Il Paese dell’acqua – Hema Biasion

IL PAESE DELL’ACQUA di Hema Biasion

Qui piove sempre. Gli autobus e le auto, piccoli o grandi che siano, non servono a nulla. Meglio, così posso andare a scuola a piedi e baciare Mirna all’angolo dietro a casa, prima che i miei genitori mi vedano. La bacio ogni mattina alle 7.45, i suoi capelli sono già tutti bagnati e il suo bindi sembra una goccia di anomala pioggia rossa, quella pioggia che mi annega ogni volta che appoggio le mie labbra sulle sue. E tutto intorno a me si fa cremisi intenso come il saari che indosserà quando mi sposerà.
Oggi piove ancora di più, scroscia. Tempesta nella mia mente ancora inzuppata delle sue parole: “Amir, non posso più baciarti”. Non mi ha spiegato perché, ha semplicemente continuato a camminare, a fianco a me, ritta sulle sue gambe sottili lungo la strada verso la scuola.
Il professore di Hindi ci ha parlato della letteratura post-coloniale: sembra che tutti gli scrittori siano tormentati dalla spartizione, è come se il grande bisturi geografico affetti i pensieri di ciascun loro personaggio. Vorrei dirglielo, ad Amitav jii., che a cinquant’anni di distanza quel bisturi c’è ancora. Anzi, è sempre esistito. Ma che ne sa lui, è brahmano, si è sposato con una brahamana e i suoi figli sono brahamani, non avranno certo difficoltà a entrare in un’università, magari inglese. Come inglesi sono i suoi occhiali da dietro i quali ci guarda e ci interroga. Io, invece, bacio Mirna nascosto dietro ad un angolo.
Anzi, baciavo.
È passato un giorno, un giorno senza latte di cocco, senza la sua saliva a confondersi con la pioggia sulle mie labbra. Ti ho sognato, Mirna, eravamo noi due soli su una zattera, sperduti tra l’acqua, come ogni mattina quando mi baciavi. Poi la zattera si è accostata dolcemente alla terra, è diventata prima un pontile e poi semplicemente un prolungamento a forma allungata della terraferma. D’improvviso la terra mi crollava sotto i piedi e mi io sentivo sprofondare. Mi sono svegliato bagnato, Mirna, la mia prima pioggia, senza te.
Ieri sera la mamma mi ha detto che la famiglia Gosh si trasferisce in Italia, raggiunge alcuni parenti in una città che si chiama Bologna. A queste parole non sono fuggito da te, a supplicarti, a salutarti o a rapirti dalla scelta dei tuoi genitori. Sono corso invece a sfogliare un atlante e il Paese dove andrai, Mirna, ha una buffa forma, sembra un piede immerso nell’acqua. Come il nostro amore che ha solo 15 anni e già svanisce. Addio, petalo rosso, non so perché ti lasciavi baciare oltre il mio naso appeso storto, senza mai guardarmi negli occhi ma comunque puntuale ogni mattina come la lezione di fisica del lunedì. Forse non ti mancherò, o forse non più di altri tuoi amici. Probabilmente conoscerai nuovi ragazzi, italiani, chiari di pelle, e chissà come ti vedranno, cosa penseranno, se mai si accorgeranno di te. Eppure, sono certo, nessuno ti scambierà per un acquazzone mattutino come qui si confonde la strada con un fiume sulla via verso la scuola; come me che da oggi sentirò la pioggia bagnata, fastidiosa e troppo, troppo malinconica. Ti ho perso, Mirna, senza nemmeno aver tentato di riprenderti. Scivoli via, acqua rossa, ora soltanto incolore.