il Tempo – Mounira Abelhamid

IL TEMPO di Mounira Abelhamid

Il tempo. Tutti i racconti cominciano con un tempo: “correva l’anno..”, “l’orologio segnava..”, “il giorno in cui..”, “Quando il sole era alto in cielo..”, “quando la sera scendeva”, “ c’era una volta”!!..
Cominciano con un tempo gli articoli di giornale “ieri alle ore..”, le statistiche “in questo mese..” , molte canzoni “vorrei incontrarti fra cent’anni..”, “certe notti..”, “today..”, “yesterday..”…
La comunicazione tutta contiene una collocazione temporale.
Ma come dicevo, a me interessa che tutti i racconti cominciano con un tempo…. e così l’enunciazione di teorie.
La mia è un’enunciazione di teoria.
Dunque andò esattamente così.
“Andiamo a letto” disse la mia coinquilina, amica…sorella di convivenza..e di vita, se pur non di sangue…ma son ben poche queste qualifiche, in effetti, perché la fanciulla – è necessario specificare – svolge per me attività ulteriori, quale confidente, confessore, psicologa nonché assistente sociale…tutte attività non retribuite e quindi che non garantiscono neanche la tranquillità dei contributi per un eventuale fine-contratto (mai sottoscritto) per litigi e separazioni…e poi si dice che in Italia non vengono protetti gli interessi dei più deboli, che poi sono i più forti…ma andiamo avanti.. “..si hai ragione, è già mezzanotte, almeno otto ore di sonno ci servono, altrimenti non ci sveglieremo mai presto la mattina” le risposi e lei raccogliendo con un gesto unico i due cellulari buttati sul letto e infilandosi le pantofole, mosse lenta il palmo della mano aperto , con un sorriso materno mi salutò e sgusciò fuori silenziosamente dalla porta rumorosissima della mia camera.
Due minuti di immobilità totale, solo la mia mente andava a 300 km orari, “quanti momenti passati in questo modo” pensavo “ mi vedo già proiettata a chiudere a doppia mandata la porta e a sistemare il letto per poi stendermi, prendere il carillon, ascoltare la sua melodia nel silenzio almeno tre volte, pensando al mio amore e pregare Dio e la Vergine di proteggerlo sempre. Dio e il mio amore, quanto tengo a fare in modo che siano il mio ultimo pensiero prima di perdermi tra le braccia di Orfeo. Loro sono l’unico pensiero infinito e fermo nel quale posso rifugiarmi per sentirmi sicura nell’ abbandonarmi all’annullamento dei sensi che procura il sonno” mi bloccai e mi alzai di scatto,chiusi la porta a doppia mandata, guardai la camera piena di fumo alla luce della lampada da comodino, fosse stato un locale jazz anni ’40 avrebbe avuto la stessa atmosfera. Tirai le coperte, mi misi a letto e presi il carillon tra le mani e ascoltandolo mi chiesi se avessi impiegato più tempo a pensare il da farsi o a farlo.
La melodia volgeva per la terza volta alla fine, posai il carillon e spensi la luce.
Nel buio degli occhi chiusi la mia mente come al solito aveva aumentato la velocità, potevo quasi sentire il rumore del treno in corsa sulle rotaie, cercavo di azionare un freno stridente, proprio come quello d’emergenza che è in carrozza. Mi fermavo un attimo e poi nuove immagini saltavano agli occhi, nuovi pensieri, nuovi ragionamenti.
Spalancai gli occhi, il buio della camera, in rapporto al buio degli occhi chiusi, era divenuto penombra, non riuscivo a dormire,le soluzioni erano due: o un po’ di yoga di quelli fatti proprio a casa o vedere se quella santa della mia amica era ancora sveglia.
Guardai sullo screen del cellulare l’ora, l’1.17, “e diciassette, anche lei non riuscirà a dormire, il diciassette è il numero delle vicissitudini” mi dissi cercando di giustificare a me stessa il ricorso anche all’una di notte alla mia amica.
Andai a bussare alla sua porta e avvalorai la mia
auto- giustificazione trovandola sveglia.
“Non riesco a dormire” e lei mi guardò con sguardo di comprensione e propose una tazza di latte caldo per entrambe.
Tornate nello pseudo localino jazz anni ’40 che sembrava la mia camera, pronte le tazze di latte ci mettemmo sul letto a inzuppare i biscotti nel latte caldo…spezzato il primo biscotto e buttatolo nella tazza vidi che iniziava ad affondare e pensai “povero pezzo di biscotto!! Annega!, potrei salvarlo o lasciarlo affondare, ma se affonda perde la sua funzione di biscotto perché si spappola. Penso troppo. Oddio sta partendo un altro ragionamento, Penso decisamente troppo. E se fossi come il biscotto? Se non si inzuppa non è veramente buono, quindi se io non penso perdo un po’ della mia funzione, ma se si inzuppa troppo annega e la perde comunque la sua funzione. Fossi da uno psicologo scriverebbe <PATOLOGIA: paranoica>.”
Alzai lo sguardo sulla mia amica e vidi che lei esattamente come me raccoglieva con il cucchiaino il biscotto da dentro la tazza “Sai – interruppi il silenzio – secondo me penso troppo e così mi esaurisco, ma proprio non ce la faccio, a me piace pensare, è che le cose le devo capire proprio bene altrimenti non sto tranquilla,e poi, comunque, ora a parte il rimuginare sulle cose, è proprio il pensare a quello che devo o voglio fare, mi sembra che il tempo non sia abbastanza, forse è per questo che faccio tutte le cose importanti il prima possibile, poi quando le ho fatte è come se mancasse qualcosa e trovo nuove cose da fare, nuovi obiettivi, nuovi impegni… ma è un circolo vizioso sai…e alla fine non sono mai veramente contenta, vivo in una perenne tensione a qualcosa che ancora non c’è, e così avviene per i sentimenti, voglio sempre di più, vivo nell’attesa di un “ti amo” e so già che un “ti amo” non mi basterebbe un giorno, perché già aspirerei ad un “mi sento una sola cosa con te” e così proprio non può andare.”
E lei: “Hai presente il detto <non si capisce cosa abbiamo finchè non lo perdiamo>? Io l’ho capito bene con la morte di papà. La quotidianità ci porta a non essere consapevoli di cosa abbiamo e poi quando non l’abbiamo più non possiamo tornare in dietro. Dovresti smetterla di pensare a cosa fare, ma fare e basta..”
E qui ho avuto l’illuminazione: il passato non esiste perché è stato e quindi non è più. Il futuro non esiste perché deve ancora essere e quindi il problema è la dimensione tempo.
“ I bambini non pensano alla morte, credono di avere un tempo infinito, o forse un tempo finito ma finirà tra molto tempo e quindi vivono nel presente. Forse le persone muoiono nel momento in cui , anche se non coscientemente hanno preso consapevolezza con la concretezza della loro vita di quello che la vita stessa è, forse le persone muoiono nel momento in cui hanno veramente vissuto. Forse è per questo che muoiono sempre i più buoni, onesti, i bambini. Chi ancora è in guerra con se stesso, con la vita, con le persone è ancora vivo e gode di ottima salute fisica, è come se il tempo a disposizione di questi fosse di più, ma non perché gli altri non lo meritino, ma perché gli altri ci sono arrivati prima.” Risposi alla mia amica e lei : “scrivevo un po’ di giorni fa il mio diario serale e parlavo di un problema simile ma opposto al tuo. La paura terribile di vedermi passare la vita davanti, le giornate, le ore, i minuti. La sensazione di essere estranea agli eventi quotidiani, scrivevo di sentirmi una spettatrice impotente dinanzi ad una pellicola in proiezione. Non poter far stop, né avanti, né dietro… poi ho capito che non è vero che non sono padrona della mia vita. Ogni mia azione o non azione inevitabilmente provoca una reazione, una conseguenza nella praticità dei fatti. Se io mi sveglio a mezzogiorno e poi sto a poltrire fino alle quattro del pomeriggio non sarà la mia giornata a scorrere via senza che io concluda nulla. Bensì sono io che non concludo nulla e lascio che si faccia sera. !”
Il tempo è la variabile che noi uomini nella maggior parte dei casi non consideriamo, o meglio consideriamo in maniera sbagliata perché facciamo di esso una stima quantitativa..”ho abbastanza tempo, non c’è tempo, ce n’è troppo..”.
La consapevolezza è il tempo, è ora. Vivere ora comporta amare i rapporti con gli altri e le situazioni che abbiamo,valorizzarli ed essere contenti di quello che si ha, sapendo che tutto ha una fine e vivere le cose completamente le rende eterne, perché le si fanno proprie; finchè saremo vivi noi, vivranno loro, perché ci costituiranno.
Finimmo il latte e ci scambiammo di nuovo la buonanotte.
M’infilai nel letto e pensai che il mio amore era l’unica cosa a cui volevo pensare, in quel momento, ma in maniera nuova, più matura e consapevole.
Capivo finalmente cosa volesse dire un suo “ti voglio bene”, capivo quanto sono fortunata nel dare e ricevere dalla vita, dalle persone, da Dio. Capivo finalmente cos’è Dio. Il mio vivere nel presente.
La presa di coscienza del fattore tempo avrebbe permeato ogni cosa..
Il tempo. Tutti i racconti cominciano con un tempo…. e così l’enunciazione di teorie.
La mia è un’enunciazione di teoria.
Ora, qui: carpe diem perché panta rei.