L’oroscopo perfetto -Tonia Brancaccio

L’OROSCOPO PERFETTO di Tonia Brancaccio

“Il solo vantaggio del passato è quello di non tornare.” Giovanna teneva occupato un pigro pomeriggio d’autunno con questo pensiero, mentre seduta sul suo letto, si guardava con indolenza i piedi nudi. Come altre parti del suo corpo li trovava irrimediabilmente brutti.
Alina invece aveva dei piedi di porcellana e li curava come se fossero creature vive, fiori sul suo balcone. Li dipingeva di un rosso amaranto che Giovanna trovava troppo volgare.
Molte volte nel letto accanto al suo, l’aveva vista concentrata in quell’operazione. Quando qualcosa la prendeva completamente, Alina aggrottava la fronte e le comparivano minuscole rughe verticali simili alle screziature di una foglia.
Giovanna aveva una sana avversione per tutto quello che non capiva o che riteneva un inutile dispendio di energie. Si chiedeva, guardando Alina, perché non si facesse una doccia o pulisse la sua parte di stanza piuttosto che dipingersi le unghie con la precisione di un orafo.
Una volta glielo chiese, erano in stanza insieme da poco: – Perché sprechi tanto tempo per qualcosa che infili nelle scarpe e che nessuno vede?
Alina sollevò su di lei lo sguardo trasparente come vetro, alzò le spalle con un’espressione buffa da bambina: – Io lo so, a me basta.
Giovanna tornò a guardare il letto vuoto accanto a lei. Erano quasi le sette ormai e fuori cominciava a fare buio. Se Alina non fosse tornata neanche quella sera sarebbe stata la seconda consecutiva, al terzo giorno non le avrebbero più tenuto il posto. Avrebbero infilato le sue quattro cose in un sacco di plastica azzurro con il suo nome sopra e lo avrebbero lasciato a dimenticare sopra uno scaffale del ripostiglio di sotto. Dopo avrebbero assegnato la stanza a qualcun’altra e nel giro di poche settimane nessuno si sarebbe più ricordato di Alina, delle sue unghie amaranto e dei suoi occhi come il vetro.
Giovanna trovava assurdo che tutto ciò che una persona era potesse trovare posto in una grossa busta di plastica, eppure quante volte lo aveva già visto accadere?
Ma al numero 20 di via Lenin non contavano le regole del senso comune. Lì la gente dimenticava in fretta, era una stazione di passaggio dove trascinare le proprie sconfitte.
In via Lenin 20, i volti si sovrapponevano ai nomi, agli accenti, alle scelte sbagliate di chi li aveva preceduti, le storie si accavallano così velocemente da confondersi, talmente sembravano tutte uguali. Eppure ognuna aveva un dolore soltanto suo dentro e un suono solo suo.

Certe storie avevano un suono sordo, come un tonfo improvviso. Qualcuna invece era metallica, come di lamiere che si accartocciano. Altre ancora, a passarci accanto, producevano un suono come di vetro in frantumi.
In via Lenin 20 ci abitavano soltanto donne, diciotto per volta, distribuite in stanze doppie. A nessuna di loro piaceva parlare molto. A nessuna di loro piacevano molto le domande. Potevano stare accanto nella stessa stanza ignorandosi per settimane. Perché qualcuno si aprisse e straripasse come un fiume contro l’argine, doveva accadere qualcosa. Magari solo che riconoscesse in te lo stesso silenzio pieno di dolore o soltanto perché quel giorno era il compleanno di un fantasma della loro precedente vita ed era troppo faticoso farlo scivolare via senza nemmeno nominarlo.
Sembrava un posto fuori dal mondo, anche se il mondo è lì a pochi passi, lungo la strada a scorrimento veloce che collega la zona industriale alla città. Ma solo per chi ci vive, il numero 20 di via Lenin esiste davvero e ha persino un nome. Scritto in piccolo, quasi per non disturbare, in caratteri blu su un cartello bianco:“Casa del riposo notturno Madre Teresa di Calcutta.”
Giovanna guardò di nuovo il posto vuoto accanto al suo. Era preoccupata per Alina, poteva esserle successo qualcosa.
Per un attimo quasi desiderò che le fosse accaduto qualcosa, piuttosto che pensare che Alina fosse tornata a battere per strada.
Giovanna aveva conosciuto Alina pochi mesi prima, nella ditta in cui in quel periodo lavorava come donna delle pulizie. Seduta su un divano del lungo corridoio illuminato dai neon, Alina ruminava un chewingum sfinito dal quale con abilità riusciva ancora a tirare fuori qualche bolla, facendo schioccare rumorosamente le labbra.
Giovanna le passò accanto velocemente, spingendo il carrello dei prodotti per la pulizia e una disperata voglia di fumare e di sfilarsi le scarpe. Non si guardarono veramente, le rimasero negli occhi solo i colori: il viola delle calze, il rosso delle labbra, come quando si guarda fuori con distrazione dal finestrino di un automobile in corsa. Giovanna tirò dritto, mentre Alina si infilò nella porta, che corteggiava da una buona mezz’ora, sulla quale brillava una targhetta, lucidata di recente, con la scritta: Amministratore Unico.
Appena entrata, Alina ebbe la sensazione certa di aver sbagliato posto, giorno e tipo di vestito.

Non aveva fatto in tempo a sputar via il chewingum, così lo appallottolò nel giornale con gli annunci di lavoro che aveva con sé. Dall’altra parte di una scrivania in betulla, il dott. Pozzi la scrutò da capo a piedi, con uno sguardo a metà strada fra la commiserazione e la noia. La sua attenzione sembrò rianimarsi solo quando si soffermò sulle sue cosce, coperte male da una minigonna. Alina non fece nessuna fatica a sostenerne lo sguardo, ma avrebbe preferito essere altrove, a bere un caffè bollente magari, leggendo da vecchi giornali, i suoi adorati oroscopi, pieni di promettenti novità. Il dott. Pozzi si sforzò di imbastire una conversazione che avesse la parvenza di un serio colloquio di lavoro.
Mentre parlava, giocava nervosamente con una biro. Sorrideva obliquo e indecifrabile come un’icona bizantina. C’era qualcosa di viscido nella sua persona, Alina non riusciva a capire con precisione cosa: il tono strascicato della voce, o i ciuffi di peli scuri sulle nocche delle mani. Senza smettere di parlare, il dott. Pozzi si alzò in piedi e le si avvicinò.
Era più basso di quello che si era immaginato e da vicino poteva chiaramente indovinarne la mollezza della pancia sotto il maglione color crema. La testa quasi calva e il naso rotondo non contribuivano a snellirne la figura. Il dott. cominciò a girarle intorno, continuando a parlare, ma con sempre più pause e increspature nella voce. Le poggiò entrambe le mani sulle spalle. Lei non si mosse, né si voltò a guardarlo. Forse per un momento però smise di respirare, come certi animaletti che si fingono morti perché il predatore nauseato se ne vada.
Sapeva che avrebbe dovuto alzarsi e andarsene, ma non lo fece. Le avevano insegnato che funzionava così, le avevano insegnato a non gridare, a non piangere a non muoversi.
Il dott. Pozzi forse scambiò quel silenzio per un incoraggiamento, perché le sue mani addosso si fecero più audaci, più pratiche. Scivolarono senza nessuna incertezza sui suoi seni. Alina chiuse semplicemente gli occhi, forse pensando “ci risiamo” o forse non pensando affatto. Il dott. la sollevò di scatto. Alina vide le labbra sottili imperlate di sudore, le dita nervose frugarle nella camicetta. Le parole adesso erano un convulso ansimare. Era paonazzo in viso e il suo alito sapeva di caffè e di fumo. L’ultima cosa che Alina ricordò con certezza fu la sensazione fastidiosa dei fermagli e delle matite sotto la sua schiena. L’ultima cosa che pensò fu: “Non devo fare storie, se non mi agito farà presto e finirà tutto in fretta”.

Poi le sensazioni accelerarono convulse, presero a scorrere come un film mandato in rewind e lei si fermò a guardarlo: le gambe aperte a forza col ginocchio, la biancheria lacerata senza nessuno slancio, i rantoli come di morte all’orecchio, le parole, sempre le stesse, urlate in faccia, il cazzo duro nella sua bocca.
Alina faceva così quando qualcosa non le piaceva: spariva. Diventava uno spettatore. Fissava un punto qualsiasi sulla parete o si concentrava su un particolare minimo: un bottone, uno strappo nella sua calza.
Ma questa volta, guardando altrove per non guardare nulla, qualcosa non funzionò.
La porta era rimasta socchiusa, una fessura appena, ma sufficiente a far scivolare fuori tutta la sua vergogna. In quello spicchio di porta, immobile, c’era una persona che guardava dentro. Era la donna delle pulizie.
Fu un attimo soltanto, la donna si fermò, indecisa, come se aspettasse un segnale per capire cosa fare, se restare o andarsene, se entrare o fare finta di nulla. Alina era stupita di non leggere disprezzo in quello sguardo, ma solo una silenziosa tristezza, chiuse gli occhi più a lungo e la donna uscì dal film.
Alina lasciò l’ufficio dalla targhetta splendente senza un lavoro e con stretta in mano una carta da cinquanta, che la manina lanuginosa del dott. le aveva allungato con la stessa affabilità con cui poco prima le aveva stretto la mano. Alina non disse nulla, avrebbe solo voluto che lui la smettesse di parlare, di scusarsi, di ripeterle che era imbarazzato, che era la prima volta che…
Giustificarsi come un ragazzino col prete perché si è toccato e gli è piaciuto troppo e forse per questo perderà il suo posto in paradiso con la targhetta lucida e splendente.
Alina cercò il bagno, Giovanna entrò mentre lei si strofinava rabbiosamente la gonna fucsia, cercando di ripulirla. Aveva gli occhi pieni di lacrime asciutte.
– Cosa cazzo hai da guardare? – l’aggredì Alina. Giovanna indurì il viso, si morse l’interno della bocca, una cosa che faceva sempre quando era nervosa.
– La vuoi una sigaretta?- le rispose.
Fumarono fuori. Alina appoggiata al muro, stretta in un giubbetto troppo leggero per il periodo e Giovanna seduta, sfilandosi le scarpe e cambiandole con quelle più comode che portava sempre dietro. Le disse solo una cosa, perché Giovanna era chirurgica quando parlava, definitiva.

– Puoi fare tutti i colloqui del mondo e vestirti in tailleur firmati se credi, ma non andrai da nessuna parte se continui a farti trattare come una puttana.
Alina stavolta non rispose e anche il suo sguardo era cambiato, sembrava smarrito, friabile. Prima di andarsene, Giovanna gli lasciò un biglietto con un indirizzo.
– Se un giorno non sai dove sbattere la testa, vieni qui. Ti aiutano davvero, non è beneficenza da Vigilia di Natale.
Il giorno dopo Alina si presentò in via Lenin.
La fuga di ricordi di Giovanna fu interrotta dallo squillo del telefono. Quando trillava così, disperato, nel cuore della notte non erano mai buone notizie.
– Era l’ospedale – annunciò la voce atona del tizio di turno all’accoglienza – Hanno ricoverato Alina , dicono che l’hanno fracassata di botte.-
– Ci vado io – disse seria Giovanna.
Odiava l’odore degli ospedali, odiava quel bianco immacolato e i modi ruvidi e sbrigativi degli infermieri, per i quali il dolore diventa troppo presto routine di lavoro. La fecero entrare nella stanza perché disse di essere la sola parente che quella disgraziata avesse al mondo. Giovanna, in piedi accanto al letto le sfiorò i capelli, perché le sembravano la sola cosa che potesse toccarle senza farle altro male.
– E’ stato il suo ex protettore, – le avrebbe spiegato qualche minuto più tardi il giovane poliziotto di turno al drappello ospedaliero, le offrì un pessimo caffè dalla macchinetta automatica e continuò – i colleghi lo hanno fermato mentre cercava di allontanarsi, l’ha presa a calci e pugni anche dopo che era svenuta.
Mentre le accarezzava i capelli, lì dove probabilmente c’erano gli occhi, si aprirono due fessure più luccicanti nel buio che guardavano nella sua direzione.
– Ehi – sussurrò Alina – Allora sono viva?-
– Così sembra – rispose Giovanna – Cosa ti hanno fatto?
– Domani Giò, domani. Adesso sono troppo stanca.
– Ok, ora non mi lasciano restare, ma vengo presto domani mattina.
Mentre era quasi sulla porta Alina la chiamò con un filo di voce: – Giò?
– Cosa?
– Domani me lo porti un giornale,così mi leggi l’oroscopo. Lo diceva sai il mio, che oggi avrei avuto brutti incontri.
Sorrisero debolmente a quella battuta, ciascuna silenziosamente felice che potesse ancora esserci un domani e un oroscopo da leggere.