui l’ha lasciata in miseria senza lavoro e senza marito, povera figliola!», ridacchia, un modo di ridere sornione, compiaciuto e nervoso, simile alla risata delle streghe o dei vecchi marinai solitari dell’immaginario fiabesco della mia infanzia; ridacchia e continua a parlare, «non era molto intelligente ma quando sei disperato il mondo è compassionevole, per lo meno fino al momento che gli si presenta qualche cosa di più interessante… eh!, ognuno ha bisogno ogni tanto di sentirsi un po’ un Cristo in Croce, ma mai per sempre, che sia breve e indolore, smorzare un po’ il tono di voce e mettersi una mano sul cuore; il solo sentimento provato così lì, sul ciglio della strada, per qualche secondo condona a buone azioni per una settimana intera tutto sto fottuto mondo! Eh eh eh, e poi se ci pensate è normale, io mi chiamo Salvatore, mio fratello maggiore si chiamava Giuseppe, mia sorella maggiore Maria, eh fantasia, fantasia! I figli della sorella di mia madre, se mi ricordo bene erano tre maschietti, Matteo, Paolo e Luca. In fondo siamo un po’ tutti dei santi mancati, reietti, ma con orgoglio, che chiunque ne dica. E poi lo sanno tutti che è colpa della terra, e di tutte le dolcezze che essa produce, e allora l’abbiamo violentata e privata della luce perché pagasse le sue nefandezze, ma basta che essa tiri un poco fuori la sua zanna, che subito ci riattacchiamo alla tetta della mamma» e ride, ride di gusto, ride in crescendo, le gote si infuocano e si gonfiano leggermente e gli occhi sembrano irradiare una gioia incontrollabile. E’ contagioso. Cerco di trattenermi, prima accenno una smorfia, un mezzo sorriso, un po’ così di sbieco, poi ho una sorta di piccolo spasmo, fingo di tossire, infine mi arrendo, tanto non mi sembra proprio sia pericoloso, e ho ormai una certa età, posso dare confidenza agli sconosciuti e riprendermela quando mi pare, insomma il sorriso è mio e me lo gestisco io…e così esplodo in una risata furibonda, liberatoria, pensando che quel signore un po’ anzianotto, decisamente sporco e puzzolente, quel vagabondo, che trascinava con sé ogni sorta di immondizia, ma come un mercante col suo prezioso carico avrebbe attraversato la via della seta, mi faceva sbellicare. Rido, tenendomi la pancia, di gusto, a lungo e ad un tratto, mi accorgo di ridere sola. Lui aveva acquisito un’espressione seriosa e interrogativa. Mi fissava in silenzio, un po’ indispettito, come se fossi pazza. In effetti, così mi sentii in quel momento. Mi ricomposi immediatamente, imbarazzata e confusa, “forse gli ho mancato di rispetto” pensai. Non sapevo più che fare, mi sentivo di legno, rigida, mi imbarazzava andarmene, mi imbarazzava restare. Mentre ero impegnata con il mio dilemma esistenziale, egli ricominciò a parlare al vento, totalmente disinteressato al mio imbarazzo, immemore di me e di ogni cosa passata: «noi uomini sappiamo come tirarci su da soli, due pacche sulla spalla e un po’ di whisky…anche al Don Orione può funzionare per coprire l’odore di piscio e di morto. Mia moglie è stata immobile per due giorni prima che venisse trovata, però sicuramente stava lei in torto, era nata povera e povera se n’era andata. Io comunque ho incontrato tanta brava gente…io cammino…sotto il sole e sotto la luna, e per oggi sono libero dalle onde e questa è già una bella fortuna; i giovani sono il nostro futuro, almeno così dicono…poveri disgraziati che compito duro, ma il mio futuro no, io me la cavo benissimo da solo, ma forse chi lo dice ha paura di se stesso e di loro».

2.
Nel frattempo avevo avuto modo di notare con la coda dell’occhio un signore, che era passato avanti e indietro più volte, non troppo lontano da noi. A dire il vero avevo la sensazione che ci stesse girando intorno, scrutandoci. Infatti; dopo due o tre ammiccamenti e qualche colpo di tosse si avvicinò, stavolta in modo chiaro e deciso «posso esserle utile in qualche modo, signorina?» mi chiese con aria spavalda e, indicando il vecchio vagabondo disse «per caso la sta importunando?». Girai la testa e mi accorsi che costui mi stava quasi addosso, tanto era vicino. Aveva l’alito stantio, quello che viene dai problemi di stomaco. Il primo impulso fu di scostarmi un poco, e scrutarlo maleducatamente dalla testa ai piedi. Era alto, ben piazzato, indossava un cappotto scuro, ma soprattutto mi colpì il mento, perché a quell’altezza più o meno arrivavo; era ampio, con pochi peli grigiastri, radi e corti, sparsi un po’ qua un po’ là a caso. Nonostante le dimensioni, mi ricordava il mento di un adolescente alle prime luci dello sviluppo. Lo teneva alto, una posizione che sembrava per lui naturale, ma che gli dava l’aria di essere un poco sopra le righe. Mi aveva rivolto parole cortesi e doveva essere un gentiluomo, ma nonostante tutto quelle parole mi suonarono stonate. Gli risposi fredda ma riconoscente che stavo benissimo e che ascoltavo volentieri i discorsi di quel simpatico vecchietto. «Stia attenta è un povero pazzo!» continuò imperterrita non curante del mio sguardo di disapprovazione. A quelle parole mi irritai davvero, non potevo credere stesse offendendo quel poveruomo in maniera così aperta e insensibile. Cercai con sguardo complice e benevolo il vecchio vagabondo, per mostrargli, quanto possibile la mia solidarietà, ma mi resi conto ch’egli non si curava minimamente di noi; stava lì, nel suo raggio di sole, con la testa alta e quella stessa espressione serena, come stesse ammirando un orizzonte lontano, oltre il muro spesso e duro della città intorno, come vedesse di fronte a lui solo meraviglie, e parlava, parlava, che qualcuno lo ascoltasse o meno, egli parlava. Per qualche istante mi persi in quell’immagine, e nuovamente fui destata dalla voce dell’uomo in abito scuro che mi fiatava sulla fronte. «E’ stato cacciato più volte dal quartiere universitario, la sua presenza intimoriva le studentesse e disturbava la quiete pubblica. Le forze dell’ordine non sanno più come fare a liberarsene. Ora ha avuto il coraggio di trascinarsi fino a qui quel pezzente, nei quartieri alti, ma il sindaco è dalla nostra parte, e ne ha già fatti fuori diversi di questi individui parassiti; questo qui è un osso duro, ma vedrete, è solo questione di tempo». Parlava a raffica, l’alito sempre più stantio, la voce nasale e tagliente con un retrogusto amaro nell’intonazione. Che mi stava dicendo? Quell’ometto minuto dal viso gentile non sembrava davvero essere un pericolo pubblico. Alzai di nuovo il viso verso di lui, ormai abbastanza distante per essere sicura non ci avesse sentito, e vidi che una coppia di giovani lo stava ascoltando con interesse. Ringraziai con distacco e una punta di sarcasmo l’uomo in abito scuro, per le sue dritte e mi diressi verso il vagabondo, che ormai aveva accumulato attorno a se un gruppetto di persone.
Salvatore, così aveva detto di chiamarsi, era montato su una delle panchine della piazza, dietro di lui la cattedrale si ergeva imponente e il contrasto produceva una sorta di musica, come un antico gregoriano cantato da Mike Jagger. Sempre più gente incuriosita si stava accumulando attorno a lui. I loro volti si mostravano un po’ divertiti, un po’ increduli, le nuche rivolte all’indietro, sembravano pendere dalle sue labbra, me compresa. Mi sentivo come ad Hyde Park, nella Londra degli anni Settanta e quello era lo Speakers’ Corner, un angolo di libertà donato al popolo, in cui tutti potevano parlare, ascoltare e venire ascoltati…

3.
L’uomo dall’abito scuro sembrava non volersi rassegnare. Lo vedevo appostarsi accanto agli astanti, uno dopo l’altro, con la stessa aria da sapientone con la quale si era approcciato a me poco prima; lo sentivo mormorare a voce piuttosto alta e sostenuta le solite parole di scherno e sdegno sul conto di Salvatore, e vedevo come, una dopo l’altra, le persone lo congedassero con fredda indifferenza. Ad un tratto, il volume della voce gli crebbe in gola con un sussulto e iniziò farneticare qualcosa, riguardo alla guerra e all’onore, e attraversando la folla si portò vicino alla panchina e a Salvatore. Il vagabondo lo guardò dall’alto della sua panchina, che ormai era diventata il piedistallo di un profeta e inaspettatamente gli mostrò un luminoso sorriso e gli tese la mano, come per farlo salire là sopra con lui. L’uomo in abito scuro, per pochi istanti, parve ammaliarsi della stessa luce patinata dalla quale fui ammaliata io, quando per la prima volta vidi Salvatore, in quella piazza, fissare un orizzonte lontano, e si lasciò aiutare a salire sopra la panchina. La folla scoppiò in un applauso scrosciante, forse per il gesto amichevole del vagabondo contro il suo denigratore, forse per la resa dell’altro alla sua benevolenza, contro il proprio cieco pregiudizio. Ma i pregiudizi sono duri a morire e l’uomo in abito scuro subito si ravvide, sfilando bruscamente la sua mano da quella di Salvatore si tolse il guanto, per sbatterlo con disgusto sulla spalliera della panchina. «Io sono un ufficiale, pluripremiato» sottolineò a voce alta, con fare dittatoriale sventolando al cielo l’indice destro, «ho combattuto la seconda guerra mondiale che ero un giovincello, ho fatto il mio dovere e lo Stato mi ha premiato. Non ho mai elemosinato nulla nella mia vita. Eh! quelli si che erano bei tempi, e infondo il duce, pace all’anima sua, qualcosa di buono la fece eccome! non c’era certa spazzatura per le strade e i treni erano sempre in orario» e in quel momenti gli venne come un rospo in gola, che momentaneamente gli bloccò la parlantina. «Caronte è sempre in orario, figliolo e nel luogo in cui è diretto c’è posto anche per gli innocenti, il buon senso è il ritardatario, si sa, e proprio dai suoi nemici sbandierato ai quattro venti», disse Salvatore, con sguardo sognante e assente, scendendo dalla panchina. Ma l’uomo in abito scuro non se ne curò e continuò a parlare a voce sempre più alta. Non so più cosa disse, sentivo solo un sordo mormorio appannato, e vedevo la folla che pian piano si diradava e spariva nelle più disparate direzioni. Raccolsi le idee, cercando di ritrovare il mio percorso, e ricordare quale fosse la mia meta prima di quel singolare incontro. Mi allontanai lentamente, come a non voler rompere quel sottile filo che mi aveva tenuta lì, quel pomeriggio, per sentire ancora la voce rauca e calorosa di Salvatore a distrarmi e stupirmi. Mi voltai, ancora una volta, a guardarlo, e vidi la piazza completamente svuotata.
Erano rimasti solo l’uomo dall’abito scuro, nel delirio del suo momento di gloria, ed un unico ascoltatore: Salvatore, che se ne stava lì, nel suo raggio di sole, a guardarlo, con la testa alta e l’espressione serena, di chi ammira un orizzonte lontano, oltre il muro spesso e duro della città intorno, come vedesse, di fronte a lui, solo meraviglie.