Fino in fondo e basta scuse – Sara Anifowose

FINO IN FONDO E BASTA SCUSE di Sara Anifowose

Ore 08,31.
Grande tavolo di legno e pareti scure. Poca luce dalla finestrella quadrata a 217 centimetri di altezza.

Abbiamo valutato attentamente il suo caso.
Siamo positivamente colpiti dalla sua fermezza e dalle attitudini ai nostri precisi scopi che lei ha mostrato in questi trenta giorni.
Come ben sa, l’accettazione della sua candidatura prevede un’irreversibile cambio di rotta nella sua vita.
Non ammetteremo nessun errore e non le daremo una seconda possibilità.
Tuttavia alcuni dei nostri psicologi hanno mostrato delle riserve nei suoi confronti, soprattutto per quanto riguarda alcune delle sue affermazioni dall’apparenza contraddittoria. Per tale motivo l’abbiamo contattata in via del tutto eccezionale di modo da prendere una precisa posizione su alcune frasi e atteggiamenti che hanno messo in leggera difficoltà la nostra commissione di psicologi.
Dunque prenda posto, come vede avrà la possibilità di prendere appunti e di fronte a lei c’è uno schermo. Nel caso non ricordasse con precisione le riproporremo i vari filmati.
Le consigliamo di non rispondere subito alle nostre domande, siamo tutti concordi nel ritenere che certe sue affermazioni siano dettate più dall’impulso che da una ferma convinzione.
Stiamo ancora valutando la sua idoneità e quindi si consideri sempre sotto esame.
Cominciamo subito con la registrazione datata 7 ottobre 2013:

“Mi ricordo, che quando ero più giovane delle volte avevo paura ad attraversare le strisce pedonali. C’è stato un periodo, un lungo periodo, in cui sentivo chiaramente i pensieri della gente e temevo che prima o poi qualcuno non si sarebbe fermato.
“Una in meno” pensavo. “Una sporca, inutile, extracomunitaria di merda e delinquente in meno”, pensavo. Pensavo che sicuramente avrebbero detto a denti stretti “Una puttana nigeriana in meno”. Perché l’Africa che conosce la maggior parte degli italiani è solo quella che sentono ripetere al telegiornale più spesso. Ecco, questo mi ricordo.
Non so dire cosa provavo e cosa provo adesso. Terrore, rabbia forse. Forse mi sentivo veramente inerme e insignificante. O forse no, forse il contrario.”

Bene.
Come avrà intuito è quest’ultima parte del suo racconto che c’interessa. Quello che vogliamo sapere è che cosa provava allora e che cosa le ha provocato quel giorno, il ricordo di una sua paura.
Le rammento che ogni forma di ribellione nella nostra associazione verrà eliminata sul nascere. Qualsiasi residuo in lei di sentimenti d’orgoglio, rivendicazione razziale e qualsivoglia desiderio espressivo dovrà essere cancellato prima dell’inizio dell’addestramento. Pena l’esclusione dal nostro programma e la cancellazione a livello mentale di tutte le informazioni ricevute e captate riguardanti la nostra associazione.
Ovviamente verranno registrate tutte le risposte di quest’oggi e se necessario, anche domani. Due giorni sono il massimo che le possiamo dare. Si gestisca al meglio.

La luce dalla finestrella quadrata era fredda e accecante, ma la donna trattenne la pelle d’oca con la forza di volontà di un soldato ben addestrato. La sedia sulla quale si trovava era dotata di un tavolino di legno, bianco e liscio. A destra un blocchetto di fogli a righe blu, nuovo e tagliente.
Con la matita sospesa tra medio e indice, passarono 75 secondi prima che iniziasse a scrivere. Un minuto e 15 secondi per riordinare schematicamente le sue ultime 720 ore di vita.
“I trenta giorni più belli della mia vita” fu il suo ultimo pensiero prima di cominciare a scrivere parole e disegnare linee sul blocchetto.
“2000/2009 – situazione politica del paese – tempo trascorso dalla laurea – vita sociale – lavoro e mancanza di prospettive – stato mentale – età…” velocemente sul foglio si visualizzavano parole, situazioni e nomi collegati da frecce dirette e precise.
Si stava gestendo al meglio, l’idea di poter entrare a far parte dell’associazione era la sua pentola d’oro dopo l’arcobaleno e nessun ricordo della sua vita precedente l’avrebbe fatta desistere.
Le sue affermazioni non sarebbero più state dettate dall’impulso e il suo nome e cognome non avrebbero più avuto importanza.
Mentre finiva il suo diagramma di flusso dei pensieri si ricordò di un certo Mirko e dovette interrompersi per mezzo minuto. Mirko, un nome di uomo ma chi era stato questo uomo per lei? Che cosa aveva fatto e che cosa le aveva dato? Amore, ma questo non l’aveva resa migliore. Passavano i secondi, tutto era calcolato.
Ciò che l’aveva spinta fino a quel punto, quello che le aveva dato la forza di cambiare era stato minuziosamente sezionato e catalogato dopo interminabili sedute psichiatriche e test a crocette.
Non avrebbe sprecato più di 7 o 8 minuti perché le avrebbero fatto visionare altri filmati e registrazioni.
Alzò la testa dal foglio con un respiro profondo e l’uomo col telecomando fece partire un altro filmato.
Tutti i mattoncini colorati della sua vita avevano un nome e un numero – la conoscenza combatte la paura – e c’era ordine, quell’ordine sognato e agognato come un oscar hollywoodiano.

Prima di visionare quest’altro filmato, premettiamo come certi suoi atteggiamenti ci abbiano lasciato decisamente perplessi. Questa è la giusta sede per dire quello che pensa veramente, un’ultima volta per tutte.

I capelli della donna raccolti in una coda corta avevano dei riflessi ramati che la facevano sembrare una bambola e nonostante la sua pelle scura era evidente un velato pallore sul volto e sulle mani.
Scriveva ordinatamente sul foglio “ Negra – madre – fallimento – pigrizia – mediocrità …”, senza annuire, senza cercare conferme, senza esitazioni “ persona disordinata – personalità mediocre – ambizioni – ritardi nelle consegne …”.
La sua impazienza era grande, impazienza di finire tutti questi esami ed iniziare l’addestramento. Avere un compito, portare a termine una missione e pagare con la vita i propri errori.
Era felice che nessuno più si sarebbe dovuto preoccupare della sua presenza o assenza, era felice di poter diventare solo un ricordo leggermente pesante ma poco ingombrante, come una valigia dimenticata al check in.
Una inaspettata lucidità mentale le permetteva però di mantenere un atteggiamento composto e diligente, come se stesse aspettando l’autobus in un tiepido primo pomeriggio di aprile, seduta con l’ipod a tutto volume.

Sullo schermo c’erano due figure sedute su altrettante comode poltrone, e una di queste era lei. Il dottor Panizza la incalzava con domande precise, dolorose e infette; la donna si agitava sempre di più.
Era passata ormai al terzo foglio del blocchetto ed aveva deciso di smettere. Non ce ne sarebbe stato più bisogno.

“Sì, ricordo cosa provai allora e cosa ho provato il giorno della registrazione, il 7 ottobre.
Avevo paura. Paura della rabbia che mi portavo dentro. Avevo paura di quello che avrei potuto fare se un giorno qualcuno avesse provato a farmi del male. Il ricordo di quella mia paura mi ha terrorizzato ancora di più, perché mi ha reso felice. Ero felice di quello che avevo fatto. Ero felice di come avevo reagito e di come avevo preso a calci e a pugni quell’uomo.
Adesso so che non me ne importa più niente…di un singolo essere umano”.