Flash – Daniela Karewicz

FLASH di Daniela Karewicz

Un frivolo spettegolare risuona malizioso nell’elegante salotto in stile biedermeier. Lo scandaloso matrimonio tra un nobile e una plebea sconvolge l’aristocratico mondo della cittadina di provincia.
Ogni tanto scatta un flash… Una figura in nero si aggira tra gli invitati riprendendo le loro facce, quelle che si mettono con prepotenza dinanzi a lui e quelle che si nascondono timidamente nella penombra.
Dopo la lauta cena servita su antichi vassoi d’argento, gli ospiti brindano con la wódka alla salute del festeggiato. E’ il compleanno di Marian, giovane rampollo di una nobile famiglia.
Compie venticinque anni.
Con corale “na zdrowie” i preziosi bicchierini di cristallo finiscono sbattuti sul parquet intarsiato in ciliegio.
Sfrontati toni di mandolino accompagnano un canto melodioso: Marian, con ostentata superbia, si esibisce con salmi. Affascina tutti.
Uno scialle color rosso porpora contrasta col suo armonioso aspetto… lineamenti morbidi, capelli castani pettinati all’indietro, melanconici occhi grigioverde. Le sue poesie declamate con boriosa enfasi fanno battere i cuori delle pallide signorine.
Dopo gli applausi, annoiato, prende una mela e si allontana furtivamente.

***
I gelidi venti di guerra sconvolgono il suo piccolo mondo. Si perde, non sa cosa fare, nessuno lo sa. E’ la prima volta che vive qualcosa di così intenso, così reale.
-“Devo fare qualcosa! “ – urla furibondo, sbattendo contro lo scrittoio il suo prezioso mandolino.
Il presagio del fatale destino si impossessa di lui.
Entra a far parte del gruppo dei giovani ribelli, pronti a fare qualcosa contro la guerra, più per l’avventura che per l’ideale. Incoscienti, si limitano a tirare le pietre sugli autocarri tedeschi.
Quel gesto sconsiderato costa la vita a molti innocenti.
***
– Il nostro mondo è finito. Dobbiamo nasconderci – si dispera la madre con gli occhi gonfi nella faccia addolorata, baciandolo sulla fronte.
– Ad majora natus sum, ricordalo sempre figliuolo – si raccomanda il padre, fiero, stringendolo in un caldo abbraccio d’addio.
Davanti alla palazzina di famiglia occupata e trasformata nella sede del governo tedesco, Marian saluta i genitori.
Un flash memorizza l’ultimo ricordo della famiglia annientata dal pogrom.

***
– Sei fortunato a trovare qualcosa. Stamani tutti sono qui davanti, in piazza – farfuglia a Marian lo storpio bottegaio ebreo, lisciando la sua barba odorante d’aglio e di cipolle.
– Dammi allora una pagnotta, un pentolino di latte e una mela.
Hai forse qualche cicca? –
– Ho sei sigarette. Intere. Delle Pall Mall! Se paghi i debiti, sono tue –
– Sì, sì, ti pago tutto! Oggi è il tuo giorno fortunato. I miei mi hanno passato un po’ di denari. Allora, che succede in piazza? –

Nascosto dietro la porta osserva e ascolta: sente i nomi di persone da arrestare, tra cui alcuni amici del suo gruppo politico.
Torna a casa atterrito. Tira fuori il pullover di cachemire e l’amato scialle rosso di seta pura.
Con mani tremanti avvolge in un vecchio giornale gli ultimi ricordi del suo passato, distante e sacro, e porta il pacchetto agli amici.
Li trova allineati davanti al muro sgretolato del suo vecchio ginnasio.
Arriva un camion. Balzano fuori quattro giovani nazisti in divisa grigioverde, puntano i mitra e li investono con una raffica di pallottole.
Marian, terrorizzato, cade sulle ginocchia.
Dietro di lui appare una figura in nero. Scatta un flash!

***
Marian fino ad ora è stato fortunato.
Un giorno, però, in una fredda mattinata di febbraio, tradito da un suo vicino che si è venduto ai tedeschi, viene catturato dalla Gestapo e brutalmente caricato su un camion. Portato negli edifici del suo vecchio ginnasio, con fatica identifica i locali trasformati in sale per gli interrogatori.
Prima di mezzogiorno è trascinato nell’auditorium diventato aula giudiziaria. Sopravvive a tre giorni di torture ed ha la fortuna di arrivare al processo. Grottesco.
Stordito, non ha la forza di capire le accuse, tutte inventate e false.
Alla fine viene assegnato ai lavori forzati.
Nel campo da tennis sono in attesa altri duecento prigionieri. A tutti è stato distribuito cibo, acqua e coperte. Escono in fila per essere condotti verso la stazione. Chi cade e non riesce a rialzarsi è ucciso con un colpo di pistola e abbandonato sulla strada.
Qualcuno domanda: – Dove stiamo andando? –
Per la prima volta Marian ode la parola Auschwitz: – Cosa è? -.
Alla stazione vengono brutalmente spinti sui vagoni merci.
Appena sistemati, stretti e scomodi, sentono il treno muoversi.
– Dormire, dormire, dormire… – geme Marian, adagiandosi su uno sventurato svenuto.
Dopo interminabili ore di viaggio, finalmente una boccata d’aria fresca.
Di nuovo allineati, sono contati e condotti fuori città, per circa un chilometro, alle vecchie caserme di artiglieria. Dichiarato abile al lavoro viene mandato negli edifici dei bagni. Dopo la doccia è rasato su tutto il corpo e riceve il vestiario da campo: una casacca, un paio di pantaloni ed un paio di zoccoli. Poi viene registrato.
Uno sfrontato flash riprende tre parti della sua testa nuda, violacea e sanguinate.
Una voce abbaia: – Sai guidare? -, – Che lavoro sai fare? -, – Sai il tedesco? –
Marian alza lo sguardo e i suoi occhi, per un attimo, si incrociano con quelli del nazista.
Non aveva mai visto un colore come quello!
Cielo d’inverno, stagno ghiacciato.
– Sì, risponde, so il tedesco -.
***
Nella scodella, una zuppa acquosa e un pezzo di pane nero.
Una coperta assegnata da qualcuno. Un posto per dormire.
Incastellature di legno a due piani si allungano all’infinito in due file…
Marian non dimenticherà mai quella notte, la prima notte nel campo, una notte che durerà sei interminabili mesi segnati da fame e terrore.

– Questo diventerà un semplice complesso di accoglienza dei prigionieri –
traduce durante il primo appello alle sei del mattino.
Cominciano a stendere le recinzioni di filo spinato, a costruire cucine, magazzini, baracche e ciminiere. Marian è fortunato. Spesso lo assegnano a fare il contabile o l’interprete.

Un giorno nota sul pavimento un documento. Correndo un rischio mortale porta quel pezzo di carta nella baracca. Comprende, leggendolo, che alla fine della costruzione del “lager” i testimoni dovranno essere mandati via.
Mandati dove?
Da nessuna parte c’era scritta la destinazione!
***
– Saremo sterminati tutti! – mormora, in una notte fonda a Józef, il suo
compagno di letto.
– Marian, bisogna scappare! Ti ricordi il posto dove puoi nasconderti? –
– Sì, il tuo villaggio, Krupa. Circa 400 km da qui, nel centro della Polonia. –
– La mia famiglia è contadina, molto povera, ma ti accoglierà.
Sai, siamo sei fratelli. La più piccola si chiama Janina. E’ la più bella
fanciulla di tutta la zona. Ti ricordi il mio sopranome da partigiano? –
– Quercia –
– Hai potuto rubare le medicine per il russo? Non riesce più ad alzarsi, poveretto.
Anche l’ungherese è in fin di vita –
– Sì, sono riuscito a fregare qualcosa. Tieni anche la mela. Me l’ha data Hans,
quell’ufficiale che chiude sempre un occhio sui miei furti. Se non ci fosse lui… –
– Oh, come profuma ‘sta mela. Il frutteto a casa mia era pieno di meli –
piagnucola Józef.
– Mi ricorda la mela del mio ultimo compleanno – sospira Marian.
Sotto le coperte divorano di nascosto la mela. La più gustosa, succulenta e saporita mela che abbiano mai mangiato.
Una voce con accento ebreo, spezzata da una tosse furiosa, implora.
– A me! Un morso! A me! Prego! –
La buccia, i semi, la piccola foglia misera e secca attaccata al gambo, sono scrupolosamente, insieme a quel gambo duro e legnoso, divisi e rosicchiati.
***
Nell’oscurità della notte, un soffocato mugolio echeggia, dolente.
Fuori, un’incessante tempesta fa tremare il mondo.
Un dirompente lampo illumina facce scheletriche, senza speranza.
La loro baracca è satura di morte. La morte è lì, nascosta in ogni angolo.
Quando siede sul bordo di qualche branda, si chiamano i gendarmi.
Il giaciglio accoglie in un abbraccio di coperta scura e logora un corpo.
I compagni dedicano un ultimo sguardo a quel volto immobile, ormai trasfigurato con la bocca serrata e bluastra, le guance svuotate e scure, gli occhi appena socchiusi e infossati, le braccia e le gambe esili, le mani martoriate dai lavori pesanti, i ventri scavati con le costole che quasi tagliano la pelle di pergamena. La morte, spirale sottile, lascia la branda. Si impadronisce di ciò che resta, si insinua nelle fessure delle porta e si allontana da quel posto sfiorando col suo lungo velo i pensieri di tutti.
Una funebre carovana avanza verso un fosso. Su un’asse un corpo. Di Józef. Gli occhi riflettono un ultimo flash… un campo fiorito di rosso e blu di papaveri e di fiordalisi.
Là… sarà grano, sarà figlio, sarà casa.

***
Il cielo, di un azzurro spudorato, fa da sfondo al verde sbiadito del boschetto vicino.
I campi dorati ondeggiano in una danza senza musica.
Uno strano convoglio, tetro e dolorante, attraversa la strada sterrata orlata di cespugli appassiti. Marian conosce bene il percorso del terrore, conosce bene le abitudini dei sorveglianti che dopo mesi di routine hanno abbassato la guardia. A volte sembrano anche loro prigionieri.
Si sono appiattiti, non sono più aggressivi come all’inizio. Talvolta sembrano quasi umani.
La folle idea di fuga si è impadronita di lui da quando insieme a Józef l’avevano concepita.
E forse è arrivato il momento di realizzarla.
Ora! Subito!
Insieme con gli altri si lamenta per il mal di pancia. La dissenteria è frequente e se necessario si levano le catene dai polsi. I boia decidono il momento di sosta. Nel punto dove il grano è più fitto, più alto e più ricco Marian si accuccia e strisciando sulle ginocchia si allontana velocemente dileguandosi nel nulla. Non sente nessun inseguimento, si muove come un lupo, agisce d’istinto, cammina veloce. Raggiunge il ruscello e si immerge per far perdere le tracce ai cani. La dove l’acqua è più profonda, nuota. Dopo ore di cammino, stremato, si avvicina alle stalle e ai fienili di una fattoria, ruba vecchi stracci, più sacchi di juta che vestiti, fa i buchi per le braccia e la testa. Strappa i pantaloni e la giacca dallo spaventapasseri, rimedia anche il cappello di paglia.
Nel fienile trova uova, ortaggi e frutta.
Dorme tutto il giorno in una fossa, coperto di fogliame, lontano dalle abitazioni.
Aspetta la notte.
Da lontano sente gli spari, il cielo è disturbato dagli aerei. Studia il percorso guardando le stelle.
Fa il punto della situazione e si allontana velocemente verso la direzione giusta, a volte camminando lungo i binari, talvolta aggrappandosi a qualche lento convoglio.
E così, alla fine, arriva nel sospirato villaggio. Aspetta nel bosco vicino,
e a notte fonda bussa delicatamente alla finestra sul retro della casa.
All’improvviso una mano lo afferra alle spalle e lo spinge verso la porticina della cantina.
– Quercia, Quercia! – strilla istericamente.

Per primo gli fanno il bagno. La bacinella di latta splende d’oro e il grigio sapone sprigiona profumo. E’ coperto di pidocchi e piaghe. Lo rasano del tutto e lo spalmano con strani unguenti. Un pezzo di pane profumato di letizia, una scodella di candida ricotta che sa di gioia, alla fine un bicchiere di wódka d’allegria…e si sveglia dopo un paio di giorni.
Lo aspetta una brocca d’acqua fresca di pozzo e sulla stuba, nel pentolone di coccio rossastro, fuma la borsh.
Un paradiso! Il posto è tranquillo, silenzioso, quasi dimenticato da Dio.
La guerra non esiste. Incantato, esce.
Al lato della strada dormono bianche casupole con i tetti di paglia intrecciata. Nei dorati campi ondeggia un buon raccolto. Il frutteto, curvo sotto il verde peso delle mele, gli fa ricordare Józef.
Il pensiero di lui oscura lo sfacciato splendere del sole.
Torna a casa e getta lo sguardo nel grande specchio dell’armadio.
Vede uno spettro! Chi è?
Il corpo, magrissimo, si indovina più che vederlo, sotto la bianca camicia da notte. Dall’apertura davanti si intravedono le costole, appena coperte di pelle sottile e gialla.
Il cranio rasato, il volto di cera, le guance scavate coperte di piaghe e gli occhi…occhi enormi grigioverde, luccicanti di febbre, sofferenza, terrore.

Prende la testa tra le mani sbucciate di color viola e si accascia lungo la parete, in un angolo, rannicchiato come un piccolo animale pieno di paura.
***
Sotto il melo, gli occhi di Janina e Marian si fondono in un profondo e appassionato sguardo.
– Ti ho portato i vecchi giornali. Me li hanno procurati i partigiani, sai, quelli del gruppo di Józef –
Sfogliano insieme pagine ingiallite e Marian nota che Janina sa leggere appena.
Con l’unghia spezzata e nera, consumata dal lavorare la terra, sensibile indica alcune foto.
Proprio in esse Marian riconosce tutti i flash vissuti.
***
Stretto al seno un figlio morto. Di fame.
Sul letto giace Janina, languida, non si muove.
Seduto nel buio angolo, Marian rosicchia il ciuccio e fa ninnare la culla bianca e vuota.
Nella stanza entra prepotentemente l’ufficiale tedesco. Cerca Janina, segnata alla deportazione in Germania per lavorare nelle fabbriche.
Fermo sulla porta, osserva la scena. Poi si gira bruscamente ed esce.
Troppa angoscia anche per lui in quel posto. Da mesi staziona in Krupa è con Marian che faceva magazziniere nella caserma, parlavano a volte. Di musica, d’arte, d’anima.

Da un vecchio portafoglio in pelle, nell’ anno 1944, Marian ritaglia le prime scarpette per Bo?ena, la sua seconda figlia di undici mesi. La capra Barbara, saggia e colma di latte, la accompagna nei suoi primi passi.
***
Le trecce color grano ornate di rosso dei papaveri e blu dei fiordalisi coronano la superba fronte di Janina.
Dal corpetto ricamato di variopinte pailettes sgorga la candida camicetta in batista. Il bianco grembiule scende lungo la gonna a fiorellini sbiaditi, coprendo appena gli scarponcini bucati.
– Ad majora natus sum – pronuncia Marian la solenne promessa.
– Che vuol dire? – domanda Janina alzando lo sguardo limpido e fiero.
– Siamo nati per cose grandi – risponde Marian alla sposa, baciandola teneramente.

***
Un frivolo spettegolare risuona nell’aia. Il matrimonio, tra il nobile Marian e la plebea Janina, sconvolge tutti.
Scatta un flash…Una figura in nero si aggira tra gli invitati.
Dopo una scarsa cena servita su vassoi d’argilla, gli ospiti brindano con la wódka alla salute degli sposi.
Con corale “ na zdrowie” i bicchierini di vetro finiscono sbattuti in terra.
La festa, semplice, interrompe un canto melodioso accompagnato dai dolci suoni del mandolino. Marian, con umile semplicità, si esibisce in salmi.
Uno scialle color rosso porpora è in contrasto col suo armonioso aspetto.
Le sue poesie, declamate con enfasi, fanno battere il cuore di Janina.
Dopo gli applausi, felici, prendono una mela e si allontanano furtivamente.