L’ascolto di mezzo – Roberta Sireno

L’ASCOLTO DI MEZZO di Roberta Sireno

E all’improvviso il respiro di Bologna con le sue strette viuzze pullulanti di negozietti e banchi, il fruttivendolo cinese, il macellaio con il grembiule giallo, il profumo croccante di pane del fornaio aperto sin dall’alba, il latte fresco del lattaio, il marocchino e l’albanese al bar con le brioches, i bambini che corrono sui marciapiedi e gridano, io grido, e grido dentro il mio anno 1989, dentro il mio capello verde-oliva, l’attore, la vita, e poi la valigia, io sono vita.

Autunno 1987.
Tutti i mercoledì sera i miei coinquilini vanno al cinema.
– Mirco, vieni anche tu?- mi chiedono. Ma ovviamente io dico di no, potrei anche andarci al cinema, giusto per stare in compagnia, ma qualcosa che vacilla tra l’orgoglio e la rabbia mi frena. – No, non vengo- dico. E loro ovviamente devono capire.
Vado in cucina, prendo una bottiglia di vino rosso siciliano e salgo in camera. Apro il finestrino e mi accendo una sigaretta. Le ragazze non vogliono che si fumi in casa, ma stasera loro sono uscite.
Accendo la tv per coprire il silenzio, ma la spengo subito. È troppo rumorosa. E mi dà fastidio. Allora accendo nervosamente il PC. Cerco la musica classica su internet. La sento che esce dal computer. Sta diventando una mia fissazione, questa musica classica. È come se dovesse essere per forza il mio genere preferito. Cioè, sì, mi piace molto questa musica, ma forse non la sento come dovrei sentirla. Quindi questa ossessione deve essere nata da un disperato desiderio di vedermi il più normale possibile. Tutti hanno un genere di musica. Tutti i giovani ascoltano musica. E io?
Accendo una candela, spengo la lampada. La preferisco. Soprattutto stasera, perché mi ricorda qualcosa di arcaico, come me stesso che devo essere rimasto in qualche posto lontano. E la sigaretta e il vino hanno all’improvviso il sapore metallico del mio passato. Un bollore barbarico mi consuma.
Cerco il ritmo del mio respiro. Cerco di smettere di pensare.
Sento un rumore forte provenire da fuori. Deve essere la sirena, non ne sono sicuro.
La mia ombra danza in penombra.
Tolgo gli apparecchi.
Voglio smettere di sentire.
Adesso va meglio. Sono io, esisto.
Ma i pensieri si devono fermare.
Tanto il bicchiere l’ho sempre visto metà pieno. O almeno credo, stasera non so cosa ho, stasera voglio vedere questo bicchiere metà vuoto, voglio pensare al mondo che non ho avuto, ma forse questo è il mondo che avrei dovuto avere.
Ora però non sono in vena di visioni teologiche: mi ancoro alla mia condizione di semi-ateismo. Cioè, io sono, punto e basta. Non perché Dio mi ha fatto o non mi ha fatto così o come dovevo essere o come avrei dovuto essere.
Basta, mi gira la testa.
È stata pure una brutta giornata.
Tutta colpa di Zanetti.
– Zanetti, ha fatto un ottimo lavoro- ha detto il professore Ghiri.
E Zanetti si era messo a leggere il suo commento critico sul teorema di Goghel. Ci ha messo 27 minuti.
Non è che io ce l’abbia con Goghel o con Zanetti, chissà, magari Zanetti è anche un tipo simpatico, ma io proprio non lo capisco quando parla, cerco di leggere labiale ma ha una bocca talmente appiccicata e si mangiucchia tutte le parole, cerco di sentire con gli apparecchi ma ha una voce strana, la sento come spezzettata, e mi vengono in mente le rane, grra, grra, grrra, sì, credo che facciano proprio così, le rane.
E io avevo il corpo ottuso di rabbia, 27 minuti senza sentire nulla su quello che diceva il povero Zanetti, e forse era davvero un commento interessante come aveva detto il professore, 27 minuti a lavorare con la mia immaginazione su cose che in quei 27 minuti nessun altro avrebbe potuto pensare.
Mi sentivo all’improvviso padrone della situazione perché non sentivo niente mentre tutti gli altri, anche se magari erano distratti, qualcosa devono per forza sentire, c’è comunque una voce fatta di parole che entra nella stanza e nelle orecchie di tutti, e che magari arrivano pure a scuotere il corpo che ricorda.
Il giorno dopo mi guardo allo specchio. Ho gli occhi pallidi di sonno. I miei capelli sono tutti scompigliati. Un po’ mi compiaccio: in fondo non è così brutto non essere normali.
Mi vesto. In fretta e furia.
Scendo. È un po’ tardi.
Corro alla fermata del 38.
È una giornata del cazzo, mi dico. E forse sto andando in un posto del cazzo, mi dico.
Scendo, cammino per 50 metri.
E poi vedo quella scritta sul campanello in via dei Mori.
Servizio Studenti Disabili.
Anche il campanello ha un nome del cazzo.
Suono, la porta si apre subito.
Vedo una folla ammassata di gente che gesticola freneticamente. Ma non un suono sento. Forse non vanno gli apparecchi? Tocco il tasto di accensione ed è acceso, faccio aaaaaaa con la voce e la sento. Tutto ok, dalle mie parti. Sono loro che sono proprio tutti anormali. Sordomuti che parlano a gesti. Ecco, adesso sento appena la loro voce gutturale che vuole dire qualcosa insieme all’agitare le mani in aria. Ma esce soltanto un suono rugginoso. Chchchcchccccchchhh. Forse è così che parlavano gli uomini primitivi, mi dico. Ecco, noi siamo primitivi e anormali. Io forse sono una via di mezzo, ma comunque non sono normale.
Non so cosa ci faccio qui. Un professore me ne ha parlato. Mi ha consigliato di andarci. Sono al primo anno della specialistica ma è la prima volta che vado a questo Servizio Studenti Disabili.
La riunione non è cominciata. Mi siedo in un angolo. Accanto a me un ragazzo mi punta gli occhi di dosso. E poi mi dice qualcosa con i gesti. Io scuoto la testa – scusa ma io non capisco- gli dico. Quello mi guarda con occhi storti. Allora decide di articolare meglio la propria bocca, usando insieme i gesti. – Ma sei sordomuto?- gli leggo sulle labbra da cui non esce un filo di voce. Scuoto di nuovo la testa – No- gli rispondo, articolando più come potevo le labbra – sono sordo e basta, so parlare, ho anche gli apparecchi-
Quello, ancora peggio, mi guardò con occhi pieni di orrore. – Tu non avrai amici- mi dice, gesticolando con impeto – Tu parli, non sei uno di noi-
Io lo guardai incredulo. Poi feci finta di niente. – Ok- taglio corto.
Mi alzo. Tiro fuori il pacchetto di sigarette. La riunione ancora non è cominciata. Stanno tutti lì in un chiacchiericcio muto. Tutti parlano ma nella stanza non esce un solo rumore. Il silenzio mi opprime.
Esco fuori dalla porta. Accendo la sigaretta. Guardo il cielo. Ha le nuvole. Mi cade l’accendino dalla mano. Lo raccolgo. Lo infilo nella tasca. Me ne vado.
Non c’è posto per me né tra i normali né tra gli anormali.
Ecco, la fermata. Tempo sprecato, venir qua. Il bus arriva subito. Salgo. Non faccio il biglietto. Mi scoccia.
– Ehi ragazzo- mi fa il vecchio che si siede di fronte a me. Ha i capelli lunghi. Gli arrivano sulle spalle. Sono nero corvino. I denti marci. Gli occhi vispi e neri come il carbone. Sento il suo alito. Puzza di fumo. Fumo e vecchiaia.
E poi, per mia sfortuna, comincia a parlare. Ma proprio a parlare e parlare e parlare. Io non ci capisco niente. Va troppo veloce. E sparlucchia. A volte mi sputa in faccia. Mi stanno girando le palle.
– Ragazzo ragazzo ragazzo- mi fa il vecchio all’improvviso con respiro affannoso. Io spalanco gli occhi, fingendo di prestargli attenzione. – Sì, signore?- gli dico.
– Tu sei sordo, eh?- mi chiede. Feci un sobbalzo. Raddrizzai le spalle – Come, scusi, signore?-
– Sei SORDO??- mi urla in faccia. Tutta la gente si volta e ci guarda. Io aggrotto freneticamente la fronte e mi affretto a rispondergli – Signore, non urli, la prego. Mi imbarazza, sa?-
– Ma tu sei SORDO! – insiste quello. Poi all’improvviso il vecchio signore precipita in un silenzio enigmatico. Io lo guardo. Vedo il suo viso alzarsi verso l’alto. Poi all’improvviso mi sento come sedotto da quello sguardo così vacuo. E di colpo mi ritrovo il nero corvino dei suoi occhi penetrare i miei. Una morsa stringe il mio stomaco. Un brivido raggelante mi percorre la schiena. Mi sento come maciullato da una fiera.
– Tu non sei un sordo comune- comincia a dire sibilando col respiro sempre più affannoso. Rimango ipnotizzato. Mi sento malato. – Tu- e alza un dito indicandomi – Tu, tu- e comincia a cantilenare a bassa voce- Tu, tu se verrai con me, saprai cosa vuol dire essere veramente fuori dal comune-
Cado in un abisso.
Le persone che ci fissano non esistono più.
Mi sento smarrito. Fisso il rosso della richiesta di fermata lampeggiare.
– Su, su, ragazzo- esclama il vecchio- aiutami con la spesa-
Ripiombo nel reale. Mi alzo subito e afferro le due buste da spesa.
Il bus si ferma.
Scendiamo.
Camminiamo in silenzio. Il vecchio signore zoppica appena.
Ci fermiamo davanti un portone imponente di un palazzo malandato con lo stucco che cade a pezzi. Leggo la scritta epigrafica sopra il portone: “Teatro Tarozzo”.
Il vecchio sospira. Io appoggio le buste della spesa sul lastricato.
– Sei un attore?- domando al vecchio signore.
L’uomo prende un fazzoletto di stoffa rosso-porpora a quadretti verdi dalla tasca. Si soffia il naso. Poi mi guarda e mi fa un sorriso a trentadue denti. I denti però sono color giallo-marcio. – Proprio così- mi fa, ridendo- Sono un attore…-

Eccomi qua.
Mi sento meglio. L’afa oggi però non mi uccide. Sì, è un’estate molto calda, come hanno detto ieri al Tg2. Ma io sto bene. Anche lo spettacolo di tre giorni fa è andato bene. Anche i progetti futuri sono organizzati bene.
Ma che cosa va veramente bene? Sono gli anni che ho vissuto. Gli anni in cui ho cercato di capirmi. Gli anni che mi sono stati insegnati all’insegna della vita su un palcoscenico in cui ognuno di noi abbandonava la propria maschera e si lasciava andare al flusso interminabile di pensieri e di sensazioni e di sentimenti e, insieme scoprivamo quella che era la parte più intoccabile del nostro essere. E avevo trovato finalmente un mondo in cui riuscivo a cimentarmi e in cui mi sentivo il perfetto cortigiano della mia corte. E non mi sento più né normale né anormale. Non mi sento più una via di mezzo. Mi sento me. Io ed altri mille me. Avevo dimenticato me stesso. E il vecchio attore l’aveva capito subito due anni fa. Ma dentro il bosco mi sono ritrovato. E non ho più paura. Né della mia voce che mi è sempre apparsa un po’ strana, né dei rumori che assorbo, né delle persone che giudicano sempre, né delle maschere che a volte devo mettere.
Guardo la grande tela appoggiata alla parete della mia stanza. È il ricordo più bello e allo stesso tempo il più emblematico che conservo. I miei compagni di palcoscenico mi avevano versato sul corpo nudo secchi di vernice di tutti i colori. Poi mi ero arrotolato su questa enorme tela con tutto il liquido che mi colava addosso.
E all’improvviso era venuto fuori tutto il mio capolavoro.
Da allora percorsi con affanno le mie foreste alla ricerca di una quiete per i miei bollori barbarici dentro un’epoca che mi pareva fuori posto.
Ma ora ho le valigie pronte. Ci hanno chiamato per uno spettacolo a Melbourne. Ci vorrà un po’ di tempo per prepararci. Intanto io ho già comprato il capello verde-oliva.