Il Prelievo – Martina Daraio

IL PRELIEVO di Martina Daraio

Lo so da sempre: morirò per colpa delle analisi del sangue.
E l’ho anche detto a quell’infermiere. Ma lui niente: mi crede la solita ragazzina capricciosa. Sopra di me un soffitto bianco con chiazze di muffa negli angoli. L’ago per ora non lo vedo, e forse nemmeno lo sentirò.
Entro nella stanza passando attraverso un corridoio stretto e buio, pieno di porte. La mia è in fondo, verdina, con scritto “Analisi del Sangue”. C’è attaccato anche il disegno di una siringa con una goccia di sangue che cade dall’ago. Un’immagine proprio di buon gusto, mi inizia a girare la testa.
Con me entra un ragazzino di circa dieci anni. Ha preso posto nel lettino di fronte al mio e si è messo in posa, tranquillo e silenzioso.
Pic-già-fatto-grazie-arrivederci-avanti-il-prossimo.
Io sono ancora qui, invece. Mi hanno messa in “posizione preventiva da svenuta”, così non faccio scherzi, dicono loro. Ma a me gli scherzi non sono mai piaciuti, e se dico che morirò per colpa delle analisi del sangue non lo faccio per scherzare.
Morire in “posizione preventiva da svenuta” poi non mi sembra nemmeno un’idea felice, ma la posizione ora è l’ultimo dei miei problemi. Devo pensare a sopravvivere. Attorno al braccio mi hanno legato stretto, troppo stretto, un filo spesso ed elastico.
– Così mi strozzate le dinamiche interne – dico.
Ma quelli ancora fanno finta di non sentire o non capire. Sento le vene schiacciate che, non riuscendo a gestire il traffico sanguigno, iniziano a gonfiarsi, ingorgate come auto nel centro. Sempre di più, di più.
Il sangue viaggia in mezzi che invece del clacson usano le pulsazioni. E il mio braccio è un concerto, tamburi africani ossessivi e martellanti. Non riesco a pensare ad altro, e il ritmo aumenta. Provo a parlare a voce alta per distrarmi da quel baratro infernale che mi sta trascinando via con sé:
– Un attimo, aspettate un attimo, vi prego.
Gli infermieri all’inizio sono due. Un uomo e una donna. Lui ha un volto severo e stanco. Dalla mia “posizione preventiva da svenuta” lo vedo bassetto e un po’ in carne. Sembra davvero scocciato del mio comportamento e dice frasi come senti, non farci perdere tempo. Così provo a cercare comprensione nella donna. Ancora un buco nell’acqua: lei la butta sulla conversazione da salotto e mi chiede cosa faccio nella vita.
– Studio Lettere, ma se mi fate queste analisi non potrò studiare più, perché oggi muoio –
– Sempre drammatici voi letterati – risponde l’uomo col grembiule bianco e le occhiaie viola.
Mi prendono per un clown e ridono di gusto. Non c’è niente da ridere invece, e io già sudo freddo.
L’infermiere intanto s’affaccenda, girato di spalle. Non faccio in tempo a girare la testa che lui mi incolla al lettino, il braccio trafficato e ci infila dentro pure l’ago.
– Oddio, fermi, mi viene da vomitare – dico cercando di ritrarre il braccio.
– Stai buona che tra poco è tutto finito.
La puntura praticamente non la sento neanche. Forse perché sono già morta. Avevo preparato tante frasi da dire con l’ultimo respiro ma l’unica cosa che mi esce è un pallido – Aiut.
Il traffico sanguigno si incanala in retromarcia dentro la siringa, risucchiato dall’ago. Mi sfibro.
L’eredità, borsa e cappotto, l’ho lasciata fuori a Sirio nella sala d’aspetto. A scanso di equivoci gli ho lasciato anche una specie di testamento biologico dove spiego per filo e per segno le mie volontà e il mio concetto di dignità umana. Avrei preferito non trascinare pure Sirio in questa storia. So che è lì fuori e che è agitato anche lui.
Forse avrei dovuto dirlo all’infermiere che con questo prelievo sarebbe stato responsabile di due morti. Magari faceva più presa.
Sono in mezzo al traffico, è buio. Forse è il futuro. Le macchine sfrecciano velocissime, hanno fari di colori sgargianti e fluorescenti. Io sono ferma in mezzo alle strisce pedonali e il mio corpo è impalpabile, una nuvola vuota color rosa shocking. Le macchine mi attraversano in ogni direzione. Fa freddo in mezzo a questa strada. Ho i brividi.
Di nuovo la faccia triste dell’infermiere. Vedo il suo braccio allontanarsi dal mio viso con un bicchiere vuoto in mano. Siamo tutti pazzi.
Questo significa che sono ancora viva e sempre nella stessa terra. Semidelusione.
Adesso sento delle goccioline gelide colarmi sul collo: non c’è fine alla mia umiliazione. Oltre ad aver cercato di uccidermi nella vergognosa “posizione preventiva da svenuta” mi fanno anche i gavettoni in faccia. Provo a difendermi ma sono immobile sul lettino. Almeno non ho più quel laccio e il traffico nel braccio sinistro ha ripreso regolare. Sono debole, ma mi sento già meglio.
L’infermiere e l’infermiera sono diventati una decina e tutti mi guardano spaventati, sembra una festa a rovescio. Avrei voglia di lasciarli a soffrire nell’angoscia come hanno fatto loro con me poco prima. Anzi, ora mi alzo e faccio io un bel prelievo a loro. Ma realizzo di avere il braccio destro attaccato alla flebo. Forse mi stanno restituendo il sangue, io glielo avevo detto che proprio non potevo farne a meno. Invece è acqua e sale. Bleah. Suona quasi come una presa in giro anche questa. Il liquido percorre la vena nel senso di marcia e il traffico mi pare che proceda scorrevole. La sensazione in entrata è meno fastidiosa, sono le retromarce che non sopporto.
Le labbra dei camici bianchi intanto si muovono silenziose e le loro braccia disegnano ampi gesti come in un film muto. D’un tratto mi fissano tutti come se nel copione toccasse a me a parlare: devo dire la mia parte. Ma l’ho dimenticata.
– Cosa?
– Ti ho chiesto se vuoi un po’ di acqua e zucchero – mi ripete l’infermiera col tono di una mamma buona e gentile.
– Sì, grazie, magari anche con una fettina di limone –
Mi sento forte e simpatica ora. Sono scampata alla morte e ho molto da raccontare. Chiedo di Sirio e me lo chiamano. Quando entra sbianca e allora ci penso io a far due battute per tranquillizzarlo. Mi sorride comprensivo, ma vedo che non funziona. Non devo avere una gran bella cera. Intanto l’infermiere taglia il tubicino di una flebo e me lo serve come cannuccia. E’ andata bene, temevo mi stesse preparando un altro scherzo. Invece ora è diventato gentile anche lui. A Sirio danno una sedia e il consiglio di trovarsi un’altra ragazza. Grazie tante, ma non riesco a reagire. Il soffitto è bianco. Bianco candido pallido gelido come la neve. Sto tremando e mi coprono.
Inizio a sentirmi meglio e ho sempre più voglia di parlare e raccontare. Ma non appena il mio buonumore si fa strada, ecco ritornare l’incazzatura di tutto il personale medico. Sembriamo pendoli di grandi orologi, oscilliamo negli umori incontrandoci solo nell’indifferenza. Io qua, loro là, io allarmata, loro placidi, io debole, loro iperattivi.
– Ci hai spaventati – dice una delle infermiere – ma sei anemica?
Sorrido pensando che è il minimo che potessi fare dopo che hanno cercato di uccidermi in “posizione preventiva da svenuta” e dicendo “aiut”. Intanto cerco di memorizzare quella parola, anemica.
– Non so.
Ma so che, qualunque cosa quest’anemia sia, mi sentivo di esserlo e vi ho avvisati, capre. Ma non lo dico. Non è il caso.
In ambulanza fa di nuovo freddo, questa volta però sono ben coperta. E’ il mio primo viaggio in ambulanza. Ho voglia di parlare e gli infermieri sono giovani e simpatici. Mi hanno sollevato con la sedia a rotelle, la flebo, e tutto. E il mio tutto, ora con un po’ di sangue in meno, resta pur sempre una mole considerevole.
Arrivati all’ospedale trovo mio padre in tenuta da piscina. Doveva andare a nuotare ma poi Sirio gli ha telefonato e lui è corso da me. Mi sorride e dice:
– Ecco Garibaldi, l’eroe dei due mondi!
Sorrido anch’io ma mi viene da pensare: tu ti sei visto?
La tuta che indossa deve essere di mia madre perché non gli arriva a coprire neanche il calzino bianco e sgargiante. L’infermiere dell’ambulanza gli dice che sono svenuta e ho avuto una crisi epilettica, aggiunge che forse sono anemica.
Mio padre, che come al solito ha già capito tutto, con la sua parlata pluridialettale gli risponde prontamente:
– Questa figlia mia deve solo mangiarsi più bistecche! – se ci fosse stata mia madre a questo punto avrebbe aggiunto – e deve anche fare un bel corso di sopravvivenza -.
Ma non c’è, e per fortuna lo scambio di pareri sulla mia diagnosi finisce lì.
Mi parcheggiano su un lettino in una stanza piena di lettini. Sono un codice verde tra codici gialli. Margherita in un campo di girasoli. Più in là c’è anche un codice rosso, quello, se sopravvive, sarà il nostro capo.
Il soffitto per non stonare coi malati è giallino, ma la muffa non manca neanche qui. Alcuni intorno urlano, altri piangono. Il capo sembra che dorma.
Io ora sto molto meglio e vorrei andarmene e liberare il posto, ma mi dicono che prima devono fare tutti gli accertamenti e finire la flebo. Uff. Mio padre e Sirio mi lasciano lì ad aspettare e vanno a fare colazione al bar. Veramente ormai è quasi ora di pranzo, e l’orologio appeso alla parete risveglia anche il mio di appetito. Mi distraggo giocando con le punte dei piedi come se fossero burattini.
Raggiunto il culmine della demenza, ecco arrivare una nuova infermiera che mi fa mille tipi di domande e di analisi: pressione, cosa studi, elettrocardiogramma, come ti chiami, una specie di molletta sul polpastrello non-so-perché, dove abiti.
Poi la fatidica frase:
– Aspetta qui che ora viene una mia collega per le analisi del sangue.
Sbianco. Non posso crederci.
– Guardi che se mi fate le analisi del sangue sta volta muoio davvero – le ribatto determinata e minacciosa. Quella non capisce bene cosa voglio dire: ci risiamo. Contrattiamo a lungo, alla fine mi fa firmare una dichiarazione di volontario rifiuto degli accertamenti. La cosa mi piace, suona quasi come un diritto all’eutanasia.
In realtà mi sto solo salvando la vita.
Così libero il lettino, saluto tutti, e raggiungo i miei uomini al bar.