L’obiettivo – Grazia Mellia

L’OBIETTIVO di Grazia Mellia

Sul comodino accanto al letto stava la nuova macchina fotografica, era così nuova che pareva luccicare, la guardavo e la riguardavo, dio quanto mi piaceva! Per acquistarla avevo fatto un grosso sacrificio, avevo risparmiato privandomi di tante cose. Camminando lungo via Indipendenza mentre mi recavo al lavoro, tante volte mi ero fermata davanti alla vetrina del negozio e sempre di più cresceva in me il desiderio di possederla. Ogni volta non potevo fare a meno di immaginarla fra le mie mani, con il mio occhio dentro. Quella mattina indugiavo nel letto, avevo poca voglia di alzarmi, l’inizio dell’autunno mi faceva percepire una sorta di malinconia. Negli anni avevo acuito la mia sensibilità e si rafforzava la tendenza a vivere intensamente i fatti esistenziali, mi crogiolavo nei miei pensieri, andavo sviscerando sensazioni, emozioni, ero diventata chirurgo della mia vita emotiva.
“Coraggio, devi uscire dal letto” pensai tra me e me, mi feci violenza e mi alzai, andai in cucina e preparai la moka per il caffè, poi mi trascinai lungo il corridoio della mia casa, quella casa, un tempo era così animata al mattino, quando c’erano i bambini da preparare ed accompagnare a scuola prima di andare al lavoro, e un marito con il quale prendere accordi affinché tutto s’incastrasse e il quotidiano fluisse in maniera da non creare falle da nessuna parte.
Attraversando il corridoio mi fermai davanti allo specchio, quello specchio con la cornice dorata stava appeso a quel muro da circa vent’anni mi guardai e mi vidi sola. L’odore del caffè e il borbottio della moka mi fecero correre nuovamente in cucina, preparai la mia tazzina preferita, era sbeccata. In quella tazzina il caffè aveva un sapore diverso, più giusto, e poi mi dava piacere posare le labbra su quella sbeccatura, avevo la sensazione di già sentito, di conosciuto. Mi piaceva e ancor di più mi serviva, ritrovarmi nelle cose familiari, non ero più la donna di un anno fa, mi trovavo nel pieno di una ricostruzione e non mancavano le insicurezze e le difficoltà. La sera andavo a dormire sola e la mattina mi risvegliavo sola e facevo i conti con una solitudine fino ad allora sconosciuta. Spesso mi risvegliavo con il pensiero di non avere abbastanza soldi per finire il mese, e tante volte avevo bussato alla porta di mio padre, il mio portatore di valori che ora mi guardava triste allungandomi la banconota. Quei momenti mi facevano sentire tutta l’umiliazione che comportava il chiedere soldi alla mia famiglia d’origine, e non mancava il dispiacere di alimentare in loro una nuova preoccupazione.
Per fortuna quella mattina stessa avrei visto Giulia. Io e Giulia ci conoscevamo da una decina di anni, eravamo colleghe di lavoro, non stavamo nello stesso ufficio ma capitava a volte di collaborare. C’era in noi la percezione di quanto eravamo affini, ci compensavamo, lei aveva una predisposizione all’ottimismo, ascoltava i miei sfoghi con pazienza e sempre mi consolava l’idea di vederla. Ci accomunava anche il grande interesse per la fotografia e purtroppo ci eravamo trovate a condividere l’esperienza della separazione: condizione oramai naturale per tante di noi quarantenni. Il lavoro in ufficio, ci dava poche soddisfazioni e, quando tornavamo a casa, facevamo i conti con quel che avanzava delle nostre famiglie, “famiglie azzoppate” le chiamava Giulia, cercando di sdrammatizzare e strapparmi un sorriso, ma a me metteva tristezza. Dopo il divorzio Giulia era riuscita a costruire una relazione con un uomo, non amava Fabrizio, però sotto alcuni aspetti s’intendevano molto bene. Sempre, arrivava a casa mia aprendo la porta senza nemmeno suonare il campanello, aveva le chiavi, io la sentivo parte della mia famiglia. Quella mattina quando arrivò, capì subito che non andava.
“Oggi va da schifo, giornata no, ho fatto molta fatica ad alzarmi da quel letto” le dissi guardandola entrare. Andai verso la stanza da letto, Giulia mi seguì, mi vestii con noncuranza.
“Siamo alle solite, che succede ancora nostalgie struggenti?”, mi guardò con i suoi occhi buoni.
“Ma non lo so ….è questa malinconia che non mi lascia, che vuoi a me quell’uomo manca, mi manca tutto ciò che rappresentava, avevo investito tutto sulla famiglia…. e poi fra qualche giorno tornerò al lavoro e non ne ho voglia. La mia mente è un affollamento di pensieri.
Ho dovuto nuovamente chiedere soldi ai miei. Non ce la faccio, il mutuo mi succhia metà dello stipendio.” Giulia mi stava accanto paziente con il suo viso dal taglio spigoloso ma gradevole.
“Oggi andremo in giro per Bologna a far foto, lo sai che appena mettiamo l’occhio dentro l’obiettivo poi qualcosa cambia, quel mondo li non è più lo stesso, ti devo anche parlare di una cosa importante”. Infilai la macchina fotografica in borsa lei mi tirò per un braccio e per un momento sentii i suoi capelli sul mio viso, avevano un buon profumo. La guardai e sorrisi, la sua presenza cominciava a farmi bene e poi la fotografia era per noi una grandissima passione, era espressione, era creatività, era estraniarsi dalla nostra quotidianità, era un punto di vista diverso, una particolare visione del mondo attraverso l’obiettivo.
Da un anno facevo i conti con la separazione da Paolo che purtroppo era stata inevitabile, la nostra casa era diventata invivibile, un vero e proprio campo di battaglia e in tre ne soffrivamo, ogni sciocchezza diventava motivo di scontro.
In silenzio scendemmo i tre piani di scale della palazzina nella quale abitavo da quando avevo immaginato e poi voluto, condividere la mia vita con Paolo. Appena fuori dal portone Giulia mi abbracciò ribadendo che mi doveva parlare di questa cosa così importante.
“Cos’è importante e cosa no?” Pensai rimanendo stretta in quell’abbraccio che quanto meno mi portava conforto. Guardavo il muro davanti a me, un pezzetto d’intonaco stava in bilico indeciso se cadere oppure no segno del tempo passato, tempo che passando aveva creato fratture e nuove consapevolezze.
“Ricordi le foto che scattammo nella zona universitaria durante l’estate dell’anno scorso?” mi disse.
Si ricordavo… e ricordavo anche quegli ultimi mesi caratterizzati dai forti litigi con Paolo, non riuscivamo a comunicare in nessun modo. Lui che mi si metteva davanti e mi strillava addosso tutta la sua gelosia. Nel tempo era diventato possessivo, e io mi sentivo in gabbia, anelavo la libertà come fosse aria da respirare e lui me la negava. Ricordavo anche quel tardo pomeriggio nello studio dell’avvocato, su quella scrivania insieme alle nostre firme, avevamo posato pezzi della nostra vita. Ci eravamo incontrati in una via centrale, ed eravamo entrati insieme in quel bel palazzo di via Ugo Bassi. Paolo saliva davanti a me con i suoi bei capelli brizzolati, immaginavo il suo sguardo che ancora mi piaceva ma non potevo più trattenere.
Giulia mi staccava da quel ricordo, era entusiasta: “Sai quelle foto le ho mandate in giro, abbiamo una proposta di lavoro, un mese in viaggio per l’Europa.”
“Che hai fatto? Ma sei matta? Tu proponi le nostre foto e io sono all’oscuro di tutto?” Questa sua iniziativa mi provocò un leggero fastidio.
“Dovresti essere contenta, quelle foto hanno scaturito l’interesse di qualcuno, forse siamo brave non pensi? Sei sempre inquieta e insoddisfatta… proviamo che ci costa?”
“Per te è sempre tutto così semplice, credo che avresti dovuto informarmi.”
“Bene hai ragione, non l’ho fatto perché quasi sicuramente me l’avresti bocciata. Vogliamo provare ad uscire da questo piattume? E’ questione di un mese, si tratta di un’esperienza, male che vada faremo un viaggio, che non avremmo mai potuto permetterci con i nostri mezzi”. Camminavamo una accanto all’altra verso la fermata dell’autobus.
“Hai pensato anche alla sistemazione delle nostre cose?” le dissi con tono ironico.
“Sì ci ho pensato….dovremo chiedere l’aspettativa al lavoro, i figli potranno passare un mese, tranquillamente con i propri padri.”
Proseguimmo il cammino in silenzio. Mi veniva alla mente una di quelle foto scattate quel giorno, faceva caldo, il cielo a Bologna poche volte riesce ad essere azzurro, l’alto tasso di umidità rendeva quel calore insopportabile. Una coppia di ragazzi riposava sopra una panchina, lui seduto con gli occhi chiusi abbandonato a chissà quali pensieri, lei sdraiata con la testa sulle sue gambe ed un libro aperto sul volto, non potei trattenermi dal rubare quell’immagine, ci lavorammo un pomeriggio su quella foto, la tecnologia ci aiutava non poco. Ne uscì un bellissimo ritratto.
Salimmo sull’autobus, Giulia stava di fronte a me, lo sguardo perso fuori dal finestrino, mi soffermai a notare il suo leggero sovrappeso, era così rassicurante! Mi adagiavo piacevolmente con il pensiero su tutto ciò che ricordava la figura materna. Girò lo sguardo verso di me, le sorrisi teneramente. Il fastidio che avevo percepito inizialmente dileguava, cominciavo ad immaginare quel viaggio, e sentivo il desiderio di un cambiamento, di una svolta a quella vita che non mi soddisfaceva più, cresceva in me il desiderio di un nuovo obiettivo.