Magica velina rossa – Natalia Fagioli

MAGICA VELINA ROSSA di Natalia Fagioli

“Sega mulega
Il babbo va a bottega
La mamma fa i gnocchi
Luciano fa i balocchi.”
Tutti applaudono: la mamma, la nonna, la zia, le cugine Anna e Graziella, e ovviamente anch’io.
Come ogni giorno, mi sono fermata in questa casa per giocare un po’ con la mia amica Graziella.
Certo che Luciano è bravo! Piccolo com’è, recita già a memoria poesie e filastrocche, in italiano e in dialetto, davanti ai suoi e in presenza di sconosciuti, mentre io mi vergogno persino dei miei compagni e, quando sono in piedi davanti alla maestra, ho una tale paura di sbagliare che mi confondo, ammutolisco e divento tutta rossa.
Dovrei fare come questo bambino!
Luciano non si fa certo pregare e finisce per avere tutti intorno a sé: la Graziella se lo coccola come un gattino e la signora Maria, la mamma di Graziella, che di solito mi offre il te e mi regala fiori da piantare, oggi non ha occhi che per il nipote, bello, biondo, grassoccio e vestito come un signorino dell’ottocento che dal Veneto è venuto a trovarli, e fa ridere tutti quando parla in dialetto.
Il Veneto è sempre stato per me soltanto una regione di colore verde, situata in alto a destra sulla carta geografica dell’Italia appesa alla parete della nostra aula: quando la maestra mi chiede di indicarla con la canna che teniamo nell’angolo vicino alla stufa di terracotta, non è mai stato altro che un paese esotico e lontano. Adesso invece il Veneto è un paese vicino, ma antipatico come Luciano che in questo momento mi impedisce di giocare con la mia migliore amica.
-Ne so un’altra!
E, incoraggiato dal successo, ce la impone con forza:
“Stella stellina
La notte s’avvicina
La fiamma traballa
La mucca è nella stalla…”
-Ma io ero venuta per giocare alle bambole con la Graziella! Uffa, Luciano! Mi hai proprio scocciata!
Succede anche con la Rita, a scuola: la maestra chiama sempre lei alla cattedra a raccontare la favola e Rita non si tira mai indietro; ne sa sempre di nuove e noi stiamo tutti zitti e fermi ad ascoltarla incantati, che sembra lei la maestra!
Anche a me la nonna ha raccontato qualche storia, ma erano tutte molto corte e sicuramente anche meno belle delle favole della Rita.
E poi, io ho sempre fretta di finire e dimentico particolari importanti; come ieri, che raccontando, finalmente,la storia del Mazapegul avevo dimenticato di dire che porta sempre un berrettino rosso e lo lascia sul pozzo prima di entrare in casa di qualcuno; me lo ha dovuto suggerire Paolo dall’ultimo banco. Insomma, una figuraccia!
Ma, a essere sinceri, della Rita mi mancano i capelli a boccoli, chiari e con sfumature quasi bionde, quei capelli che le spuntano dalla cuffia di lana d’angora soffice e morbida come le piume d’un pulcino di pochi giorni.
Mi piace la lana d’angora e invece devo accontentarmi della berretta rossa di lana casereccia, col pompon e il paraorecchi, di quelle che fa la magliaia nostra vicina, quasi identica alla cuffia di quando facevo i primi anni delle elementari, “roba” da bambina piccola.
Neppure la Franca, di domenica, porta più la papalina dello scorso inverno, ma un cappellino di feltro beige che mi piace da morire. Ieri, mentre andavamo a Messa, me lo ha fatto provare, ma non avevo uno specchio per vedere come stavo.

-Vieni con noi, domani, a San Mauro a dire il sermone di Natale? Noi ci andiamo tutte!
Mi coglie sempre alla sprovvista, la Franca!
Andar con loro mi piacerebbe, ma… recitare il sermone là di fronte a tutti…
Poi mi guardo le scarpe: invece della suola hanno la para perché devono andar bene anche quando c’è la neve. Sono, per di più, di colore marrone, da maschio, perché dovranno essere passate a mio fratello e non posso non confrontarle con le scarpe lucide alla bebè della Wanda che, fortunata, sfoggia anche una sottana a ruota con sottogonna inamidata, ancor più ampia di quella dell’Ivana in pannolenci verde e mazzetti di fiori multicolori sparsi qua e là: praticamente un prato in primavera.
Io ho solo il mio vecchio montgomery che mi sta diventando troppo corto di maniche, con la sottana di panno dell’anno scorso e un maglioncino di lana arancione, o come dice la mamma “becco d’anatra”, e mi sento a disagio in mezzo alle altre.
Non mi va di camminare davanti a tutti per salire sull’altare, però voglio stare con le mie compagne di classe.
Finisco per accettare l’invito.
Tutt’al più mi limiterò ad ascoltare gli altri, anche perché sono sicura che la fifa resterà tutta, la sento già che va su e giù.
Però… però, almeno domani, Luciano, il cugino saputello, non sarà tra i piedi: ha trentanove di febbre e il dottore gli ha proibito di alzarsi dal letto…

Eccoci arrivate. Saranno le tre del pomeriggio, o forse un po’ più tardi, perchè la chiesa è già buia; solo l’altare è ben illuminato. Le prime panche sono già tutte occupate e noi ci sediamo dietro. Don Guido, nonostante il da fare, ha l’espressione sorridente e vagamente assorta che tutti gli conosciamo: non ha ancora finito i preparativi e cammina avanti e indietro fra la sacrestia e l’altare con l’ andatura dondolante che si è portato a casa nel ’44, dalla campagna di Russia, insieme ai piedi congelati.
Il babbo della Franca lo chiama Piedipapera, ma io gli voglio bene: con noi bambini a volte è un po’ burbero, ma di solito è buono e ci ospita sempre per il cinema, anche se non siamo della sua parrocchia.
Quando finalmente è soddisfatto di come ha sistemato i candelieri sull’altare, Don Guido si volta verso il pubblico, ma deve ancora fermarsi per starnutire e soffiarsi il naso e lo fa piuttosto rumorosamente, prima di chiamare uno alla volta i bambini di San Mauro che nel frattempo si sono distratti per ridere del raffreddore del loro curato.
Sicuri di sé, uno alla volta maschi e femmine salgono i gradini, oltrepassano la balaustra, si girano verso le mamme e recitano ciascuno il proprio sermone natalizio.
Qualcuno s’inceppa, ma a tutti Don Guido regala un torroncino e il piccolo torna contento a sedersi sulla panca, tra i compagni.
Ormai tutti i bambini di San Mauro hanno fatto la loro parte e Don Guido, come ogni anno, chiede se ci sono altri che vogliano recitare un sermone.
Allora la Franca mi dà una gomitata:”Andiamoci anche noi! Dai! Andiamo!”
Ma io dico di no. I cinque gradini che mi stanno davanti sono un muro invalicabile e gli occhi che mi sento addosso sono occhi che forano: “ Recitare davanti a tutta quella gente! Sei matta? … e se sbaglio?”
”Io vado”afferma invece decisa la Franca e sale i gradini, si rivolge verso il pubblico, recita il suo sermone, riceve il torroncino avvolto a caramella in carta trasparente rossa e torna a sedersi trionfante accanto a me.
Me lo mostra da vicino: è bellissimo nella sua carta velina fiammante! Poterlo avere anch’io! Più per la carta da conservare tra le pagine del sussidiario che per il contenuto che essa avvolge, anche se il torrone è sempre stato la mia passione e la grossa stecca Sperlari, alla mandorla tostata, che il babbo ha posato di traverso sull’albero di Natale, non si potrà mangiare fino alla Befana.
Dalla mano della Franca che lo stringe a pugno sulla panca, continua a fuoriuscire e a tentarmi un pezzo di torrone rosso.
Non posso fare a meno di buttare ripetutamente gli occhi nella sua direzione.
E la Franca insiste a chiedere perché non vado anch’io: ormai quasi tutti i bambini hanno recitato il loro sermone, il dono al Bambin Gesù.
E’ vero: manco solo io.
Don Guido dà un’occhiata interrogativa in giro: c’è qualcun altro?
Vedo con disappunto che il cestino dei torroncini si sta vuotando.
Ora o mai più.
La Franca mi dà di nuovo una gomitata:” Vai!”
Mi alzo di scatto, salgo i gradini di corsa per non obbedire alla tentazione di tornare indietro, sono di là dalla balaustra.
Don Guido mi fa segno di cominciare ed io, dopo un’ultima esitazione superata dall’ennesima sbirciata ai torroni che spiccano sullo sgabello, recito il mio pezzo:

Tutti vanno alla capanna
Per vedere cosa c’è.
C’è un bambin che fa la nanna
Tra le braccia della mamma.
Oh, se avessi un vestitino,
Da donare a quel bambino;
Un vestitino non ce l’ho
Il mio cuor gli donerò.

L’ho detto un po’ troppo velocemente forse, perchè sono arrivata alla fine prima di quanto mi aspettassi, però ce l’ho fatta!
Stringo nella mano il torroncino rosso; prima di mangiarlo, lo metterò sull’albero per poter tornare a guardare molte volte la sua magica carta trasparente.
Sono molto contenta.
Torno a casa alla svelta perché è già buio pesto e lungo la strada mi faccio compagnia ripetendo a voce alta, quasi cantando, il mio sermone.