L’egregio professor De Umbris che perse la testa per l’arte – Lolita Timofeeva

L’egregio professor De Umbris che perse la testa per l’arte di Lolita Timofeeva

Il Male mette le sue radici quando un essere umano comincia a pensare di essere migliore di un altro.
Il giovane pittore Janis, giunto dall’Est da pochi mesi, incontrò il professor De Umbris all’inaugurazione della sua prima mostra a Bologna in un caffè storico. Il fatto avvenne nei primi anni dal crollo del muro di Berlino e un fiume di persone, provenienti dai paesi del blocco sovietico, straripò nell’area europea. Anche Janis era uno di questi e decise di tentare la fortuna in Italia, paese prediletto specialmente dagli artisti. Fra il tintinnìo dei calici e il brusio degli invitati, il ragazzo scorse un tipo che indossava un cappello dalle larghe tese aggirarsi in mezzo alla gente fissando i dipinti, come un’ombra, senza salutare nessuno né, per riguardo, essersi tolto nemmeno il copricapo. Improvvisamente se lo trovò di fronte. “Saresti tu il pittore? Che età hai?” chiese l’uomo con voce inespressiva. Janis rispose: “Ventiquattro”.
“Puoi dire di essere fortunato”, disse il personaggio, “perché il destino ha voluto che io entrassi qui. Casualmente”.
Janis si passò nervosamente le lunghe dita in mezzo agli ondulati capelli biondi e pensò: “Che tipo scostante”. Ma questo suo parere si dissolse pian piano nel corso della conversazione. L’uomo disse di essere il professor De Umbris, esperto d’arte. Così, più il sedicente professore parlava, più il giovane gli dava ragione. “E’ ingenuo andare in giro a bussare alle porte delle gallerie”, continuò l’uomo, “in Italia se non ti presenta qualcuno, non sei nessuno. Qui in Occidente noi abbiamo delle regole. Se vuoi inserirti, devi imparare a usarle”.
In quel preciso momento si avvicinò Marco, “il musico”. Era il coinquilino di Janis, condivideva con lui una specie di cantina ristrutturata abusivamente. Marco si aggiustò gli occhialini sul naso e, con tono sognante, disse a mezza voce: “Più li guardo e più apprezzo una compostezza quasi religiosa nei tuoi quadri”.
“Sono cresciuto in un paese senza Dio”, rispose Janis, “vi prevaleva la dottrina dell’ateismo”.
“Allora hai Dio dentro di te”, disse Marco, “sai valorizzare l’ombra, questa parte silenziosa e fredda della sostanza”.
“Spesso nell’ombra si cela la sostanza” rispose Janis con una metafora, ignaro che questa allusione racchiudeva in sé lo scenario di ciò che stava per accadere.
Il professor De Umbris salutò i ragazzi e, prima di dileguarsi, rivolgendosi a Janis disse con tono autoritario: “Domani ti aspetterò nel mio studio”.
Il giorno dopo Janis andò a fargli visita. Al giovane si presentò un ambiente con scaffali pieni di libri d’arte. Ne riportò una forte impressione. Lo studio era arredato con essenzialità, in uno stile anni Sessanta. I mobili, però, erano piuttosto malandati, le pareti, forse, necessitavano di una rinfrescata, sulla moquette vicino alla scrivania dei giornali erano imbevuti d’acqua che sgocciolava dall’alto dopo un temporale.
Quasi dappertutto vi erano immagini fotografiche, piuttosto strane: sulle pareti accanto ai quadri, sullo scrittoio, fra i libri e anche attaccati con lo scotch su una porta chiusa a chiave alla quale il ragazzo si avvicinò con aria un poco interrogativa.. Ma il professore prevenne qualsiasi domanda spiegando con una sfumatura di solennità: “In questa stanza è custodito il mio archivio, la mia storia”. Janis fissò lo sguardo sulle foto e si accorse che l’unico soggetto di esse era lo stesso professor De Umbris in tutte le età, in momenti diversi della sua vita. Ma le immagini erano piatte.
“In queste foto mancano le ombre” osservò il ragazzo.
“Non sono delle semplici foto”, rispose il professore, “sostituiscono i veri specchi che tenevo una volta. Ma un giorno mi specchiai e vidi una deturpante ombra scura, qui sotto il naso, e questa sostanza greve riempiva i solchi delle mie rughe, alloggiava nelle pieghe della mia bocca, inondava le cavità dei miei occhi. Sono rimasto turbato dai tratti penosi del mio volto! Gettai via tutti gli specchi e li sostituii con queste foto, con le ombre cancellate. Sono un uomo senza ombre!”.
Janis ascoltò incuriosito e disse: “Mia madre mi ha insegnato a non ignorare la propria ombra. Nella nostra città il cielo è una promessa continua di pioggia e le ombre sono tenui e dolci. Ma la stagione più lunga è quella delle ombre morte. Una persona si abitua all’esistenza senza ombre, poi d’improvviso in primavera sorge il sole e uno, a volte, si opprime, diviene malinconico, si sente pedinato da questa presenza oscura. Ti segue ovunque, magari si proietta pure sugli altri. Le ombre sono i sotterranei dell’anima”.
L’uomo rispose: “Amo vedere il mondo senza ombre. Voglio conoscere la tua città e tua madre”. Così misero in programma un viaggio. In autunno, nella stagione delle ombre morte.
Tornando verso il suo misero alloggio, il ragazzo si fermò in una cabina telefonica. Descrisse a sua madre la prima esperienza espositiva: “Sai, mamma, c’è tanta curiosità verso gli artisti dell’Est. Ho venduto anche due quadri!”. Il ragazzo continuò a parlare dell’inaugurazione con ritmo concitato, un po’ per l’emozione e un po’ per timore che la carta telefonica si esaurisse: “E poi, mamma, ho incontrato una persona che forse mi farà da guida nel mondo dell’arte, si chiama professor De Umbris. E’ un uomo colto e concreto. Mi mette a disposizione gratuitamente uno spazio, dove potrò dipingere i quadri di grandi dimensioni!”.
“Dio mio!”, esclamò la donna, “Al giorno d’oggi nessuno fa niente per niente. Quando penso che… tut-tut-tut…”. Il credito della carta era terminato.

Il nuovo studio di Janis si trovava nel medesimo palazzo in cui abitava il professore, ma nello scantinato. L’uomo alle volte scendeva e, mentre Janis lavorava, osservava in silenzio i soggetti dipinti dal ragazzo e le loro ombre proiettate a seconda delle luci. Pareva fosse intimorito e attratto nello stesso tempo, in ogni modo pervaso dall’inquietudine. Il professor De Umbris amava disquisire dell’arte, della morte e della sua cupa bellezza. Un giorno disse: “Imparerai a non aver paura di morire. Quando sarò giunto all’appuntamento con la morte, essa sarà la mia grande amica. Una cosa sola non vorrei: essere seppellito, sotterrato nelle fauci dell’ombra. Desidero essere cremato”. Janis rispose con una battuta sarcastica, forse profetica: “Peccato, professore. Ha un teschio che potrebbe essere un ottimo modello per un artista, ci terrei proprio a ereditarlo”.
Ogni tanto il professore spariva per alcuni giorni. Diceva di dover accompagnare alcuni collezionisti in Svizzera da un certo Krugier, importante mercante d’arte.
Passarono dei mesi. Il ragazzo lavorò alacremente senza sosta, trascorreva nello studio intere giornate, di sera Marco giungeva a fargli compagnia. Componeva brani musicali ispirandosi alle ombre dei quadri di Janis e il pittore traeva l’ispirazione dalla sua musica per creare ombre sempre più corpose.
Man mano che Janis dipingeva i quadri, il professor De Umbris li faceva scomparire. Un giorno, con manifesta soddisfazione, consegnò a Janis quattro cataloghi e i ritagli di una grande rassegna-stampa, risultato di numerose esposizioni all’estero. Disse: “Vedi, nel mondo si stanno accorgendo di te e del tuo talento”.

Una sera Marco disse a Janis: “Ho ammirato un tuo dipinto in casa del mio insegnante. E’ splendido!”
“Strano”, rispose Janis, “non ho mai venduto un mio quadro al tuo insegnante”.
“Lo avrà venduto il professor De Umbris per conto tuo”, rispose Marco.
Il ragazzo si allontanò perplesso. Mentre saliva verso lo studio del professor De Umbris il suo animo cominciò riempirsi di sdegno. Quando irruppe era infuriato: “Lei mi sta sfruttando!”
De Umbris lo guardò diritto negli occhi e, con estrema calma, disse: “Siediti, ragazzo”. Gli appoggiò una mano sulla spalla e continuò con persuasivo: “Tutto ciò che faccio è nel tuo interesse. Volevo farti una sorpresa: avrai una mostra a Zurigo. Il denaro mi è servito per il viaggio, sono dovuto partire con urgenza. Ovviamente te lo restituirò. Sei mio beniamino”.
Janis abbassò gli occhi e diventò paonazzo dalla vergogna. Il professore, intuendo il suo stato d’animo, lo rimproverò: “Hai dubitato di me. Ora puoi andare”.
Afflitto, il ragazzo dopo aver vagato per strade buie, si trascinò fino al suo misero alloggio. Appena varcò la soglia, scoppiò a piangere in preda a una sensazione non ben definita. Non appena si fu calmato, Marco commentò: “Janis, stai perdendo del tempo con uno che non è altro che un’ombra. Ognuno di noi è seguito da un’ombra. Meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa. Lo dice Jung. E quest’uomo è l’incarnazione dell’ombra stessa! Da quasi un anno lavori con lui e non hai mai visto una lira, arrotondi le tue magre entrate consegnando le pizze a domicilio, ogni mese hai difficoltà a pagare l’affitto. Hai perso la percezione delle cose, ti inventi le conquiste come il barone di Muenchhausen si inventava le sue avventure!”

All’improvviso suonarono alla porta. Era Pino, il ragazzo che ogni mese veniva a riscuotere l’affitto in nero per conto di suo zio. Lo zio, il proprietario, nessuno lo aveva mai visto in faccia. Si vociferava che possedesse un’infinità di cantine e di garage e che affittava i posti letto in nero, sfruttando la precarietà di studenti ed extracomunitari. Quando Pino fu uscito, Janis disse con un soprassalto: “Ora ho capito dove l’ho visto. E’ il ragazzo che ogni tanto viene a trovare il professor De Umbris!”.
“Quindi il professore potrebbe essere suo zio, lo strozzino!”, esclamò Marco. Così i due amici decisero di pedinare Pino, seguendo la sua macchina. Fuori era già buio e scorsero Pino accanto ai cassonetti dei rifiuti che caricava in macchina un vecchio comodino. L’auto di Pino proseguì fino allo studio del professor De Umbris. Quest’ultimo uscì per aiutare il ragazzo a portare il comodino dentro il portone, che si richiuse.

E’ verosimile che i due, entrati nello studio, si siano parlati più o meno così: “Bravo Pino. Vedo che stai acquisendo le mie abitudini, come quella di raccogliere i mobili abbandonati, così si possono arredare le cantine senza spendere una lira”. E poi: “Sei il mio unico nipote, quindi voglio che erediti anche la mia filosofia della vita. Ogni relazione ha i suoi costi e i suoi ricavi. Ma la mia logica prevede di non aver nessun costo, solo i ricavi. Ogni occasione mi deve fruttare qualcosa. Per esempio, non esco mai da un ristorante senza portarmi via un bicchiere o un posacenere”.
E il ragazzo: “Ma tu non fumi, zio”.
E l’altro: “Posso sempre fare un gradito regalo a qualcuno che fuma. Dagli alberghi si portano via gli asciugamani. Dallo studio di un avvocato la carta e le penne, dopo di che posso anche offrirgli un caffè. Ma perché ha già pagato, anche per me”.
E Pino, di rimando: “Allora, questo Janis? Gli hai dato gratis uno scantinato che potevamo affittare”.
E De Umbris: “Non mi dà denaro, ma mi dà tante altre cose. Il denaro lo prendo da me. Vendo i suoi quadri, e non glielo dico. Mi sto creando l’immagine di un benefattore. Questo ragazzo è carico di un ardore sconosciuto qui in Occidente, e questo mi incanta. Soddisfa il mio desiderio di purezza. Presto andremo insieme nella sua città, così conoscerò altri pittori. Cadranno nella mia trappola, come lui. Sono un burattinaio”. Aggiungendo poi: “Avresti dovuto vedere la sua contentezza, quando ha avuto in mano i cataloghi! Ho escogitato il modo di stampare solo due copie di ogni catalogo: una per lui e una per me. I testi li scrivo io, firmandoli con diversi nomi stranieri”.
“Ma è un inganno!” può aver reagito Pino.
Per chiudere la conversazione, il professore perentorio: “Lo rendo felice, gli creo emozioni. In fin dei conti il mio è un gioco intellettuale, un brillante esercizio di stile. La mia vita è una performance. Sono un demiurgo! L’artista sono io!”.

Arrivò il giorno della partenza, fu all’inizio di novembre. Partirono in due, come era stato previsto: Janis e il professor De Umbris. Ma prima della partenza il ragazzo procurò a Marco, il suo fidato compagno d’alloggio, una copia di chiavi dello studio del professore.
Janis pregustava l’incontro con la città e con la sua famiglia e i brutti pensieri passarono in secondo piano. Con euforia annotava i cambiamenti, contagiando anche il suo compagno di viaggio. Disse: “Anche i nomi delle strade non sono più gli stessi. Guardi professore, nel centro storico di questa città i tetti dei palazzi sono disseminati di sculture. Da piccolo venivo a guardarle spesso. Ma questa mi incuriosiva particolarmente”.
Alzarono lo sguardo e videro sul tetto di un palazzo la statua di un ragazzo seduto. Poggiava la caviglia di una gamba sul ginocchio dell’altra, aveva un libro aperto in una mano e con l’altra mano si grattava il capo, rapito dalla lettura. Si fermarono e Janis prese a narrare la sua storia: “Lo immaginavo animarsi con il calare della notte, chiudere il suo libro e andare a trovare altre presenze simili a lui. Magari l’ombra del barone di Muenchhausen, lo strampalato soldato tedesco protagonista dei racconti di Raspe, che veramente visse in questa città nel XVIII secolo”.
“Una notte d’inverno, carica di neve”, riprese Janis, “uscii di casa in pigiama e a piedi nudi, soffrivo di sonnambulismo. Attraversai la strada e mi misi sotto la pensilina della fermata dell’autobus. Per fortuna a quell’ora rientrava una coppia di nostri vicini, mi riconobbero e avvicinandosi mi svegliarono bruscamente. Ne ebbi uno choc. Mi riportarono a casa. Avevo i piedi assiderati e un libro in mano. Lo spavento mi provocò una specie di mutismo che durò per settimane. Fu la pazienza di mia madre a riportarmi allo stato normale. Mi chiarì che fu solo la mia ombra, la mia parte notturna, il mio inconscio a uscire quella notte. Mi spiegò che non si deve ignorare la propria ombra, e che la mia ombra mi era già nota ed era impersonata dalla statua del ragazzo che sta leggendo il libro. Dovevo solo scoprire che libro era, perché conteneva il mistero del mio lato ostile, di cui dovevo prendere coscienza per trasmutarlo in energia positiva. Erano ‘Le avventure del barone di Muenchhausen’, lo stesso libro che mi ero trovato in mano. Così ripresi a parlare”.
Proseguirono verso la piazza del Duomo. Videro il Palazzo della Borsa di fronte al Duomo coperto da impalcature per lavori di restauro. In alto gli operai si apprestavano ad afferrare un grande vetro, sollevato da una gigantesca gru.
Il cielo era come una massa di mistero, cupa e tenebrosa.
Nei pressi del duomo un giovane traeva dal suo violino note malinconiche e lamentose. All’improvviso squillò il telefonino. Era Marco, e disse in breve: “Janis, sono entrato nello studio del professore. La stanza chiusa a chiave è piena dei tuoi quadri. Non sono mai partiti! Ci sono vari documenti e i suoi diari. I tuoi cataloghi sono un bluff, le rassegne stampa sono false. E c’è di peggio!”
Janis, senza tradirsi per la rivelazione, si rivolse al professore: “Mi scusi, vado un attimo a dare una moneta al violinista”. Fece alcuni passi verso il Duomo, il vento cominciò a prendere forza e a gonfiare i cappotti dei pochi passanti, spingendoli via dalla piazza.
“In Svizzera frequenta un’organizzazione che si chiama ‘Dignitas’”, continuò Marco, “si occupa del suicidio assistito. Circuisce le persone, convincendole a voler passare nell’aldilà. Il prossimo saresti tu! Ti leggo soltanto due righe: ‘Delle volte penso di amare più il male che faccio del piacere che do’”.
Janis ammutolì e guardò il professor De Umbris che ormai era rimasto l’unico in piazza, con la testa alzata a seguire i lavori sulle impalcature. Udì lo schiocco di una abbagliante saetta ad annunciare il temporale. Notò anche una specie di sussulto, un movimento della gru sotto la spinta di una raffica, vide l’enorme vetro sfuggire di mano agli operai e, con un leggero movimento come fosse una foglia in autunno, volare in basso sull’onda vigorosa del vento. Janis si irrigidì per la tensione. In quel mentre il vetro con il suo lato tagliente falciò la testa del professore e precipitò scoppiando in mille schegge.
La testa rotolò fino ai piedi del ragazzo, il corpo dell’uomo, illuminato dai lampi, proiettò un’ombra livida e densa e fece altri due passi. Senza testa. Poi crollò.